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Recovery Fund: come risponde l’Europa alla pandemia?

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Europa

Immagine: Pixabay License.

Dopo la proposta di maggio della Commissione Europea, il Consiglio dei capi di stato e di governo europei ha approvato un ulteriore accordo che sarà, nei prossimi mesi, analizzato ed eventualmente modificato dall’Europarlamento. Il fulcro del patto europeo è stato ed è il Recovery Fund.

Che cos’è, dunque, il Recovery Fund? Ce lo spiega Antonio Guarino – professore di economia all’University College London e presidente dell’Association of Italian Scientists in the UK – in questa breve intervista, e (vedi video sotto) nel dialogo con Luis Garicano, professore alla London School of Economics e ora Eurodeputato, Giancarlo Corsetti, professore alla Cambridge University, e Ferdinando Giugliano, giornalista economico.

Recovery Fund: in breve

Cos’è, in poche parole, il Recovery Fund? In generale quale economia serve per i periodi di transizione (come quella ecologica)?

Il Recovery Fund fa parte del programma dell’Unione Europea (“Next Generation EU”) per rispondere alla crisi derivante dalla pandemia da coronavirus. Complessivamente, l’Unione Europea si appresta a offrire agli stati membri 750 miliardi di euro, 390 come sovvenzioni e 360 sotto forma di credito. Gran parte di questi soldi (672,5 miliardi) consistono nel “Recovery and Resilience Fund”, poi vi sono altri programmi. Quanto ogni paese riceve dal programma dipende da una serie di indicatori, come la popolazione, il PIL, il tasso di disoccupazione.  Alla fine dei conti, l’Italia sarà la principale beneficiaria di questo programma, per circa 80 miliardi di euro di sole sovvenzioni (a cui vanno aggiunti i prestiti). Anche quando si vanno a considerare i contributi italiani all’Unione Europea, si può calcolare che l’Italia passerà da contributore netto dell’Unione Europea a beneficiario netto. L’Italia ha un’economia in particolare difficoltà da molti anni, da ciò l’opportunità di un intervento di aiuto, per non vedere fallire, con l’Italia, il progetto europeo.

In situazioni di emergenza, in cui interi settori dell’economia sono stati costretti alla chiusura per motivi di salute pubblica, l’intervento statale è sensato. Inoltre, la pandemia, uno shock esogeno al sistema economico, ha colpito i paesi in maniera diversa (in parte perché alcuni paesi, come l’Italia, si trovavano già in situazioni più precarie) e in tali circostanze un piano di solidarietà è ragionevole. È un po’ come un principio assicurativo, in cui chi viene colpito meno può aiutare chi ha subito più danni. Ma il vero giudizio su questo Recovery Fund lo potremo trarre solo tra alcuni anni, a seconda che le risorse siano state davvero indirizzate verso infrastrutture e riforme strutturali utili alla crescita o sperperate in iniziative dannose.

Il pacchetto appena approvato dal Consiglio dei capi di stato e di governo europei è un accordo storico o considerabile alla stregua di tanti altri? Nello specifico: quali sono le modalità di finanziamento? Che scadenza avranno i prestiti? Quando si potrà accedere ai fondi? Sono previste eventuali forme di anticipo per usare questi fondi?

È sicuramente un accordo molto importante:

  1. l’Unione Europea si indebiterà sul mercato per una cifra non irrisoria, cioè ci sarà una emissione sostanziale di debito comune;
  2. ci sarà un esplicito trasferimento di risorse da alcuni paesi ad altri a fini di aiuto in periodi di crisi;
  3. inoltre, si pensa di ripagare in futuro questi debiti, almeno in parte, con risorse proprie, ottenute con tassazioni a livello europeo (ad esempio, si ipotizza una tassa europea sulle transazioni finanziarie).

Si tratta di cambi tutt’altro che minimi, almeno in linea di principio.

Mi lasci spiegare più nel dettaglio come funziona il programma. L’Unione Europea emette debito sul mercato, a lunga scadenza (fino al 2058), così ottiene i soldi necessari per i prossimi anni. Negli anni il debito andrà ripagato. Questo verrà fatto grazie ai contributi dei singoli stati e, come dicevo prima, a risorse proprie che l’Unione Europea cercherà di generare con imposizione fiscale a livello europeo. Paesi come l’Italia beneficeranno, oltre che dei trasferimenti diretti, di credito a bassi tassi, visto che l’Unione Europea può ottenere credito sul mercato a condizioni migliori rispetto a paesi membri con minore solvibilità. I paesi membri dovranno presentare i loro programmi già nei prossimi mesi. Il 70% delle risorse sarà impegnato già negli anni 2021/2022, il resto fino al 2026. Bisognerà avere in breve tempo piani intelligenti su come investire questi soldi e proporli in sede europea.    

Passa dal 25% (proposta iniziale della Commissione) al 30% la quota dedicata agli obiettivi climatici tra il bilancio 2021-2027 e il Next Generation EU. In più, si legge nel documento finale che l’utilizzo dei fondi deve “rispettare l'obiettivo della neutralità climatica dell'UE entro il 2050 e contribuire al raggiungimento dei nuovi obiettivi climatici dell'Unione per il 2030 […]. Come principio generale, tutte le spese dell'UE dovrebbero essere coerenti con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi.” Sarà la Commissione ad autorizzare la spesa verificando che i piani di ripresa siano in linea con questi obiettivi di primaria importanza?

I paesi dovranno presentare dei programmi, la Commissione li valuterà, il Consiglio li approverà. La commissione chiederà anche il parere dell’Economic and Financial Committee. In casi eccezionali, un paese da solo potrà richiedere l’intervento del Consiglio Europeo quando reputi che un altro paese non stia rispettando in maniera ragguardevole gli accordi. Vedremo, in concreto, quanto rigide saranno queste valutazioni. C’è da augurarsi lo siano, soprattutto per paesi come l’Italia, con una storia poco lusinghiera di spesa pubblica inefficiente e assistenziale. C’è bisogno di investimenti per la crescita, non di ulteriori sperperi.  

Eppure, sono passati da 40 miliardi (come proposto dalla Commissione a maggio) a 17.5 miliardi le risorse per il Just Transition Fund, da 15 a 7.5 miliardi il fondo agricolo per lo sviluppo rurale ed EU4Health (pensato come fondo da 9.4 miliardi) non è più presente. Perché? Non sarebbe stato meglio preservarli magari eliminando i cosiddetti “rebates”?

Anche il programma Horizon Europe per la ricerca scientifica ha subito una riduzione all’interno di Next Generation EU. In generale, i programmi di spesa gestiti direttamente a livello di Unione Europea sono stati ridotti, a favore di trasferimenti ai singoli paesi. Naturalmente c’è poi il budget europeo 2021-27, Next Generation EU rimane un intervento temporaneo. Ma complessivamente si è fatto un passo avanti nella storia dell’Unione Europea. Sta ora ai paesi membri usare le risorse per bene e dimostrare che la solidarietà europea sia stata ben meritata. Come ben dice Luis Garicano nella video-intervista, potrebbe essere l’ultima occasione.

Video-intervista con Antonio Guarino, Luis Garicano, Giancarlo Corsetti e Ferdinando Giugliano

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