Il posto della scienza nel buon governo

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Il documento “Understanding our political nature”, firmato dai ricercatori del Centro Comune di Ricerca della Commissione europea, cerca di capire come “porre la ragione e la conoscenza nel cuore delle decisioni politiche”. Dove stiamo sbagliando nell'annoso rapporto tra scienza e politica?
Nell'immagine: Ambrogio Lorenzetti, "Allegoria del buono e del cattivo governo", Palazzo Pubblico, Siena (1337-1339).

Dove stiamo sbagliando? Sembra essere questa la tacita domanda che si sono posti i ricercatori del Centro Comune di Ricerca della Commissione europea nel documento Understanding our political nature. In meno di cento pagine gli autori tirano le somme di un’inchiesta condotta coinvolgendo un centinaio di esperti di scienze umane, sociali e naturali (neuroscienzati in particolare) per capire come “porre la ragione e la conoscenza nel cuore delle decisioni politiche”.

Si tratta, insomma, dell’annoso e contrastato rapporto fra scienza e politica, dove gli scienziati che aspirano a plasmare la politica sulle “evidenze” si trovano regolarmente scornati di fronte a fenomeni politici non propriamente rispondenti a questo ideali illuministici. Il fiorire di populismi, razzismi quando non addirittura fermenti neonazisti nel vecchio continente delinea infatti una tendenza ben diversa da quella razionalista di una “politica basata sulle prove”, quindi guidata dalle competenze scientifiche.

Benvenuto è quindi lo sforzo iniziato con questo primo documento, nel quadro del programma europeo Enlightment 2.0, che mette coraggiosamente il naso fra i più detestabili fenomeni del momento (polarizzazione da social media, hating online, post-verità, demagogia). Il fine del progetto è dunque di porre agli esperti convocati due domande cruciali: Quali sono le molle (drivers) della politica attuale? Quali sono le strategie più efficaci per far sì che la comunità dei politici tenga conto delle prove scientifiche nel processo deliberativo? La consultazione - e l’utile bibliografia allegata - ha portato gli autori a isolare alcuni punti fermi alla luce dei quali provare a reimpostare il rapporto fra esperti, cittadini e politici.

Abbagli e disinformazione

La prima mossa è ricordare come la situazione del dibattito politico attuale risenta del mutato panorama della comunicazione pubblica. Sono saltate le intermediazioni, sostituite da un nuovo sistema in cui la produzione e la distribuzione del sapere vengono separate sul nascere, lasciando ai social media il compito di dispensare le informazioni secondo algoritmi che privilegiano il conformismo delle comunità chiuse e ideologicamente uniformi. Il pubblico si ritrova così a dover reagire senza filtri ai messaggi diretti dei politici.

Da almeno un decennio la comunicazione politica conosce una brutale semplificazione che spesso non ha remore nel piegare fatti ed evidenze ai propri fini di parte. D’altronde non servono molte parole per descrivere una situazione che conosciamo ormai bene, essendo l’Italia uno dei laboratori più avanzati, una sorta di MIT della manipolazione pubblica da parte dei politici. Serve - si chiedono allora gli esperti della Commissione europea - contrastare le fake news con la loro sistematica decostruzione (debunking)? Fino a un certo punto: opporre i fatti ai pregiudizi è spesso controproducente perché in genere radicalizza chi “ha capito come le cose stanno veramente”. Interessante sapere che sono allo studio anche altre tecniche, come i “fake news games” o il pre-debunking (cioè un debunking preventivo) (1). Ma più che soffermarsi su singole tecniche di demistificazione dei messaggi, sembra più utile vedere come il documento affronta le possibili strategie per superare questo stato di cose.

Intelligenza collettiva

La deliberazione pubblica migliora in ragione della sua natura collettiva. Così si potrebbe sintetizzare il secondo capitolo del rapporto. Esistono studi che mostrano come lavorare in gruppo aumenti la correttezza formale dei ragionamenti (dal 10-20% dal tasso di successo di un singolo individuo al 70-80% di un gruppo) e diminuisca la probabilità di soggiacere a bias importanti. L’intelligenza collettiva, se ben condotta, è autocatalitica. Il che impone però una serie di regole per evitare fenomeni come la “polarizzazione di gruppo” o la tendenza al conformismo (groupthink).

