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Rapporto CNR su ricerca e innovazione: si confida sul PNRR

Tempo di lettura: 12 mins

Renato Guttuso, "La ricerca scientifica", 1961, Fondazione Pirelli.

È stata presentata ieri nella sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) a Roma la terza Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, coordinata da Daniele Archibugi, dirigente dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR alla presenza della ministra dell’Università e della Ricerca Maria Cristina Messa e della presidente del CNR Maria Chiara Carrozza.

Il corposo rapporto di più di duecento pagine analizza le caratteristiche del sistema di finanziamento della formazione e della ricerca in Italia, ponendo l’attenzione su alcuni temi strategici su cui si sta intervenendo e si interverrà anche e soprattutto grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dedicati alla ricerca e all’innovazione. La relazione viene proposta come strumento utile a informare le politiche sul finanziamento e l’organizzazione della ricerca in Italia nei prossimi anni per permettere che lo slancio impresso dal PNRR diventi strutturale e possa portare cambiamenti duraturi per il Paese.

PNRR: quanto spendiamo in ricerca, sviluppo e innovazione

Dei 222,1 miliardi con cui verrà finanziato il PNRR, circa 12,5 sono dedicati alla componente “Dalla ricerca all’impresa” della missione 4. 430 milioni della componente “Istruzione, formazione e ricerca”, sempre nella missione 4, sono invece allocati alla riforma dei dottorati di ricerca e all’ampliamento del numero delle borse (i dettagli sono contenuti nella tabella 1).

I ricercatori del CNR hanno poi rintracciato le quote del PNRR che favoriranno gli investimenti in ricerca e sviluppo in altre missioni (tabella 2). 2,520 miliardi dei 18 complessivamente destinati al Piano di transizione 4.0 all’interno della missione 1 servono a finanziare il credito di imposta per ricerca innovazione e design. 160 milioni sono destinati alla ricerca sull’idrogeno nella missione 2, quella dedicata alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica. Infine, all’interno della missione 6, dedicata alla salute, rientrano 1,1 miliardi di investimenti in innovazione, digitalizzazione e ricerca del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) e nello sviluppo di competenze tecniche, digitali e manageriali del personale del SSN.

Gli investimenti in ricerca e sviluppo ammonterebbero dunque a 16,94 miliardi di euro, il 7,6% dei 222,1 miliardi del PNRR.

Confrontando la spesa in ricerca e sviluppo prevista dai piani nazionali di ripresa e resilienza degli altri maggiori paesi europei, si vede che investiamo la percentuale più bassa (tabella 3). In termini assoluti l’investimento italiano è il più alto, ma questo solo perché abbiamo la fetta di finanziamento più alta del Next Generation EU. E non tale da modificare in modo permanente con fondi ordinari il non brillante tasso di investimento in ricerca e sviluppo dell’Italia, fermo all’1,4% del PIL (rispetto a una media europea ormai superiore al 2%).

Tabella 1. Investimenti componente “Dalla ricerca all’impresa” della Missione 4 del PNRR. Fonte: Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022.

Tabella 2. Investimenti in ricerca e sviluppo in altre missioni del PNRR. Fonte: Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022.

Tabella 3. Confronto tra gli investimenti destinati a ricerca, sviluppo e innovazione nei piani di ripresa e resilienza nazionali finanziati da Next Generation - EU. Fonte: Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022.

Competitività nei programmi quadro europei

Uno degli obiettivi a cui gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione previsti dal PNRR dovrebbero contribuire è quello di aumentare la competitività dei ricercatori italiani nei programmi quadro per la ricerca e l’innovazione dell’Unione Europea.

La relazione sintetizza i dati di partecipazione dei nostri ricercatori al programma quadro Horizon 2020. Si conferma un minor tasso di successo delle proposte avanzate dagli italiani rispetto a quelle dei maggiori paesi europei, sia in termini di numero di progetti sia di dotazione finanziaria. Dei quasi 36,4 miliardi di euro richiesti per il finanziamento di circa 11 250 progetti, Horizon 2020 ne ha riconosciuti all’Italia poco più di 4, circa il 7,9%, contro il 15,5% della Germania, il 12,4% del Regno Unito e l’11% della Francia. Il tasso di successo sui progetti in cui i ricercatori italiani si proponevano come coordinatori è ancora più basso, circa il 7,5% contro il 16,8% della Germania, il 14% della Francia e il 12,5% del Regno Unito.

