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Nucleare iraniano, la diplomazia unica opzione praticabile

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La strada del negoziato è stretta, tortuosa, lenta e in salita. Ma è praticabile. E, comunque, non ha alternative. Il problema del “nucleare iraniano” non può in alcun modo essere risolto con le armi. Può e deve essere risolto solo con la diplomazia. È questa la posizione che l’Unione scienziati italiani per il disarmo (USPID) esprime già nel titolo, Iran: non vi sono soluzioni militari della controversia sul programma nucleare, del documento elaborato e approvato nei giorni scorsi, in vista di una nuova sessione del negoziato multilaterale che si apre il 23 maggio a Baghdad. Si tratta di un documento molto importante. Perché il problema sul tappeto costituisce una pericolo serio e attuale; perché è estremamente complesso e ha mille sfaccettature; perché il documento propone una soluzione articolata e, insieme, realistica; perché, infine, è stato elaborato da un gruppo competente e autorevole.

         1. I termini del problema e i rischi associati sono noti. L’Iran sta portando avanti un programma di sviluppo del nucleare civile. Questo programma è accompagnato da parole (il rifiuto da parte delle autorità iraniane di riconoscere il diritto di Israele a esistere, la minaccia di cancellare l’”entità ebraica”) e da fatti (il progetto di sviluppo di missili a media e lunga gittata in grado di trasportare testate atomiche fino in Europa, e dunque in gradi di abolire Israele) ambigui, tali da accreditare l’ipotesi che l’Iran voglia utilizzare il nucleare civile per allestire un arsenale nucleare. Il governo di Israele ritiene inaccettabile questa ipotesi. E minaccia di distruggere con le armi le installazioni nucleari iraniane. Qualcuno sostiene che l’attacco israeliano potrebbe avvenire nel prossimo autunno. Una simile azione avrebbe effetti potenzialmente molto seri, perché metterebbe a rischio la vita di molti civili, creerebbe un nuovo focolaio di instabilità politica in Medio Oriente, metterebbe in dubbio la sopravvivenza stessa del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (TNP) , cui l’Iran aderisce.

         2. La complessità del problema è enorme. Il programma di sviluppo del nucleare civile da parte dell’Iran è legittimo, nella forma e nella sostanza. E, tuttavia, è difficile da giustificare. L’Iran non ne ha bisogno e il programma sottrae risorse ad altri progetti di sviluppo. Inoltre il rischio che le conoscenze e i materiali acquisiti col “Nucleare civile” possano fornire da base per lo sviluppo, in tempi relativamente brevi, del “nucleare militare” è reale. E tuttavia la soluzione ventilata è a sua volta inaccettabile. Perché vedrebbe una potenza nucleare, Israele, che non ha firmato il Trattato di non proliferazione attaccare un paese che ha firmato il programma e che sta perseguendo un progetto civile formalmente legittimo. Vale la pena ricordare che il TNP nasce per proteggere gli stati che rinunciano all’arma atomica e aiutarli a utilizzare l’energia nucleare a scopi pacifici. Un attacco israeliano, favorito dagli Stati Uniti e/o dall’Europa, minerebbe la credibilità del TNP e annuncerebbe, probabilmente, una stagione di riarmo nucleare orizzontale a sua volta densa di pericoli.

         3. Il programma negoziale step-by-step, passo dopo passo, proposto dagli scienziati dell’USPID è un tentativo di uscire bene dall’intricata questione. È praticabile: perché modulare, progressivo e verificabile. E consente a tutte le parti in causa di raggiungere i legittimi obiettivi strategici senza perdere la faccia.

         4. L’organizzazione che lo ha redatto e lo propone è, insieme, competente e autorevole. L’Unione scienziati per il disarmo è nata dalla volontà di Edoardo Amaldi, un uomo che ha contribuito a fare della scienza un ponte di pace in Europa (ha promosso sia la creazione del CERN, il laboratorio europeo di fisica delle alte energia, di Ginevra, sia dell’ESA, l’agenzia spaziale europea). Anche oggi l’USPID è segue da vicino i processi di disarmo. Tra le sue fila conta persone che partecipano come tecnici ai tavoli negoziali a livello internazionale. Tra loro c’è Paolo Cotta Ramusino, segretario generale di quel movimento Pugwash, nato sull’onda del Manifesto firmato da Albert Einstein e Bertrand Russell nel 1955, che per la sua capacità di mettere a disposizione della diplomazia internazionale profonde competenze tecniche è stato insignito del premio Nobel per la pace.  

C’è, infine, un’altra ragione che rende importante il documento dell’USPID. E sono ragioni di prospettiva. Gli scienziati italiani rilanciano l’idea di fare del Medio Oriente «un’area libera da armi nucleari». Una condizione necessaria (anche se, forse, non sufficiente) per fare del medio Oriente un’area di pace. In cui tutti possano vivere  senza timori e nel reciproco rispetto. In questo momento la prospettiva sembra più che mai utopistica, lontana dalla realtà. Ma la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale può muovere le montagne.

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