fbpx Perché il metodo Zamboni non convince | Scienza in rete

Perché il metodo Zamboni non convince

Primary tabs

Tempo di lettura: 3 mins

Dove eravamo rimasti con la cura per la sclerosi multipla proposta dal dottor Zamboni? Zamboni è un chirurgo dell’Università di Ferrara che qualche anno fa cogliendo di sorpresa un po’ tutti ha annunciato che i suoi ammalati di sclerosi multipla tutti, nessuno escluso, avevano stenosi delle giugulari o delle vene azygos. Non era difficile prevedere che questo avrebbe suscitato l’interesse prima e l’entusiasmo poi di ammalati e delle loro associazioni, e dei giornalisti.

Ed è esattamente quello che è successo. Quando la gente sta male e muore e non c’è una cura e tu gli dici “c’è un restringimento delle vene, dilatiamole così di sclerosi multipla si potrà guarire” il successo è assicurato. C’è anche un’ipotesi anche plausibile che spiegherebbe il legame fra stenosi delle vene e attivazione del sistema immune. Forse l’ipossia danneggia la barriera tra sangue e cervello così i globuli rossi si accumulano nel cervello e nel midollo spinale e questo provoca una reazione immune. Da lì si arriva alla sclerosi multipla.

Forse, ma è tutto molto vago e prove non ce ne sono, nemmeno da studi sugli animali. A Buffalo hanno studiato 500 malati senza però riuscire a documentare che quelli con la sclerosi multipla avessero più stenosi degli altri. Da noi la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla ha avviato uno studio controllato ma Zamboni non ha voluto prendervi parte. Così i neurologi (non tutti, si capisce) hanno cominciato a intervenire su queste stenosi, rimuovendole con l’idea che questo potesse ridurre il numero delle ricadute. Lo si fa per lo più sotto la pressione degli ammalati, ma anche, soprattutto nelle strutture private. perché così si ha un’altra procedura da far pagare al Servizio Sanitario Nazionale: efficace o no importa poco, quando si bada soprattutto al fatturato.

Intanto lo studio della Federazione Italiana va avanti, alla fine di dicembre erano stati reclutati già 730 ammalati con sclerosi multipla e 205 controlli sani. Risultati per adesso non ce ne sono. Nel frattempo è stato pubblicato un lavoro su Neurology da parte di un gruppo di ricercatori di Berlino, i pazienti non sono molti, 40 in tutto. Cosa hanno visto? Che non c’è nessun rapporto tra sclerosi multipla e stenosi della giugulare (leggi l'articolo). Un altro lavoro fatto in Italia, su 35 pazienti arriva alle stesse conclusioni. Ricercatori di Boston e di Montreal hanno persino provato a creare artificialmente una stenosi della giugulare nel topo (era ora, lo si sarebbe dovuto fare prima, molto prima di sottoporre tanti pazienti a una procedura che può anche essere pericolosa). Nessuno di quei topi sviluppa alcuna lesione né del cervello né del midollo spinale che ricordi quella della sclerosi multipla (leggi l'articolo).

Chi mi ha seguito fin qui penserà che ormai per la cura Zamboni non ci sono speranze e nemmeno per gli ammalati, purtroppo. Non è così. Zamboni ha avviato uno studio “Brave Dreams (BRAin VEnous Drainage Exploited Against Multiple Scleroisis) che si propone di valutare l’efficacia dell’angioplastica venosa nel controllo della sclerosi multipla. Chi lo finanzia? Associazioni di pazienti e Regione Emilia Romagna (una delle Regioni dove di solito fanno le cose bene per quanto riguarda la salute). Loro hanno scommesso sulla bontà della teoria di Zamboni al punto di trovare per questo studio 2,742 milioni di euro (leggi qui).

Intanto il presidente del comitato scientifico dell’Associazione Italiana per la Sclerosi Multipla ribadisce che “gli ammalati di sclerosi multipla devono avere chiaro che non esistono al momento motivi per farsi operare”. Il Lancet qualche tempo fa l’ha presa con filosofia. “Negli anni ne abbiamo viste di queste cose che come arrivano, spariscono”, certo che l’Italia in questo campo non si fa mancare proprio nulla. 

Articoli correlati

Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Il robot umanoide non è umano: intervista a Giulio Sandini

Giulio Sandini, direttore del dipartimento di Robotica, Scienze Cognitive e del Cervello dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, sorride accanto al robot antropomorfo iCub

Giulio Sandini, direttore del dipartimento di Robotica, Scienze Cognitive e del Cervello dell’Istituto Italiano di Tecnologia, tra i relatori al convegno sull’Intelligenza Artificiale al Museo Scienza e Tecnologia di Milano di martedì 27 febbraio, ci spiega sfide, promesse e limiti della tecnologia robotica, aiutandoci a comprendere le profonde differenze tra l’intelligenza di un robot e l’intelligenza umana. Nella foto, Giulio Sandini accanto al celebre robot antropomorfo iCub.

Quando si pensa ai robot, spesso nell’immaginario collettivo li si dipinge come umanoidi, dotati di un notevole grado di autonomia, pronti a mettersi al servizio dell’essere umano, quando non a prenderne il posto o addirittura, se la fantasia prende un segno negativo, a ribellarsi e spodestarlo.

Siamo piuttosto lontani dalla realtà.