La relazione analizza poi la posizione di istituzioni e imprese che hanno partecipato a progetti finanziati da Horizon 2020, attraverso una misura della loro centralità nelle reti di collaborazione scientifica. Queste misure vengono poi aggregate a livello geografico per ottenere una mappa della partecipazione delle diverse province italiane a Horizon 2020. Uno dei risultati più significativi è che la mappa è molto più omogenea nelle province del nord che in quelle del sud. In particolare, al sud la centralità è alta per le province in cui hanno sede i maggiori atenei e bassa per quelle che non li ospitano. Al contrario al nord la partecipazione delle piccole e medie imprese nei progetti finanziati dall’Unione assicura una maggiore continuità tra una provincia e l’altra.

L’analisi riscontra anche una scarsa correlazione tra la distribuzione geografica della centralità delle università italiane nelle reti di produzione della conoscenza (pubblicazioni scientifiche) e quella nelle reti di condivisione della conoscenza (partecipazione a progetti finanziati da Horizon 2020). In altre parole, come da tradizione, a un’elevata capacità di pubblicare non corrisponde una altrettanto elevata capacità di inserirsi nei progetti europei.

«Questo risultato emerge in tutti i macro-settori, e caratterizza in particolar modo alcune città delle regioni meridionali, le cui università sono quindi escluse dalle reti di collaborazione internazionale anche nei casi in cui siano in posizione di centralità nella produzione scientifica del settore» concludono gli autori.

Un altro dato che potrebbe spiegare la maggiore capacità delle province del nord di ricoprire ruoli centrali nelle reti di distribuzione della conoscenza è la maggiore diversificazione tra i soggetti che partecipano ai singoli progetti. Al nord accade più spesso che al sud che le università riescano a mettersi insieme a IRCCS e imprese in progetti che vengono poi finanziati dall’Europa (figura 1).

Figura 1. Indice di eterogeneità delle organizzazioni partecipanti ai progetti H2020 per provincia. Fonte: Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, Terza edizione, 2022.

Rendere il dottorato di ricerca attraente per le imprese

Un altro argomento analizzato in dettaglio è il dottorato di ricerca. In Italia solo lo 0,5% della popolazione in età lavorativa ha un dottorato di ricerca, contro l’1,9% degli Stati Uniti, 1,5% della Germania, 1,3% del Regno Unito e 0,9% della Francia. Nel 2018 meno di 10 000 studenti hanno conseguito il titolo in Italia, contro i quasi 15 000 della Francia, 30 000 della Germania e 18 000 della Spagna (che nel 2015 era sotto l’Italia ma aumentato costantemente il numero di posti).

Negli anni si è molto discusso della riduzione dei posti di dottorato banditi, e la ministra Messa si è impegnata a maggio 2021 a raddoppiare il numero di posti banditi. In effetti, la relazione evidenzia come mentre nel 2007 i posti banditi fossero quasi 16 000, nel 2014 erano scesi a meno di 10 000 per poi risalire a poco più di 11 000 nel 2019. Tuttavia, sottolineano gli autori, la riduzione non ha interessato in uguale misura i posti con borsa e quelli senza borsa. Infatti, se nel 2007 dei 16 000 posti, più di 7 000 (il 44%) non erano coperti da borsa, nel 2019 i posti non finanziati sono stati poco meno di 2 000 sui circa 11 000 totali (circa il 28%).

Ma «l’investimento necessario a raddoppiare il numero dei dottorati di ricerca si giustificherebbe solo se fosse il primo passo di un processo assai più complesso che dovrebbe portare il sistema Italia verso un uso più intensivo della conoscenza con un conseguente aumento della specializzazione produttiva. Ciò richiederebbe che il datore di lavoro di ultima istanza dei dottori di ricerca non sia solo del settore pubblico, ma anche di quello privato».

Tuttavia, dall’indagine svolta nel 2018 da ISTAT sulla collocazione dei dottori di ricerca in ambito lavorativo è emerso che circa la metà di chi ha conseguito il dottorato nel 2012 o nel 2014 e che nel 2018 era impiegato giudicava il titolo non necessario alle mansioni svolte. Più grave è il divario salariale fotografato dall’ISTAT tra i dottori di ricerca impiegati in Italia (salario mensile medio 1679 euro) e quelli impiegati all’estero (2700 euro). Inoltre, la differenza tra salario mensile medio di una donna e di un uomo è 312 euro in Italia e 200 euro all’estero. Questa differenza, indipendentemente dal luogo di impiego (Italia o estero), è massima nell’area delle scienze mediche (704 euro in più al mese agli uomini) e minima nelle discipline umanistiche (22 euro). I dati relativi a tutti i settori disciplinari sono riportati nella tabella 4.

Tabella 4. Salario medio mensile dei dottori di ricerca che hanno ottenuto il titolo nel 2012 e sono impiegati nel 2018. Fonte: indagine ISTAT sui dottori di ricerca.

La differenza salariale tra Italia ed estero è probabilmente una delle ragioni principali che spinge coloro che ottengono un dottorato in Italia ad andare a lavorare all’estero. Nelle scienze fisiche sono oltre il 30%, sempre secondo l’indagine dell’ISTAT del 2018, poco meno nelle scienze matematiche e informatiche (26-27%), seguiti dall’ingegneria industriale e dell’informazione (19%), dalle scienze economiche e statistiche (14%) e dalle scienze chimiche e biologiche (13%).

Questi dati spingono gli autori della relazione a concludere che «non è sufficiente formare dottori di ricerca, anche se di buon livello, affinché le loro competenze risultino utili per lo sviluppo economico e sociale del paese e possano essere adeguatamente assorbiti nel mercato del lavoro interno.»

Quella dei dottori di ricerca è la “seconda fuga”. La prima è quella che avviene dopo la laurea: nel 2018 erano almeno 12 000 gli studenti italiani che hanno scelto di seguire un corso di dottorato all’estero (considerando solo Austria, Francia, Svizzera, Germania, Regno Unito e Spagna). In Italia gli studenti iscritti nello stesso anno a un corso di dottorato erano poco più del doppio. A questo esodo di neolaureati italiani verso l’estero non corrisponde un altrettanto sostanziale arrivo di neolaureati stranieri in Italia: solo il 15,7% degli iscritti ai corsi di dottorato in Italia viene dall’estero (la maggior parte dei quali da paesi emergenti come Iran, Cina e India) contro il 38,2% della Francia e il 41,5% del Regno Unito. «Ciò testimonia che i nostri corsi di dottorato non sono ancora ritenuti sufficientemente competitivi a livello internazionale», osservano gli autori.

La differenza di salario tra uomini e donne con un dottorato di ricerca, che in media è di 312 euro, è probabilmente spiegata dalla difficoltà di accesso che le donne continuano ad avere ai corsi di dottorato di area STEM (Science Technology Engineering and Mathematics) quelli che permettono di accedere ai settori produttivi con salari mediamente più alti. Infatti, anche se c’è una sostanziale parità di genere tra gli studenti di dottorato in Italia, nelle discipline STEM nel 2018 le donne erano il 40% degli iscritti mentre in quelle non-STEM erano quasi il 60%. A preoccupare è anche il fatto che la situazione stia peggiorando nel tempo. Nel 2005 le donne iscritte a corsi di dottorato in area STEM erano il 45%.

Infine, i dati ISTAT indicano che «la stragrande maggioranza dei dottori di ricerca trova lavoro presso le Università, la Pubblica Amministrazione e l’Istruzione non universitaria. In altre parole, un ampio flusso di dottori di ricerca si riversa nel settore pubblico, mentre solo una piccola parte trova lavoro nel settore delle imprese. A confronto con quanto accade negli Stati Uniti, in Germania, in Svezia e in Svizzera, il dato italiano è anomalo e testimonia ancora una volta che l’Italia è in ritardo nella ricerca industriale e nelle produzioni che si basano su di essa.»

Viene poi evidenziata una correlazione tra numero di ricercatori e numero di dottori di ricerca. I paesi dell’area OCSE che hanno una concentrazione di ricercatori nella popolazione in età lavorativa che è proporzionale a quella dei dottori di ricerca. L’Italia si posiziona male su entrambi gli indicatori con i ricercatori che rappresentano meno dello 0,5% di ricercatori.

