Genetica sì, ma senza frontiere

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Guerre e carestie hanno sempre spinto gruppi di essere umani a valicare i confini dei propri paesi di origine e solcare l'ignoto in cerca di migliori condizioni di vita. Negli ultimi decenni, questi fenomeni di spostamento hanno assunto proporzioni sempre più vaste soprattutto dal continente africano a quello europeo.

Riflessi di condizioni sociali ed economiche molte volte disastrose, tali avvenimenti rappresentano spesso anche un problema interno per i paesi ospitanti, che non sempre sono in grado di offrire reali condizioni di riscatto a chi le richiede. Allo scopo di arginare questo fenomeno, molti governi occidentali attuano delle forme di controllo per evitare accessi 'clandestini' e per discriminare questi ultimi dagli accessi che dovrebbero essere garantiti agli individui che richiedeno asilo politico, un diritto  umano fondamentale secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, sancito nel diritto internazionale dall'art 1. Della Convenzione di Ginevra.

Spesso, però, al confine non è possibile risalire alla cittadinanza reale dei richiedenti, poiché questi ultimi non sempre sono provvisti di documenti certificanti la nazionalità, né sono sempre in grado di mostrare competenze linguistiche specifiche del paese ospitante.

A tal riguardo, l'Agenzia di Confine del Regno Unito ha varato recentemente un progetto pilota (Human Provenance pilot project) volto ad accertare la nazionalità di provenienza di chi giunge nel Regno Unito.

Il test prevede l'utilizzo di analisi del DNA e della percentuale  di isotopi leggeri (quali, per esempio, quelli dell'idrogeno e dell'ossigeno) presenti in capelli e unghie dei richiedenti che, a complemento dei tradizionali test linguistici, dovrebbero stabilire se l'individuo sotto esame proviene, per esempio, dalla Somalia piuttosto che dal Kenya.

Tale proposta ha suscitato numerose proteste da parte di scienziati di tutto il mondo, com'è evidenziato in due recenti numeri di Nature  e Science. In particolare gli scienziati intervistati pongono l'accento sulla scarsa base scientifica di questi test. In primo luogo, l'analisi del DNA mitocondriale alla ricerca di quelle piccole variazioni genetiche chiamate polimorfismi a singolo nucleotide può, nella migliore delle ipotesi, stabilire l'etnia ma non la nazionalità. Quest' ultima, infatti, è un concetto socio-politico: sarebbe, quindi, ingenuo assumere che la struttura delle popolazioni segua uniformemente i confini nazionali. Questo a maggior ragione in un continente come l'Africa dove l'affermarsi degli Stati come soggetti politici indipendenti, ha spesso causato guerre e robusti spostamenti di gruppi di persone da un confine ad un altro. Commentando tale progetto, Mark Thomas, genetista dell'University College of London ha affermato: "I dati genomici sui polimorfismi a singolo nucleotide hanno una qualche risoluzione... ma non a scala locale e con un considerevole margine d'errore". L'analisi degli isotopi in capelli e unghie, d'altra parte, non sembra avere una maggiore attendibilità. L'idea sarebbe quella di comparare il rapporto di un certo tipo di isotopi presenti nei tessuti in questione con il rapporto di isotopi nell'ambiente dal quale si afferma provenire. Tuttavia, gli isotopi presi in esame sarebbero quelli più leggeri che indicano, secondo Tamsin O'Connel dell'Università di Cambridge, recenti condizioni climatiche e dietetiche, ma non l'etnia né, a maggior ragione, la nazionalità.

La scarsa attendibilità scientifica è un argomento forte contro questo progetto. Tuttavia, esso presenta anche alcuni aspetti etici da non sottovalutare. In primo luogo,  una concezione erronea di tali test genetici potrebbe fungere da propellente per il ritorno a delle concezioni che riconducono le differenze tra etnie a differenze marcatamente biologiche,  piuttosto che di carattere culturale e linguistico. In secondo luogo, vanno considerate le condizioni di estrema vulnerabilità in cui  si trovano i soggetti dell'esame. Questi individui, infatti, non avrebbero né la forza  materiale né  quella giuridica per contrastare un eventuale esito sfavorevole del test. D'altra parte, anche se l'esame fosse effettuato, come sembra, su base volontaria, le condizioni di particolare indigenza ed emergenza degli uomini e delle donne in questione non permetterebbero un reale consenso informato. Le persone soggette all'esame, infatti, potrebbero temere che un eventuale rifiuto a sottoporsi al test possa essere interpretato dalle autorità competenti come la prova che si stia mentendo circa il paese di provenienza. Inoltre, quale sarà il destino del materiale genetico? Sarà inserito in database investigativi, mettendo così i nuovi entrati in una posizione di svantaggio rispetto ai cittadini del paese ospitante? O sarà fornita a queste persone la possibilità di ordinare la distruzione dei campioni biologici prelevati?

Questi e altri quesiti non trovano risposta nel progetto dell'Agenzia di confine britannica. Sembra, quindi, possibile affermare che lo Human Provenance pilot project, oltre ad essere scientificamente fallace, sia anche moralmente indesiderabile.

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