Scienza aperta e integrità della ricerca

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La cupola del telescopio Hale che si apre al tramonto presso l'Osservatorio Palomar. Credit: Coneslayer / Wikipedia. Licenza: CC BY 3.0.

Il tema della research integrity, termine che si riferisce a una visione complessiva dei principi, valori e comportamenti essenziali per una conduzione responsabile delle attività che concorrono alla ricerca scientifica, ha assunto una notevole importanza nel dibattito internazionale. Questo si lega ai profondi e continui cambiamenti nei processi di produzione e comunicazione scientifica che hanno avuto inizio con l’avvento della rete e dei metodi digitali. Essi vanno accrescendo, infatti, non solo le opportunità di pubblicità e condivisione delle conoscenze, ma anche il rischio, legato alle logiche valutative imperanti nell’epoca attuale, di una diffusione di pratiche scientifiche opportunistiche o scorrette.

Come peraltro accade con altri grandi temi all’intersezione tra pratiche scientifiche, etica e implicazioni sociali (per esempio Open Science, Open Data, Responsible research and innovation), la research integrity sembra essere rimasta nel nostro paese ai margini degli interessi di buona parte dei principali stakeholders. Non è un caso, quindi, che l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (Aisa), nata nel 2015 dall’incontro tra ricercatori di ambiti scientifici e umanistici, abbia scelto come titolo per Il suo terzo convegno annualeScienza aperta e integrità della ricerca” (9-10 novembre 2017, Università degli studi di Milano).

Sono previste otto relazioni di ampio respiro, con spazio per interventi e discussione. Nella prima giornata si parlerà soprattutto delle valutazioni bibliometriche della produzione scientifica e dei suoi effetti sulla qualità della ricerca. Alberto Baccini e Giuseppe De Nicolao metteranno a fuoco la strategia di diffusione, gli aspetti critici e i conflitti d’interesse nella valutazione condotta dall’Agenzia italiana per la valutazione della ricerca (ANVUR). Mario Biagioli descriverà come, sotto la spinta dell’imperativo “publish or perish” e l’incentivo delle valutazioni quantitative, il concetto e la pratica della frode scientifica si stia mimetizzando sotto nuove forme. Enrico Bucci tratterà del circolo vizioso che si può creare tra l’uso distorto di dati bibliometrici, la distribuzione iniqua dei fondi di ricerca e la crescita di pubblicazioni manipolate. Infine, Giuseppe Longo discuterà il significato dell’analisi bibliometrica come giustificazione autoreferenziale e, al tempo stesso, misura di una scienza conformista e conservatrice che procede lungo binari apparentemente solidi, ma che in realtà elude gli elementi critici essenziali per una sua coerenza epistemica.

Due della quattro relazioni previste per la seconda giornata (10 novembre) verteranno sull’open peer review. Maria Cassella proporrà una riflessione sui suoi significati e valori, presentando anche una revisione critica delle diverse tipologie di revisione paritaria aperta dei contributi scientifici. Daniela Luzi, insieme a Roberta Ruggieri, Lucio Pisacane e Rosa Di Cesare, si focalizzerà sull’applicabilità dell’open review ai dati della ricerca prodotti nell’ambito delle scienze sociali, sulla scorta di esperienze maturate nel progetto europeo OpenUP. Diego Giorio sposterà l’attenzione sugli open data prodotti dalle istituzioni pubbliche, con una messa fuoco dei problemi in campo e dei vantaggi che essi possono apportare non solo ai ricercatori ma anche alle stesse pubbliche amministrazioni. Il convegno si chiuderà avvicinandosi a una tematica su cui l’Aisa si sta molto impegnando, come testimoniato dalla recente proposta per la modifica alla legge sul diritto d’autore. Silvia Scalzini discuterà nozioni ed interpretazioni del concetto di scientific authorship, muovendosi all’incrocio tra le categorie del diritto e dell’etica ma senza perdere di vista il ruolo che la scienza aperta può giocare per una sua più corretta e condivisa attribuzione.

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La sinfonia n° 13 di Šostakovič

L'annientamento della popolazione ebraica sul posto, al di fuori dei campi di sterminio, che i nazisti perpetrarono nella loro avanzata verso est dal mar Baltico al mar Nero, copre numericamente quasi la metà della Shoah. Babij Jar è un burrone non lontano da Kiev che, quando i tedeschi occuparono la città ucraina nel settembre del 1941, divenne la tomba della popolazione ebraica residente. E di intellettuali, partigiani ucraini, soldati prigionieri, addirittura calciatori della Dinamo che non si erano voluti far battere dalla squadra delle Forze Armate tedesche, ladri comuni, decine di migliaia di rom. A questo luogo, o meglio a ciò che rappresenta, Evgenij A. Evtušenko dedicò un poema, i cui versi sono stati immortalati dalla loro inclusione nella sinfonia n° 13 di Dmitrij D. Šostakovič. Poiché la sua intenzione era di rendere omaggio alle vittime innocenti non solo del nazismo, ma anche dello stalinismo, Šostakovič chiese poi a Evtušenko altri testi da introdurre nella sinfonia, che furono poi modificati su pressione di Nikita Chruščëv: “Vorrei scrivere una sinfonia per ciascuna delle vittime, ma è impossibile ed è per questo che dedico a tutte loro la mia musica”.
L'articolo di Simonetta Pagliani in occasione del Giorno della Memoria.
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La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo.