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"Prevenire". La metafora dei tre debiti

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Tre debiti per la nostra specie. Ma se il debitore è noto, chi è il creditore? E soprattutto, come si rimedia al pasticcio? Roberto Satolli recensisce "Prevenire", dell'epidemiologo Paolo Vineis, del fisico Roberto Cingolani e di Luca Carra.
Crediti immagine: Brian Merrill/Pixabay. Licenza: Pixabay License

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La parola debito è odiosa. Nessuno ama sentirsi ricordare di avere una pendenza, che sia un individuo, un’impresa, un popolo o l’intera specie umana. Per questo forse gli autori hanno scelto un titolo costruttivo come “Prevenire”, anziché qualcosa di deprimente come “I tre debiti dell’umanità”, che avrebbe descritto meglio il principale contenuto del libro. I primi due debiti, quello ambientale e quello economico-sociale, sono situazioni ormai ben individuate, descritte e comprese, almeno da chi ha i mezzi per informarsi e l’onestà di non negare ciò che è evidente.

Una specie ingombrante

La nostra specie ingombra il pianeta, ne sfrutta e ne consuma le risorse, traendone enormi vantaggi, ma è ormai chiaro che tutto ciò produce conseguenze a catena che ci stanno sfuggendo di mano: l’inquinamento di aria, acqua e terra e soprattutto il riscaldamento globale sono questioni non più evitabili, anche da chi le vorrebbe negare. Lo stesso vale per la distribuzione della ricchezza, che si genera grazie anche a quella spoliazione: da decenni essa si concentra sempre più in pochissime mani, lasciando gran parte della popolazione del globo, e dei singoli Paesi, in condizioni di povertà almeno relativa.

Entrambi questi processi producono effetti, ormai ben dimostrati e sostanziali, anche e soprattutto sulla salute, degli individui e delle popolazioni. Ma è vero anche l’inverso, perché gli interventi di reale prevenzione contro quasi tutte le malattie producono spesso effetti benefici anche sull’ambiente e contro le disuguaglianze. È il cosiddetto co-beneficio, per cui limitare (non annullare) il consumo di carne allunga la vita e riduce l’emissione di gas serra. Lo stesso vale per le politiche che promuovono la mobilità attiva, come andare a piedi o in bicicletta, o ancor più quelle che promuovono l’istruzione e la cultura.

È il terzo debito, definito dagli autori “mentale” o “cognitivo”, che incuriosisce di più il lettore, perché ne siamo meno consapevoli, o da meno tempo. Quello che sta accadendo oggi nella sfera della conoscenza, dell'informazione e della comunicazione tra individui e gruppi sociali è forse ancora più sconvolgente: basta guardarsi attorno in un vagone della metropolitana (o in un bus) di una qualsiasi città, per vedere come tutti vivano contemporaneamente lì e in uno o più mondi virtuali.

L’idea di inquadrare processi tanto diversi con l’unica metafora del debito è felice e feconda. Rende comprensibili fenomeni complessi grazie a un concetto apparentemente giuridico-economico, ma che in realtà rimanda alle conoscenze su come gli organismi viventi mantengono il proprio equilibrio, allargandole a tutti i tipi di organizzazioni, dai sistemi sociali a quelli ecologici. In sostanza, quando gli stimoli esterni sbilanciano eccessivamente o troppo a lungo una struttura organizzata, questa per ritrovare l’equilibrio consuma risorse, che dovrà in qualche modo ricostituire, pena l’esaurimento e quindi il “fallimento”.

Debitori e creditori

Prendendo sul serio la metafora, bisogna chiedersi: chi sono i debitori, e chi sono i creditori? Per quanto riguarda le disuguaglianze sociali, sembra semplice: i debitori sono i ricchi (cioè noi), che dovrebbero restituire almeno parte delle quote di ricchezza che sono state sottratte al resto dell’umanità. Ciò è avvenuto per effetto della globalizzazione dei meccanismi di accumulo, mentre quelli di redistribuzione sono rimasti locali e quindi inefficaci.

Per l’ambiente è più difficile. Siamo tutti debitori della Natura? O delle generazioni future? Le quali non hanno voce, nonostante il “Come osate?” di Greta Thunberg. Ancora più ambiguo è il debito cognitivo. Certo, l’infosfera, che forse è nata con l’invenzione della scrittura ma oggi sta esplodendo e frantumandosi in una miriade di microsferette incomunicanti, ci ha privati di quella che il filosofo Habermas aveva definito “sfera pubblica”. Ma dove sono i creditori e come si torna indietro?

Per risalire alle cause del pasticcio, occorre introdurre un’altra metafora, quella del deficit, che come sempre è alla radice di ogni debito. All’origine delle tre crisi che viviamo vi è un unico deficit di democrazia, che si è come inceppata e non è più in grado di produrre soluzioni e decisioni all’altezza delle situazioni. Anzi sempre più spesso crea risultati (rappresentanti, Governi) che vanno nella direzione opposta all’interesse degli individui e delle collettività che li esprimono.

Il deficit di democrazia ha due dimensioni. Una è quella deliberativa, cioè la capacità di soppesare razionalmente le prove pro o contro una decisione dal punto di vista del bene comune (e quindi tendenzialmente all’unanimità). L’altra è quella della sua estensione, cioè la capacità di prendere decisioni in nome e per conto dell’intera umanità, nessuno escluso.

Non si può che condividere il “manifesto” degli autori per “un nuovo e pacifico internazionalismo”.

 

Paolo Vineis, Luca Carra, Roberto Cingolani, "Prevenire. Manifesto per una tecnopolitica", Einaudi Editore, 2020.

 


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