Il suggerimento degli autori della relazione è dunque quello di non limitarsi ad aumentare il numero di posti di dottorato ma intervenire contemporaneamente sul sistema produttivo perché diventi capace di metterne a frutto le competenze in attività ad alto valore aggiunto.

I dottorati industriali e l’esperimento CNR-Confindustria

A questa esigenza lo stato ha provato a rispondere, una decina di anni fa, con l’istituzione dei dottorati industriali, basati su accordi tra imprese e università, che restano la base del corso di dottorato, e che vengono finanziati in parte o del tutto dall’impresa. A fronte di questo investimento, l’impresa può indirizzare in parte o del tutto il progetto su cui lavoreranno gli studenti che possono essere già dipendenti dell’impresa stessa. La relazione denuncia però uno scarso successo di questo tipo di borse di dottorato. Un’indagine svolta dalla CRUI nel 2016 ha rilevato due ostacoli dal punto di vista delle Università: la complessa burocrazia per l’attivazione e l’accreditamento di questi dottorati e la valutazione non coerente con l’apertura all’esterno dell’accademia. Dal punto di vista delle imprese, invece, gli impedimenti sono stati, oltre alla burocrazia, le criticità emerse in merito alla proprietà intellettuale e la mancanza di coordinamento nella definizione del progetto di ricerca.

Proprio sulla facilitazione del coordinamento tra enti di ricerca pubblica e imprese si è concentrato l’esperimento portato avanti da CNR e Confindustria di co-finanziare 30 borse all’anno per dottorati innovativi industriali, che è consistito nel progettare «una procedura in più fasi che consente alle imprese di esprimere la domanda di ricerca e innovazione e al CNR di contribuire alla definizione del progetto di ricerca più adatto a rispondere a quella domanda [...] L’efficacia dell’iniziativa è misurabile dall’aumento del numero dei dottorati industriali attivati ogni anno: abbiamo iniziato riuscendo a finanziare solo 14 borse nel XXXIV ciclo, mentre nel XXXVII ciclo saranno almeno 38 le borse che CNR e imprese finanzieranno.»

L’investimento totale è stato di poco meno di un milione di euro nel 2018 per finanziare 14 progetti e di oltre sette milioni di euro nel 2021 per finanziare 91 progetti.

Trasformare il sistema produttivo italiano

Il PNRR è dunque un’occasione unica per l’Italia - Archibugi non ha esitato a dire che forse è l’ultima occasione, per operare questa trasformazione. Si legge all’inizio della relazione: «il PNRR, infatti, colloca la politica della ricerca all’interno di una più vasta trasformazione del sistema economico italiano, laddove prevede di integrare la spesa per ricerca pubblica in un più ampio contesto che include anche lo sviluppo sperimentale, il trasferimento tecnologico, la spesa privata in ricerca e innovazione e la formazione. In questa logica la ricerca pubblica gioca un ruolo fondamentale quale potenziale moltiplicatore in grado di attivare investimenti in ricerca privata e innovazione finalizzati alla creazione di ecosistemi innovativi dove la ricerca si trasforma in innovazione, crea posti di lavoro ad elevato valore aggiunto e aggancia i settori produttivi più dinamici nei mercati internazionali.»

«La partita è complessa», scrivono ancora, «perché l’Italia sconta un ritardo strutturale in termini di investimenti in ricerca, sia pubblica sia privata, nonché dall’assenza di grandi imprese che sono fondamentali nei settori Science Based e da una scarsa integrazione tra la ricerca pubblica e l’industria.»

A queste parole ha fatto eco anche Francesca Mariotti, direttrice generale di Confindustria intervenuta nel dibattito, che ha sottolineato come l’Italia sia molto forte nella fase produttiva della catena del valore, una posizione sì centrale ma dove c’è minor valore aggiunto rispetto a quelle pre- e post- produttive. «È quindi necessario» ha concluso Mariotti «favorire l’investimento privato in ricerca e sviluppo e per farlo un elemento cruciale sarà quello della stabilità normativa per far sì che le imprese possano contare sugli incentivi con una certa continuità e certezza nel tempo.»

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