Due sono - secondo la revisione - gli ingredienti che aumentano il tasso di successo delle deliberazioni collettive: la capacità di mettersi nei panni degli altri quando si ragiona (teoria della mente) e l’assicurare al gruppo una buona eterogeneità. (2)

Considerare il processo deliberativo politico come un’attività collettiva e non individuale è un primo passo importante, che richiede tuttavia l’applicazione di metodi, capacità e formazioni specifiche. Aiutano a questo fine anche semplici condizioni come la parità di genere nel gruppo; l’autoriflessività e l’autogestione (self-leadership) del gruppo; la garanzia di lasciare spazio a diversi stili cognitivi; la presenza di regole che assicurino il bilanciamento della partecipazione di tutti i componenti del gruppo; il reclutamento precoce dei partecipanti e una adeguata documentazione fornita in tempi utili per poterla assimilare prima del dibattito vero e proprio.

Una leadership partecipativa porta a decisioni migliori a patto che venga garantito anche uno “spazio di sicurezza psicologica” in cui condividere informazioni e accogliere opinioni dissonanti rispetto al gruppo. Se l’obiettivo delle discussioni resta quello di raggiungere un consenso, è comunque molto utile esplicitare da subito i dissensi e avvalersi di modi di discussione creativa che si basano su tecniche consolidate come il pensare per scenari (“what if thinking”), ma anche attraverso approcci che mettono alla prova le conclusioni raggiunte (la tecnica dell’“avvocato del diavolo” o del “red teaming”).(3)

Certo si potrebbe pensare che tutto questo può funzionare nel setting protetto di un progetto europeo fra persone a modo, meno nelle affollate solitudini dei social…

Tu chiamale se vuoi emozioni

Altra cosa da sapere è che non si sbaglia perché si è preda delle emozioni, come insegnava il buon vecchio Cartesio, ma perché non si riconosce la componente emotiva della razionalità. Detto da scienziati non è male come affermazione, che alla luce delle neuroscienze possono oggi affermare con una certa sicurezza che “le emozioni sono più razionali di quanto si sia portati a credere”. Ma per venire al pratico va riconosciuto che esistono emozioni positive che consolidano empatia e collaborazione, ed emozioni negative che minano la tenuta del gruppo, o lo tengono in vita con il collante della rabbia e dell’ansia. E qui troviamo un’istruttiva, anche se un po’ troppo semplicistica identificazione del sentimento della rabbia con posizioni politiche dichiaratamente partigiane (partisan citizenship), e della condizione dell’ansia con posizioni più conservatrici. Leggi populismo, sindrome da attacco terroristico, rifiuto dei migranti.

A giudicare dai sondaggi citati dal rapporto, le cause di una rabbia e ansia sociale così diffuse sarebbero da ricercare da un lato nelle disuguaglianze e dall’altro in quelle forme di isolamento sociale e culturale degli strati della popolazione più vulnerabili. Come se quei “paesaggi della disperazione” evocati dagli studi di Angus Deaton per spiegare l’epidemia da oppioidi diffuso nel ceto medio impoverito degli Stati Uniti si stesse inesorabilmente spostando in Europa.

Cosa può significare per la politica il riconoscimento di questa condizione è difficile dirlo, se non al momento attrezzarsi con strumenti un po’ più raffinati di quelli attuali per misurare la temperatura di queste emozioni, avere magari una sorta di CDC delle emozioni (4) capace di mappare sui diversi media il diffondersi di questi sentimenti collettivi. E allora, accanto a questa intelligence dell’animo collettivo, perché non immaginare nella formazione dei politici un po’ di “alfabetizzazione emozionale” (emotional literacy) e la capacità di far leva sulle emozioni sociali rispetto a quelle distruttive (rabbia, invidia sociale, frustrazione).

