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Dati che si diffondono veloci come i virus

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In un'epoca in cui anche i virus viaggiano veloci, a bordo di voli internazionali e intercontinentali, la risposta della scienza deve essere altrettanto rapida e ignara delle frontiere. Così è stato per il virus responsabile delle migliaia di casi di influenza che stanno destando preoccupazione in tutto il mondo: se è stato tanto rapidamente identificato, è anche merito di un'iniziativa italiana che un paio di anni fa ha riunito virologi umani e veterinari, immunologi, epidemiologi, bioinformatici e studiosi di altre discipline in uno sforzo comune. Le caratteristiche del nuovo virus sono infatti state riconosciute grazie alla Global Initiative on Sharing Avian Influenza Data (Gisaid),  il consorzio internazionale nato per favorire l'analisi e lo scambio in tempo reale dei dati genetici relativi ai virus dell'influenza umana e animale, promosso dall'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Padova, ma a cui subito hanno aderito moltissimi ricercatori di tutto il mondo.

Mai come in un momento in cui si teme il dilagare di una nuova pandemia è infatti fondamentale unire e coordinare il lavoro e le conoscenze, tra diversi laboratori, tra diversi paesi e continenti, tra ricercatori in campo umano e veterinario. Il 70 per cento delle malattie che hanno minacciato l'umanità negli ultimi vent'anni sono zoonosi, cioè patologie originariamente animali passate all'uomo in ambienti rurali e da qui in tutto il mondo, anche grazie ai voli aerei che rappresentano un fattore di disseminazione in passato inesistente. Comprendere i meccanismi che agiscono nell'interfaccia tra uomo e animale per poterli interrompere è quindi fondamentale.

La rapida diffusione dell'infezione a cui stiamo assistendo in questi giorni conferma che gli allarmi lanciati negli ultimi anni non erano insensati: dopo più di 40 anni dall'ultima pandemia, i tempi erano maturi perché una nuova ricombinazione tra virus influenzali umani e animali acquisisse la capacità di trasmettersi da uomo a uomo, permettendo la diffusione della malattia al di fuori di contesti rurali particolari.

Sebbene si parlasse soprattutto dell'influenza aviaria - molto temuta  per il fatto di aver provocato negli ultimi anni cluster di infezione con una letalità del 50 per cento -- gli addetti ai lavori erano perfettamente consapevoli che il riassortimento del virus poteva aver luogo anche nei suini. Nel caso specifico, il virus H1N1 responsabile dei casi di questi giorni, che comunemente è definito "dell'influenza suina", in realtà ha una combinazione tripla, anzi quadrupla, perché riunisce caratteristiche genetiche del virus dell'influenza umana, dell'aviaria e di due diversi ceppi di influenza suina provenienti rispettivamente da America e Asia.

A quanto sembra di capire questo passaggio nel suino potrebbe aver determinato una riduzione della sua virulenza per l'uomo, rispetto a quella osservata nei casi di aviaria. Fermo restando che si tratta di un'impressione iniziale, che potrebbe essere smentita nei prossimi giorni dal precipitare degli eventi, al momento in cui si scrive pare che la novantina di decessi registrati in Messico sia frutto dell'infezione di migliaia di persone, mentre nessuno dei casi statunitensi si è, almeno finora, rivelato mortale e uno solo ha richiesto il ricovero in ospedale.

Non sembra quindi che si possa parlare per ora di un virus simile a quello responsabile della "spagnola", la terribile pandemia che nel 1918 seminò milioni di morti. Emoagglutinina e neuroaminidasi, i due antigeni che caratterizzando il sottotipo identificano la sigla con cui si chiamano i diversi virus influenzali, sono infatti solo due degli antigeni presenti nel virus, le cui caratteristiche possono essere determinate anche da molti altri fattori. E' più probabile che quello attuale, pur essendo un H1N1 come quello del 1918, si comporti piuttosto come i virus che nel 1957 e nel 1968 provocarono pandemie estese a tutto il mondo, ma con un numero di vittime assai più limitato. E' possibile quindi che l'ora della pandemia annunciata sia giunta, ma c'è ragione di sperare che non sarà il flagello tanto temuto.

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