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Richiami d'allarme, se gli uccelli evitano di diffondere fake news

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Uno studio recentemente pubblicato su Nature mostra come il Sitta canadensis, o picchio muratore pettofulvo, sia in grado di discriminare la fonte da cui proviene l'informazione riguardo la possibile presenza di un predatore. Se è diretta, ossia gli uccelli avvertono proprio il richiamo del predatore, mettono in atto decise risposte di mobbing. Ma se invece è un "sentito dire", ossia se l'allarme proviene da un'altra specie di uccelli, la risposta è solo una via di mezzo: insomma, fanno attenzione, ma evitano di diffondere un allarme che potrebbe essere ingiustificato.
Crediti immagine: pbonenfant/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 2.0

Tempo di lettura: 4 mins

E se gli uccelli evitassero le fake news meglio di noi? Mentre i social network inventati dalla nostra specie fanno da cassa di risonanza per le notizie più improbabili, il "Twitter naturale" - in altre parole, il cinguettio di alcuni uccelli - dimostra di essere perfettamente in grado di discriminare i segnali di allarme a seconda della fonte da cui provengono. E reagire di conseguenza, senza sovra- o sottostimare una potenziale minaccia, come dimostra uno studio recentemente pubblicato su Nature. Così, mentre noi rischiamo, ad esempio, l'infodemia del nuovo coronavirus e i negozi cinesi vengono boicottati, alcune specie di uccelli trasmettono le informazioni su un possibile pericolo in modo selettivo, a seconda della fonte da cui lo ricevono.

Il Twitter del bosco

«Nella foresta, ciascuno ascolta ciascun altro», commenta in un comunicato Erick Green, dell'Università del Montana e uno degli autori dello studio. Essere sempre pronti a reagire alla presenza di un predatore è fondamentale per non farsi prendere, e i richiami dall'allarme che ne indicano la presenza sono piuttosto sofisticati: a seconda della vocalizzazione, infatti, possono segnalare il tipo di predatore, la sua taglia, la distanza cui si trova e il livello di minaccia che pone. Ad esempio, un particolare richiamo della Poecile atricapillus, una specie americana di cincia, che indica la presenza di un falco in volo, fa sì che gli uccelli tacciano all'improvviso e si tuffino nel sottobosco. Un altro tipo particolare di richiamo d'allarme, le cosiddette mobbing call, è emesso quando il pericolo non è immediato, e induce diverse specie a radunarsi insieme vicino al predatore, producendo un coro di richiami che lo disorienta e allontana, in una vera e propria azione di mobbing.

Ciò che rende davvero utili i richiami d'allarme è che inducono una risposta non solo nella specie da cui è partita la segnalazione, ma anche in eterospecifici che hanno imparato a riconoscere e sfruttare la segnalazione altrui.

C'è da dire una cosa, però: per complete che siano le informazioni trasmesse dal richiamo, quando arrivano per via indiretta (per "sentito dire") possono essere un po' meno affidabili di quelle di prima mano, trasmesse da chi ha visto o sentito il predatore. Ed è proprio su quest'aspetto che si è concentrato lo studio: «In un certo senso, ha a che fare con le fake news: quando prendi le informazioni dai social media senza verificarle e le passi in giro, dai loro l'avvio», commenta Greene. Nel caso dello studio, gli "utenti Twitter del bosco" presi in esame sono la cincia Poecile atricapillus e il Sitta canadensis, o picchio muratore pettofulvo, una specie che si trova spesso associata alla prima nel periodo invernale e che è in grado di sfruttare i richiami della cincia per rispondere al pericolo posto da un predatore. Due, in particolare, sono i predatori che attaccano entrambe le specie: la civetta nana del Nordamerica e il gufo della Virginia. Paradossalmente, è la piccola civetta a rappresentare il pericolo maggiore, perché le piccole dimensioni le consentono di avere un raggio di sterzata inferiore rispetto a quello del gufo, cosicché le è più facile inseguire la preda.

Discriminare tra le fonti d'informazione

Quindi, i ricercatori hanno usato le registrazioni di diversi richiami di allarme e analizzato la risposta del picchio. I richiami potevano essere diretti, ossia le vocalizzazioni di un predatore ad alto o basso rischio (civetta o gufo), oppure indirette, rappresentate dalle mobbing call delle cince, sempre distinte tra quelle prodotte per avvertire della presenza di una minaccia maggiore (civetta) o minore (gufo). Hanno poi osservato la risposta dei picchi. Che è risultata, a voler antropomorfizzare ancora un po', piuttosto saggia.

Di fronte all'informazione diretta, infatti, i picchi hanno reagito in modo proporzionale alla minaccia di cui venivano avvertiti. Richiamo di civetta: una forte mobbing call di risposta per attivare i conspecifici, con richiami rapidi, brevi e alti. Richiamo di gufo: mobbing call meno forte. E per quando riguarda l'informazione indiretta, proveniente dai richiami di allarme delle cince? Per questi, la risposta è risultata intermedia, e indipendente dal tipo di predatore di cui vengono avvertiti.

In altre parole, i picchi prendono atto della possibile minaccia, si attivano al riguardo, ma senza "esagerare", evitando così di "diffondere fake news". D'altra parte, queste sono pericolose anche per gli animali non umani: sottostimare la presenza di un predatore, infatti, significa rischiare di diventarne il pasto, mentre sovrastimarlo significa consumare tempo ed energie nella risposta, interrompendo magari attività importanti come il foraggiamento di cibo e addirittura rischiando, con una risposta di mobbing, di rendersi più visibili per altri predatori che non ci si aspettava.

Il Sitta canadensis, insomma, sa discriminare tra le fonti da cui provengono le informazioni, e reagisce in modo appropriato a ciascuna. E, come dice Green, «Un po' speriamo che le persone si comportino come i picchi».

 


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