Valori e orientamenti politici

Nelle pagine successive si entra nel merito del rapporto fra valori e scelte politiche. E qui non conta tanto la parte che divide scolasticamente “progressisti” che seguono la bussola di cura e giustizia (“care and fairness”) dai conservatori che prediligono autorità e sicurezza, quanto i tentativi di misurare i valori con ricerche empiriche. Come la World Values Survey, che ogni nove anni perlustra la geografia morale di un considerevole numero di paesi attraverso sondaggi. L’aggregato di queste ricerche fa emergere due faglie che dividono due orientamenti fondamentali che si fronteggiano nelle nostre società: la placca Tradizione (di origine rurale) che spinge contro la placca Secolarismo (di origine urbana); e la placca Sopravvivenza che si oppone a Auto-espressione, indicativa di una divisione più di tipo generazionale, che “registra uno spostamento dall’importanza accordata alla sicurezza fisica ed economica all’attenzione crescente per per gli aspetti soggettivi della “realizzazione”, del benessere e della “qualità della vita”.

Altri elementi di riflessione vengono portati dal sondaggio effettuato nel 2019 dalla Open Society Foundation (5), condotta in sei paesi europei (Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia e Polonia). La ricerca ha chiesto alla popolazione di scegliere fra 14 valori (7 tipici delle società chiuse e 7 delle società aperte) quelli essenziali per una “buona società”. I risultati mostrano come mentre alcuni hanno dato la priorità ai valori appartenenti all’uno o all’altro tipo di società, la maggioranza dei rispondenti ha scelto un misto dei due insiemi, non trovando evidentemente contraddizione fra i due tipi di società. Il che potrebbe significare che molti intervistati non hanno capito le domande, oppure che accordano la loro preferenza a società chiuse per certi aspetti e società aperte per altri (6). Un messaggio non banale per i politici.

A complicare il quadro, altri studi ancora mostrano come nel mondo sia in corso un cambiamento delle polarizzazioni politiche. Mentre fino ad oggi dominava l’opposizione centro-destra/centro-sinistra, ora si va verso uno “spazio tripolare” con l’aggiunta dell’estrema destra, che ha come caratteristica quella di opporsi ai due altri schieramenti sulle istanze dell’immigrazione e del multiculturalismo. La svolta verso temi identitari tipici della destra estrema riguarda in particolare l’Europa e le sue radici culturali improntate alla tolleranza e all’integrazione.

Apertura e fiducia

Quando i ricercatori non sanno che pesci prendere, di solito concludono le loro ricerche con la frase: “Servono ulteriori studi”. Ed è quanto fanno gli autori in relazione al mondo dei valori. Non si può nascondere la difficoltà di voler edificare una politica basata sulle competenze e la scienza (valori cosmopoliti e aperti) quando il panorama politico attuale vede il risorgere di movimenti dichiaratamente nazionalistici e anti democratici. Abbiamo già visto che la risposta illuministica del “mostrare i fatti per come sono” non basta, anzi è controproducente nell’attuale sistema comunicativo. E allora?

Nel capitolo dedicato a “Apertura e fiducia”, soprattutto in relazione alla scienza, si registrano segnali contrastanti. Secondo l’Eurobarometro del 2010 quasi il 60% degli europei pensa che degli scienziati non ci si possa fidare più di tanto perché “dipendono sempre di più dai finanziamenti dell’industria”. Viceversa, nell’Eurobarometro del 2014 più della metà degli europei si aspetta che la scienza e la tecnologia possano contribuire positivamente in molte decisioni politiche nei prossimi 15 anni”. Probabilmente, grazie alla recente mobilitazione sul cambiamento climatico, la percezione pubblica della scienza oggi sarebbe ancora più positiva. Anche se si osserverebbe un’altrettanto radicata opposizione in alcuni paesi europei a una rapida transizione verso politiche di decarbonizzazione per motivi legati alla difesa del lavoro. Questo per dire che i sondaggi cambiano di segno di anno in anno, perché come sismografi registrano transienti di diversa intensità e origine, alcuni duraturi altri effimeri. La difficoltà è cogliere tendenze stabili, orientamenti maggioritari sui quali poter contare nell’elaborazione di politiche all’altezza della eccezionalità dei tempi che viviamo. Come la società americana ritratta anni fa dal bioeticista Hugo Tristram Engelhardt, anche la società europea è caratterizzata ormai da un “politeismo dei valori” che rende la navigazione politica complessa, soprattutto se avanza istanze etiche forti destinate a venire rigettate da una parte consistente della popolazione. Ma in questo quadro la scienza può fornire quegli elementi di realtà da cui non si può prescindere nelle decisioni, il punto nave per una navigazione sicura. Per questo l’obiettivo minimo è che si consolidi intorno alla scienza un clima di fiducia che la faccia considerare dalla maggioranza delle persone una fonte utile - anche se non unica - per una buona politica.

