fbpx Il museo geologico ha una casa | Scienza in rete

Il museo geologico avrà una casa

Primary tabs

Veduta aerea del Museo delle Civiltà, dove verranno ospitati i reperti dello storico Museo Geologico, inaugurato nel 1885 e chiuso nel 1995. Immagine: Mibact.

Tempo di lettura: 3 mins

"Oltre ‪100.000‬ di collezioni paleontologiche, provenienti principalmente da giacimenti in Italia, i più antichi risalenti a 570 milioni di anni fa; circa 55.000 campioni di collezioni lito-mineralogiche...una raccolta delle attrezzature e della strumentazione tecnico/scientifica utilizzata nel corso di 140 anni per il monitoraggio e l'analisi del territorio."

È una sintetica descrizione del Ministero della cultura di un patrimonio che pochi conoscono e al momento chiuso in casse di legno da trent'anni ma che presto potrebbe tornare a vedere la luce: il Museo Geologico. Una delle collezioni più importanti d'Europa che solo l'impegno di una manciata di enti e associazioni, una su tutte Italia Nostra, ha salvato da un misero destino.

Eppure il museo nacque sotto i migliori auspici: fu uno dei primi musei nati dopo l'unità di Italia, voluto fortemente da un uomo simbolo degli anni postunitari, Quintino Sella.

Quintino Sella (1827-1884) nel 1870. 

Più volte ministro delle finanze dal 1862 al 1873, ma anche grande studioso appassionato di mineralogia, Sella promosse la costruzione di un edificio per ospitare il Regio Ufficio Geologico e l'annesso Museo Agrario-Geologico. Costruito dall’ingegner Raffaele Canevari in stile liberty, il palazzo fu inaugurato il 3 maggio 1885 alla presenza di re Umberto I. Quintino Sella, che morì nel 1884, non poté mai visitarlo ma lasciò al museo la sua collezione di reperti raccolti durante la sua attività di geologo e alpinista (Sella fu tra i fondatori del Club Alpino Italiano).

Illustrazione dell'inaugurazione del Museo Agrario-Geologico, Roma 1885.

Negli anni successivi il museo e il servizio geologico hanno prodotto risultati importanti. Lì sono stati raccolti e analizzati per decine di anni i campioni lapidei, minerari e paleontologici provenienti dal territorio italiano: una attività che ha permesso di elaborare la Carta geologica d'Italia, strumento fondamentale per la rappresentazione e lo studio del territorio e delle sue risorse. E la collezione si è arricchita di importanti collezioni di marmi antichi donati o acquistati dallo Stato italiano che ne ha fatto bella mostra nelle esposizioni universali in tutto il mondo.

Palazzo Canevari, prima sede del Museo geologico nazionale. Immagine: Wikipedia.

Nel 1995 si decise di ristrutturare il palazzo per portare a compimento l'intento originale e farne il polo museale nazionale delle scienze della Terra: migliaia di fossili disposti su 2.400 metri quadrati vennero inscatolati e messi in un magazzino. Fino a oggi, perché da allora iniziò un percorso travagliato, tipicamente italiano.

Le strade del Museo geologico e di Palazzo Canevari si separarono: nel 2003 il governo, a caccia di liquidi, catalogò il palazzo -ormai vuoto e ancora in restauro- tra i beni da cartolarizzare e nel 2005 lo cedette a una società controllata dallo stato. Da allora si sono registrati vari passaggi di proprietà, fino a portare il palazzo tra i beni della Cassa depositi e prestiti che non ha mai inteso ripristinare il progetto originale. Non è andata meglio al museo: quasi se ne perse la memoria. Solo l'ISPRA, che dal 2008 è custode degli oltre 150.000 reperti, ha tentato di valorizzare le collezioni allestendo un museo virtuale ma di fatto i reperti sono rimasti sepolti in un magazzino, in condizioni non ottimali di conservazione e senza alcuna prospettiva di essere restituiti al pubblico e alla comunità scientifica.

Fino al 9 febbraio 2021, quando -forse- la storia ha iniziato a prendere una piega più favorevole. Il Ministero della cultura e l'ISPRA hanno firmato una convenzione che istituisce il Museo di Geopaleontologia italiana "Quintino Sella". Incaricati di valorizzare le collezioni sono il Museo delle Civiltà in collaborazione con l'ISPRA. Dovranno programmare progetti di comunicazione, didattica e ricerca. Una nuova vita al sogno di Quintino Sella.

 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

L`intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l`accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ "Ricerca e democrazia nell`epoca delle Big Tech" ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento. Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.

Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile.