Stamina crudele

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Li abbiamo visti martedì scorso e li rivedremo: i malati mobilitati dall’esperto di marketing Davide Vannoni che promette loro una cura senza accettare che nessuno la giudichi. Lui ha l’aspetto del guru: capello lungo con codino, sguardo maliardo e la furia ottusa di chi pensa di poter gabbare la medicina scientifica con qualche furbata. La stessa medicina scientifica che ha dimezzato la mortalità per cancro, ridotto del 70 per cento quella per malattie cardiovascolari, messo sotto controllo gran parte delle malattie metaboliche, eliminato virus e batteri killer; che ci permette insomma di vivere più o meno serenamente, in media, oltre i 75 anni di età. Ma che non riesce ancora a risolvere il dramma delle malattie neurogenerative, tra gli altri. Vannoni, invece, sostiene di esserne capace. Ma non vuole dire a nessuno come fa.

Lasciamo da parte il fatto che l’uomo è al centro di un vortice di affari dei quali L’Espresso ha rivelato entità e squallore sul numero dell’11 luglio scorso: 3832450. Lasciamo stare e proviamo, ben sapendo che possiamo solo avvicinarci, a metterci dalla parte dei malati.
Sono persone tremendamente sofferenti, colpite da malattie senza cura. Cos’hanno da perdere? Niente. Se la cura di Vannoni non funziona, moriranno e soffriranno come sono comunque destinati a fare. Chi accomuna questo caso italiano al caso Di Bella per molti versi coglie nel segno, ma dimentica che molti malati di cancro allora abbandonarono le cure tradizionali per quella dell’anziano medico modenese e andarono così incontro a una morte precoce e forse a maggiori sofferenze. I malati di Vannoni non hanno oggi alternative. È una buona ragione per affidarsi a un esperto di marketing invece che a un neurologo?

No, di certo. La medicina scientifica, pur nei suoi limiti e nelle sue non rare degenerazioni, ha imparato a prendersi cura del malato nelle diverse fasi del suo percorso. Sa attutire i sintomi, alleviare il dolore, gestire il decorso, anche il più inclemente. Non significa guarire, come promette l’uomo col codino, lo sappiamo bene. Significa però curare al meglio. E senza nessun costo. All’interno di quel grande esperimento di solidarietà sapiente che è il nostro Servizio sanitario nazionale. E significa mettere insieme tutte le conoscenze possibili, più o meno nuove e innovative, per fare il possibile. Perché se una cura dovesse uscire da qualunque laboratorio del mondo, quella arriverebbe di sicuro nelle mani dei neurologi o degli staminologi che operano nei grandi istituti scientifici.
Per questo, decisamente e senza dubbi, è meglio affidarsi a loro che non a un signore che ha brevettato un metodo senza senso, come hanno appena certificato i cervelloni dell’Istituto Superiore di Sanità.

Vannoni porta i “suoi” malati in piazza. Li ha convinti che nella Costituzione c’è scritto che tutti abbiamo diritto alle cure e che la libertà di cura è un principio irrinunciabile. Ne sono convinta anch’io. Ma se la legge bene la Costituzione, Vannoni scoprirà che “La Repubblica tutela la salute”. Potremmo disquisire per giorni su cosa questo significhi. Ma di certo, io credo, significa che la Repubblica ha il dovere di impedire che esperti di marketing si mettano a infilare aghi nel corpo dei suoi cittadini. E ha il dovere di accompagnare al meglio i cittadini nel loro percorso di dolore. La Repubblica, appunto. Con, i suoi organismi istituzionali: il servizio sanitario nazionale, che ha le sue regole, definite collegialmente. Piaccia o non piaccia al marketing. E la libertà di cura? Vuol dire essenzialmente essere liberi di curarsi o no, significa, io credo, anche di poter chiedere la sospensione delle cure. E, per molti, significa poter decidere di non affidarsi al Servizio sanitario nazionale. Scelta dolorosa, per me inconcepibile; ma tutelata dalla Costituzione. Ben sapendo, però, che se ci stai dentro devi rispettarne le regole (quelle della medicina scientifica) e se ne esci la Repubblica non può più nulla per te.

Daniela Minerva

Fonte: Il Vaso di Pandora

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Il nuovo Report dell’Ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità “Healthy, prosperous lives for all: the European Health Equity Status Report” fa il punto sulle disuguaglianze di salute in Europa. In sintesi, il gap di salute fra ricchi e poveri si riduce meno dell’atteso. In termini di speranza di vita alla nascita, la differenza media è di 3,9 anni nelle donne (speranza di vita media 82 anni; intervallo: 78,1-86) e di 7,6 anni negli uomini (speranza di vita media 76,2 anni; intervallo: 3,4-15,5). L’Italia (e altri paesi come Grecia e Portogallo) ha i valori più alti di speranza di vita, segno che i fattori protettivi come dieta e coesione sociale riescono a contrastare i fattori di rischio e la presente stagnazione economica. Buona anche la performance dell’Italia nella sopravvivenza libera da malattie. Riconoscendo l’importanza di agire direttamente sui determinanti sociali della salute, l’OMS misura l’effetto di 8 politiche sulla riduzione delle differenze di salute fra classi sociali: (1) aumento di 1.000 dollari del PIL pro capite; (2) riduzione delle disuguaglianze di reddito; (3) riduzione del tasso di disoccupazione; (4) riduzione delle spese private per la salute; (5) aumento delle spese di protezione sociale; (6) aumento del finanziamento del sistema sanitario pubblico; (7) aumento della spesa pubblica in politiche del lavoro; (8) aumento della spesa pubblica nelle abitazioni e condizioni di vita. L’aumento del reddito pro capite è l’unico parametro a non avere effetto sulla disuguaglianze, mentre le politiche del lavoro e le condizioni di vita e abitative hanno l’effetto massimo.

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Gli italiani si classificano terzi fra i vincitori degli starting grant dell’European Research Council, il bando più competitivo dell’Europa dedicato ai giovani ricercatori. Bene quindi per gli italiani (benché in discesa rispetto al bando 2018, dove si erano classificati secondi dietro la solita Germania). Male invece per l’Italia, che vede la maggior parte dei suoi ricercatori primeggiare in università e centri di ricerca all’estero.