fbpx Quadri imbrattati e attivismo, tra sensibilità artistica e indifferenza climatica | Scienza in rete

Zuppa su Van Gogh. Ma c'è il vetro, ed è una buona causa

I diversi imbrattamenti, in Europa, di quadri famosi a opera di gruppi di attivisti che chiedono attenzione per la crisi climatica ha fatto molto discutere, arrivando anche sulle pagine delle riviste scientifiche. La riflessione di Simonetta Pagliani.

Crediti immagine: rielaborazione da Designed by macrovector / Freepik

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Il 14 ottobre ultimo scorso, alcuni attivisti del gruppo Just Stop Oil hanno lanciato barattoli di zuppa di pomodoro sul dipinto I girasoli di Vincent Van Gogh, appeso alla National Gallery di Londra, per poi incollarsi le mani alla parete del museo gridando: «Cosa vale di più: l'arte o la vita?». Il 23 ottobre, gli attivisti del gruppo tedesco Letzte Generation a Potsdam hanno lanciato purè di patate su un dipinto di Claude Monet, per ricordare alla società che l'uso dei combustibili fossili sta uccidendo tutti. Una protesta simile si è prodotta anche al Prado di Madrid, in cui attiviste di Futuro Vegetal si sono incollate alle cornici di due quadri di Goya e a Roma, dove quattro ragazze del gruppo Ultima Generazione hanno gettato zuppa di piselli contro Il seminatore di Van Gogh (che, però, era protetto da un vetro) esposto a palazzo Bonaparte. Quest'ultimo atto è stato immediatamente definito "ignobile e da condannare fermamente" dal ministro della cultura.

Provocazioni stimolanti

Va detto che proprio chi chiude gli occhi sulle (in)certezze del futuro, è spesso più disposto a scandalizzarsi per le offese alle certezze del passato; tuttavia, anche persone sinceramente allarmate dall'emergenza climatica e disposte a sacrifici personali per avere una parte nell'attenuarla, guardano agli imbrattamenti dei capolavori del genio umano con un fastidio talvolta privo di riflessione. Chi scrive (una volta recitato il mea culpa per la sua prima reazione epidermica) ha quindi trovato stimolante guardare a queste provocazioni da punti di vista più ponderati, come quello espresso da Andrea Lavazza che, in un lungo articolo sul quotidiano Avvenire ha fatto notare che non si è mai sentita nessuna ferma condanna dei tanti che utilizzano un jet privato per andare in vacanza in un paradiso tropicale (due tonnellate di CO2 in atmosfera per ogni ora di volo). Il giornalista ragiona con onestà intellettuale sulla liceità della disobbedienza civile e delle manifestazioni d'intralcio alla quotidianità, quando sono finalizzate a rendere la gente consapevole del bene supremo della sopravvivenza della specie, ma ammonisce che è necessario trovare un attento equilibrio tra il successo della provocazione e i livelli del danno causato (il riferimento è a una protesta di ambientalisti che in Germania ha ritardato il soccorso di una ciclista, poi deceduta).

Pare che servano

La discussione è rimbalzata anche nelle pagine di una prestigiosa rivista scientifica: sull'ultimo numero di The Lancet Planetary Health è stato pubblicato un editoriale che assegna ai gesti di provocazione ambientalista prima raccontati una buona capacità di risvegliare le coscienze intorpidite (un recente sondaggio commissionato dal quotidiano Guardian ha rilevato che il 66% di un campione rappresentativo della popolazione britannica sostiene l'azione diretta non violenta a favore dell'ambiente) e lo fa sulla base dei dati oggettivi prodotti da una revisione sistematica della letteratura, pubblicata sul portale ScienceDirect. L'analisi, che ha esaminato 57 studi sulla strategia dei movimenti sociali che si sono opposti all’estrazione, al trasporto, alla raffinazione di carbone, petrolio e gas in 29 nazioni, ha rilevato che, in 26 casi, le azioni di protesta avevano bloccato o ritardato (con almeno provvisorio risparmio di gas serra) un progetto oppure avevano promosso l'emanazione di nuove leggi. Negli USA, per esempio, la Keystone XL pipeline è stata ritardata fino al blocco da parte della neo-insediata amministrazione Biden; in Germania, l’Alleanza per il clima dal 2008 ha bloccato 18 delle 30 nuove centrali a carbone previste, evitando così quasi 95 milioni di tonnellate di CO2 emesse; nella Repubblica ceca il movimento Limity jsme my (“Noi siamo i limiti”) è riuscito a impedire l’espansione di miniere di carbone; nel Perù, un movimento di gruppi indigeni ha bloccato un decreto che avrebbe consentito la vendita ad aziende multinazionali del 60% dell’Amazzonia peruviana.

Le strategie adottate dai gruppi presi in esame erano multiple e diversificate e andavano dalla protesta alle attività di lobbying, dalla campagna mediatica alla disobbedienza civile e alle azioni giuridiche. In pochi casi è stata esercitata violenza, di solito causata dall'intervento della polizia o dell'esercito; disobbedienza civile e lavoro di lobby si sono dimostrate le strategie più efficaci. Le proteste non violente anche estreme, d'altronde, hanno una lunga tradizione in Occidente, dal momento che hanno caratterizzato il movimento per i diritti civili dei neri negli USA e la richiesta del voto delle suffragette britanniche; anche quelle azioni, all'epoca, vennero considerate controproducenti, ma la storia le ha promosse come necessarie e meritevoli.

C'è di peggio, per esempio chi non reagisce all'emergenza climatica

Mai come in questo momento la parola "emergenza" può essere usata nel suo significato proprio: i passi avanti contro i gas serra fatti a livello globale non sono sufficienti e le recenti decisioni dei governi britannico e tedesco di appoggiare l'estrazione di petrolio e gas o del governo svedese di sciogliere il suo ministero dell'Ambiente mostrano la pochezza dell'impegno politico per la mitigazione del cambiamento climatico. Nonostante tre decenni di ricerche che hanno chiarito le cause e gli impatti dei cambiamenti climatici, le emissioni globali di anidride carbonica sono oggi del 60% più elevate che nel 1990. Un recente studio ha esplorato questo fallimento attraverso nove obiettivi tematici, che coprono le questioni di governance climatica, d'industria dei combustibili fossili, di geopolitica, d'economia, di modelli di mitigazione, di sistemi energetici, d'iniquità, di stili di vita e d'immaginario sociale. Il filo conduttore che li lega è il ruolo centrale del potere o, meglio, dei poteri, politico-economico, privatistico, dogmatico o ideologico. In questo contesto, sostiene l'editoriale di Lancet PH, atti di protesta clamorosi possono forse essere utili per attirare l'attenzione del pubblico sulla debole azione dei governi. Non devono far mancare le loro voci gli scienziati e gli operatori sanitari: gruppi internazionali come Scientist Rebellion, Doctors for Extinction Rebellion (in cui è attivo il direttore di Lancet Richard Horton) e Doctors for the Environment stanno già aiutando a legittimare proteste più ampie.

 


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