Scienza, politica e democrazia

Il rapporto si conclude proprio definendo il perimetro di una “politica informata (non basata) da prove”. Se la scienza deve essere un linguaggio fondamentale di una società aperta non può a sua volta rivendicare una sua autonomia, rinserrarsi nella sua comunità di riferimento - suggeriscono gli autori. Deve essere aperta allo scrutinio pubblico, sapere diffuso e nei limiti del possibile anche pratica condivisa con i non esperti. La scienza deve abbassare la guardia rispetto alle diverse costellazioni di valori in campo. E accettare di non poter dettare, ma al massimo contribuire, all’agenda della politica. “La natura intensamente politica della selezione e dell’inquadramento (framing) dei problemi politici, spesso non viene pienamente apprezzata, soprattutto dagli scienziati”, scrivono gli autori di “Understanding our political nature”. Eppure - continuano gli autori - va accettato il fatto che sia la politica a determinare che tipo di ricerca serva in un dato contesto, quali prove contino, e quali debbano essere ignorate.

La sfida è “trovare il giusto equilibrio fra prove e valori, fra scienza e politica, fra “evidenze” e “mediazioni fra interessi”. Da questo punto di vista l’aver destinato una parte consistente del budget del Green New Deal europeo alla “just transition” per compensare i costi sociali conseguenti alla chiusura delle miniere di carbone e delle industrie inquinanti sparse per l’Europa è sicuramente frutto di questo equilibrio.

Per regolare il rapporto fra scienza e politica la soluzione ideale sarebbe adottare forme di co-creazione, e di uno stile di lavoro che fin dall’inizio fa la spola fra dati ed evidenze sperimentali da un lato e assunzioni politiche dall’altro. Per concludere, gli autori del rapporto provano a stilare anche un elenco di requisiti del politico e del consulente scientifico. Il primo dovrebbe conoscere il modo in cui si formano e si possono usare le prove scientifiche; di come si raccolgono e come si possono utilizzare a fini politici, e di come normalmente queste vengono utilizzate (a volte strumentalizzate) dai portatori di interesse. Da parte sua lo scienziato prestato alla politica dovrebbe essere in grado di produrre prove robuste a misura di politica, non ignorando i suoi meccanismi; saper dare priorità ai messaggi, comunicando la scienza in modo conciso; essere consapevole della rilevanza politica che può acquisire un settore di studi; essere trasparente sulle implicazioni etiche e gli eventuali interessi che soggiaciono a filoni di ricerca. Infine, avere la capacità - l’arte, verrebbe da dire - di coinvolgere cittadini e portatori di interesse per costruire la fiducia e legittimare l’uso della scienza a fini politici.

“Nel nuovo ambiente dell'informazione caratterizzato da disinformazione, pubblicità politica mirata o fake news, il ruolo delle prove e della competenza scientifica deve essere sostenuto su basi sia politiche sia scientifiche” concludono gli autori. “Il principio di informare la politica attraverso le prove potrebbe essere riconosciuto come un elemento chiave della democrazia e dello stato di diritto. Analogamente, sarebbe giustificato concepire le istituzioni scientifiche indipendenti come parte dei "pesi e contrappesi" della democrazia”.

 

Fonte: Mair D., Smillie L., La Placa G., Schwendinger F., Raykovska M., Pasztor Z., van Bavel R., Understanding our political nature: How to put knowledge and reason at the heart of political decision-making, EUR 29783 EN, Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2019, ISBN 978-92-76-08621-5, doi:10.2760/374191, JRC117161

Note
1. Vedi a pag. 16 del documento.
2. Vedi pag. 23.
3. Vedi pag. 27.
4. Centre for diseases control and prevention, l’agenzia statunitense che monitora le malattie.
5. “Voices on values: how European publics and policy actors value an open society”.
6. In particolare si veda il caso estremo dell’Italia, vedi tabella a pag. 41.

 

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