fbpx Ricerca e democrazia nell'epoca delle Big Tech: l’allarme e le soluzioni | Scienza in rete

La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

L`intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l`accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ "Ricerca e democrazia nell`epoca delle Big Tech" ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento. Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.

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Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile. Mentre i finanziamenti pubblici alla ricerca nell'area OCSE calano del 4,1% in termini reali, e negli Stati Uniti vengono cancellati o sospesi oltre 7.800 grant di NIH e NSF, la frontiera scientifica dell'intelligenza artificiale si sposta sempre più verso i laboratori privati: nel 2025 oltre il 90% dei modelli AI di rilievo viene prodotto dall'industria.

Sono i numeri del dossier Ricerca e democrazia nell'epoca delle Big Tech, presentato il 14 maggio nella sede centrale del CNR di Roma in occasione del convegno omonimo organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca, che lo ha intitolato a Gino Nicolais, scomparso di recente e ricordato, oltre che in un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal presidente del CNR Andrea Lenzi, da colleghi e amici come Maria Pia Abbracchio, Caterina Meglio e Alessandro Sannino.

Parisi: solo una grande struttura pubblica può salvarci dal monopolio delle conoscenze

Il dossier non si limita a fotografare la concentrazione di potere economico e scientifico nelle mani di pochi giganti globali, ma ne traccia le implicazioni per la democrazia (dalla sorveglianza di massa alla manipolazione dell'informazione) e avanza proposte concrete per invertire la rotta. La situazione attuale, ha detto il Nobel Giorgio Parisi, non è ancora drammatica, ma «richiede un controllo, un'attenzione estremamente forte, prima di tutto da parte della comunità scientifica ma anche dei governi». Il rischio concreto è quello di un monopolio sull'accesso alla conoscenza: «Oggi alcuni usano Gemini, altri Claude, altri ancora ChatGPT o DeepSeek. C'è però la possibilità che tutto questo evolva verso un monopolio, come è accaduto negli anni Novanta nel campo dei motori di ricerca», oggi dominato da Google. Uno scenario che Parisi definisce «il più terrificante, ma in cui anche un oligopolio tra attori della stessa area geografica e della stessa ideologia sarebbe non molto differente».

Parisi ha richiamato l'esperienza di Wikipedia e del software libero Linux come modelli di resistenza possibile. Per l'IA, però, la scala del problema è diversa: servono database, potenza di calcolo e programmi di ricerca che solo un grande centro pubblico può sviluppare. «In questo momento storico», ha concluso, «è immaginabile solo in Europa»: un'istituzione sul modello del CERN, dedicata all'ICT avanzato e all'intelligenza artificiale.

Algoritmi e libertà

Gli ha fatto eco Rocco De Nicola, presidente del Gruppo 2003: «Viviamo un passaggio storico in cui le scelte sulla governance della ricerca e dell'intelligenza artificiale determineranno, per i decenni a venire, il perimetro del progresso scientifico e la tenuta della nostra democrazia». La tesi del dossier è che concentrazione economica, scientifica e delle capacità di sorveglianza siano lo stesso problema visto da angolazioni diverse: chi controlla modelli, dati e infrastrutture controlla anche una parte rilevante dell'agenda scientifica, nonché delle carriere dei ricercatori attratti da salari molto più appetibili rispetto al pubblico. Il documento, riassunto da De Nicola, mostra come l'AI stia diventando uno strumento di governo sempre meno trasparente, dal contratto ICE-Palantir per ImmigrationOS ai quindici anni consecutivi di declino della libertà di Internet certificati da Freedom House. 

Scienza chiara e scienza oscura

Gianfranco Pacchioni, ordinario di scienza dei materiali alla Milano-Bicocca e membro dell'Accademia dei Lincei, ha messo a fuoco la frattura storica che stiamo attraversando ponendo una domanda: cosa hanno in comune Starlink, AlphaFold e l'impianto neurale di Neuralink? Niente, se non che tutti e tre sono nati in laboratori privati (SpaceX, DeepMind, Neuralink), riservati e non aperti alla comunità scientifica. Negli anni Sessanta era impensabile: il satellite Explorer, la struttura delle proteine, il primo trapianto di fegato erano tutti frutto di istituzioni pubbliche. In meno di mezzo secolo quel mondo si è rovesciato.

Pacchioni ha ripreso la distinzione al centro del suo recente libro Scienza chiara, scienza oscura: contrapposta alla scienza accademica aperta, verificabile, replicabile, cresce una produzione di conoscenza che rimane molto spesso proprietà privata, non sottoposta a peer review, non accessibile. Come peraltro per definizione è quella militare, in forte crescita, e in alcuni paesi addirittura prevalente. Il rischio non è solo per la ricerca in sé, ma per la fiducia pubblica nella scienza: come possiamo aspettarci che le persone si fidino della scienza se una parte crescente di essa avviene nell'ombra? La sua conclusione è che finanziare la ricerca pubblica non è più solo una questione di competizione tra sistemi, è fondamentale per la difesa della democrazia.

Anche su energia e transizione si pone un problema di democrazia

Il convegno ha affrontato anche il tema dell'energia. Nel confronto tra Carlo Cecati dell'Università dell'Aquila, e membro del Gruppo 2003, e Letizia Magaldi, imprenditrice nelle rinnovabili e presidente del Kyoto Club, è emerso che le logiche di condizionamento dei grandi gruppi non riguardano solo lil mondo digitale: anche nella transizione energetica si riscontrano pressioni e resistenze da parte di interessi consolidati. Eppure, le energie rinnovabili restano la via maestra, convenienti sul piano economico, necessarie su quello climatico, e strategicamente indispensabili su quello geopolitico: la dipendenza dalle fonti fossili, come mostrano la guerra russo-ucraina e le tensioni nel Golfo di Hormuz, è un rischio che l'Europa non può continuare a permettersi. L'Italia, pur in ritardo rispetto a Spagna e Germania nel percorso di decarbonizzazione, ha competenze ed eccellenze nella conversione delle energie rinnovabili in energia elettrica che andrebbero messe nelle condizioni di lavorare a ritmi più serrati, a beneficio di una gestione condivisa e democratica di questo bene. Senza inseguire il nucleare, che di fatto comporterebbe gravi problemi quel che riguarda le tempistiche, i costi e le tensioni sociali.

Cinque proposte e un'eredità

Il dossier chiude con cinque linee d'azione: adeguata capacità di calcolo accessibile alle università, dati e benchmark aperti, carriere accademiche stabili per contrastare il brain drain verso l'industria, che si può permettere di pagare molto di più i giovani ricercatori), trasparenza e governance sui sistemi AI venduti alla pubblica amministrazione, investimento pubblico stabile e pluriennale. E, come proposta di orizzonte, un'istituzione europea permanente sull'IA il "CERN dell'IA" evocato da Parisi.

 


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