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Zoonosi: lo spillover non è una lotteria

disegno di lotteria da cui si estraggono virus

Il rischio zoonotico non è un evento casuale: è il risultato di interazioni sempre più intense tra attività umane ed ecosistemi. E se David Quammen, nel suo saggio "Spillover", proponeva l'immagine di una lotteria, anche gli studi più recenti sul commercio globale di fauna selvatica mostrano un quadro chiaro, nel quale le probabilità di spillover seguono traiettorie strutturate. Dobbiamo allora ripensare alla preparedness per intervenire non solo sulla risposta, ma anche sui sistemi che generano il rischio.

Tempo di lettura: 4 mins

Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere un premio: una vita nuova in spazi più larghi.

Con questa immagine David Quammen sintetizza, nel libro Spillover, la dinamica alla base delle zoonosi: il salto di specie di un agente patogeno da un animale non umano all’essere umano. Un processo biologico noto da tempo, ma che negli ultimi anni è entrato con forza nel dibattito pubblico, anche alla luce della pandemia di COVID-19.

Il successo del libro, pubblicato oltre un decennio prima della pandemia, è stato spesso letto in chiave “profetica”. In realtà, più che una previsione, si trattava della sistematizzazione di evidenze già disponibili: la crescente interazione tra attività umane ed ecosistemi aumenta le opportunità di contatto tra specie e, quindi, la probabilità di spillover. Quammen insiste su questo punto: le epidemie non emergono nel vuoto, ma all’interno di relazioni ecologiche e sociali che le rendono possibili.

È su questa consapevolezza che si è consolidato il paradigma della One Health, che considera salute umana, animale ed ecosistemica come componenti di un unico sistema interdipendente. In parallelo, il concetto di preparedness pandemica si è imposto come priorità politica e scientifica, orientando investimenti e strategie verso la capacità di prevedere, monitorare e contenere nuove minacce infettive.

Tuttavia, tra il riconoscimento teorico di questa interconnessione e la sua traduzione operativa esiste ancora una distanza significativa. La prevenzione resta spesso focalizzata sulla risposta (sorveglianza, vaccini, piani di emergenza) mentre i determinanti a monte del rischio ricevono un’attenzione più frammentata e discontinua.

È in questo spazio che si inseriscono studi recenti come quello pubblicato sulla rivista Science ad aprile. Lo studio, coordinato da Jérôme Gippet, ecologo dell'Università di Friburgo, in Svizzera, analizza su scala globale il legame tra commercio di fauna selvatica e rischio zoonotico. 

Integrando oltre quarant’anni di dati sul commercio, legale e illegale, con il database CLOVER sui patogeni associati alle specie animali, il lavoro mostra un pattern chiaro: il 41% delle 2079 specie di mammiferi coinvolte nel commercio condivide condivide almeno un patogeno trasmissibile con l’essere umano, e il numero di patogeni aumenta con la durata della permanenza delle specie nei circuiti commerciali. Nel complesso, i mammiferi commercializzati presentano una probabilità circa 1,5 volte superiore di ospitare agenti zoonotici rispetto a quelli non coinvolti.

Il punto rilevante non è solo quantitativo, ma strutturale. Questi dati indicano che il rischio di spillover non è un evento episodico, bensì una proprietà emergente delle modalità con cui il commercio di fauna è organizzato a livello internazionale. La “lotteria” evocata da Quammen non distribuisce biglietti in modo casuale: alcune filiere economiche concentrano sistematicamente le probabilità di spillover, trasformando un processo biologico in un rischio sistemico.

Se si assume questa prospettiva, anche la nozione di preparedness cambia di significato. Non riguarda soltanto la capacità di rispondere a un’emergenza, ma include la capacità di intervenire sui sistemi che generano rischio. Ed è qui che emerge un disallineamento persistente tra evidenze scientifiche e strumenti di governance.

Un esempio emblematico è la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (CITES),  che regola il commercio di fauna e flora selvatiche con un mandato centrato sulla conservazione, senza includere in modo sistematico il rischio sanitario. Ne deriva un paradosso: specie legalmente commerciate possono comunque rappresentare vettori di patogeni con potenziale epidemico globale.

Più in generale, il rischio zoonotico attraversa filiere complesse, mentre gli strumenti di controllo restano frammentati tra ambiti sanitari, ambientali e commerciali. Anche misure come i divieti generalizzati (blanket bans) rischiano di spostare il commercio verso circuiti illegali, riducendo la tracciabilità senza eliminare il rischio.

Una prevenzione efficace richiede quindi di passare dall’intervento puntuale alla regolazione sistemica. Questo implica integrare esplicitamente il rischio zoonotico nei meccanismi che governano il commercio internazionale, affiancando alla logica doganale una logica di biosicurezza.

In Italia, il tentativo di tradurre il paradigma One Health in strumenti operativi passa attraverso iniziative promosse dall'Istituto Superiore di Sanità e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. L’integrazione tra il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) e il Sistema Nazionale della Prevenzione Sanitaria (SNPS) rappresenta un passaggio rilevante: per la prima volta, il monitoraggio ambientale e la prevenzione sanitaria vengono collegati in modo strutturale.

Questa integrazione, tuttavia, è ancora in fase di consolidamento e pone molte sfide operative, tra le quali: interoperabilità dei dati, formazione interdisciplinare del personale, definizione di protocolli condivisi. Senza questi elementi, il rischio è che anche il paradigma One Health resti confinato a un livello dichiarativo.

Sul piano internazionale, il dibattito in corso sul futuro accordo pandemico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità offre una finestra di opportunità. L’inclusione di clausole vincolanti che obblighino gli Stati a integrare la valutazione del rischio zoonotico nei flussi commerciali rappresenterebbe un passo significativo. Analogamente, una revisione del framework CITES che introduca esplicitamente criteri sanitari, ad esempio attraverso appendici dedicate al rischio zoonotico, contribuirebbe a colmare una lacuna strutturale.

Una prevenzione efficace richiede quindi un passaggio dalla risposta alla regolazione sistemica, integrando il rischio zoonotico nei meccanismi che governano il commercio internazionale.

Le evidenze disponibili indicano che il rischio zoonotico non è distribuito in modo casuale, ma segue le traiettorie del commercio globale. Continuare a trattarlo come un evento imprevedibile significa ignorarne le determinanti strutturali: la preparedness si costruisce anche nelle regole che governano i flussi economici e nelle modalità con cui le società interagiscono con la biodiversità.

 


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