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Molta politica e poca scienza dietro la chiusura delle scuole

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Non abbiamo abbastanza dati per valutare se l’apertura di inizio anno scolastico delle scuole abbia contribuito significativamente alla risalita dei contagi; e questo anche perché a settembre si sono sovrapposti più eventi, come il referendum costituzionale o la riapertura stagionale delle attività lavorative. Al netto delle incertezze, però, sembra che le scuole abbiano effettivamente contribuito poco all’aumento dei casi positivi. E se ora riaprire potrebbe costituire un azzardo, dobbiamo lavorare a un sistema di monitoraggio di quanto avviene nelle scuole per renderle sicure per il futuro. L'analisi di Guido Sanguinetti.

Immagine: Pixabay License.

L’Epifania si sarà anche portata via le feste, ma certo non si è portata via la Covid-19, né tantomeno le polemiche oramai croniche sulla gestione di questa crisi pluriennale. Ulteriormente esasperate negli ultimi giorni dalla decisione da parte della grande maggioranza delle regioni di tenere chiuse le scuole superiori e proseguire con la didattica a distanza (DAD).Tutti sono d’accordo che la DAD è un povero surrogato della scuola normale, e che una chiusura prolungata delle scuole causerà danni sostanziali e di lungo periodo ai nostri giovani, sia dal punto di vista educazionale sia nel loro benessere sociale e psichico. Inoltre, indubbiamente la DAD amplifica i divari tra studenti agiati e svantaggiati, e crea gravi problemi alle famiglie, soprattutto alle madri lavoratrici. La giustificazione per proseguire la DAD invoca la responsabilità, suggerendo che la riapertura delle scuole superiori farebbe riesplodere l’epidemia in una situazione già molto difficile. Ma nella situazione italiana, in cui la stragrande maggioranza delle attività rimangono aperte, tenere chiuse le scuole superiori implica un giudizio che le scuole rappresentano un pericolo superiore rispetto a bar, centri commerciali o luoghi di culto. Come scienziato e genitore, ho un doppio interesse nell’educazione dei giovani, e ho deciso di investigare l’evidenza scientifica che potrebbe supportare la decisione di tenere chiuse le scuole, lasciando aperte altre attività di massa.

Come tutti sappiamo, l’epidemia si propaga attraverso contatti interpersonali, per cui è certo che riaprire le scuole (senza fare altri cambiamenti) porterebbe ad un aumento di contagi che non ci possiamo permettere. Ma non tutti i contatti sono uguali: fare judo con un infetto è assai più pericoloso di prendere un caffè insieme, che è ulteriormente molto più pericoloso di fare una passeggiata in un parco. Quindi la domanda è: i contatti scolastici sono particolarmente pericolosi? Come molti hanno fatto notare, è certamente vero che in Italia abbiamo assistito ad una ripresa sostanziale dei contagi a inizio ottobre, ossia circa tre settimane dopo l’inizio della scuola. Ma questa correlazione da sola non implica causazione: molti altri eventi importanti ricadono nella finestra del contagio plausibile, a cominciare dal referendum sul taglio dei parlamentari, e senza dimenticarsi che settembre (come sempre) vede un forte incremento delle attività lavorative, nonché un ritorno ad incontrarsi più frequentemente al chiuso rispetto all’estate. Le semplici correlazioni temporali non permettono quindi di inferire un ruolo per le riaperture scolastiche nella ripresa dei contagi.

Altri dati, invece, suggeriscono che la riapertura delle scuole non ha avuto un impatto significativo sull’andamento dell’epidemia. I dati dei monitoraggi settimanali dell’ISS mostrano che l’età media dei nuovi infetti è sistematicamente cresciuta da agosto in poi, come si vede nella Figura 1. Se la crescita degli infetti fosse dovuta ad un gran numero di contagi in ambiente scolastico o peri-scolastico (ingressi/uscite, autobus), avremmo dovuto vedere almeno temporaneamente un abbassamento sostanziale dell’età media. Inoltre, nella settimana 5-11 ottobre solo il 3.8% dei contagi tracciati venivano ricondotti all’ambito scolastico (fonte ISS citata). Dato che la scuola ha meccanismi di tracciamento estremamente efficienti (il registro del mattino!), si può essere ragionevolmente sicuri che non ci siano stati grossi episodi di trasmissione scolastica

Figure 1: Età mediana dei nuovi infetti Covid-19 in Italia in funzione del tempo. Si nota, dopo agosto, un incremento rapido, un periodo di sostanziale stabilità dai primi di settembre a metà ottobre, e poi un’ulteriore graduale risalita. Area grigia percentili 25-75, area blu chiaro percentili 5-95. Fonte www.epicentro.iss.it

Queste considerazioni sull’Italia sono echeggiate in maniera più autorevole da un ampio studio dell’European Center for Disease Control, recentemente rivisto al 23 di Dicembre 2020. Anche questo studio sottolinea come la trasmissione in ambito scolastico non possa essere ritenuta responsabile della seconda ondata di Covid-19 in Europa, mentre in generale la responsabilità sia da attribuire alla ripresa delle attività dopo l’estate in un contesto di rilassamento delle misure di contenimento1. Ma allora, dove si trasmette il Covid-19? Un lavoro recente sulla rivista Nature ci fornisce degli indizi, ottenuti incrociando dati di mobilità telefonica e numeri di casi durante la prima ondata negli Stati Uniti2. La loro risposta: ristoranti, centri di fitness, bar, luoghi di culto3. La maggior parte di queste attività sono ancora aperte nella maggior parte d’Italia, seppure con limitazioni importanti. Da queste considerazioni, sorgono naturalmente due conclusioni: ovviamente riaprire le scuole superiori nella situazione corrente sarebbe un azzardo. Ma la chiusura delle scuole non è necessariamente l’arma più efficace per combattere l’epidemia; nonostante ciò, si è scelto di rinunciare a misure più efficaci e lasciare le scuole chiuse. Bisogna essere onesti che questa scelta è perfettamente valida, ma è una scelta politica, non dettata dall’evidenza scientifica.

Purtroppo, nella situazione corrente riaprire le scuole superiori sarà probabilmente impossibile, e ci dovremo invece aspettare nuove strette. Ma penso sia opportuno riconoscere che, consciamente o inconsciamente, chiudendo le scuole mentre altre attività sono rimaste aperte, abbiamo ancora una volta collettivamente privilegiato comportamenti che proteggono gli adulti scaricando i costi sulle nuove generazioni. Speriamo che non ci giudichino troppo severamente quando capiranno i sacrifici che gli abbiamo imposto.

 

Note
[1] Va tuttavia sottolineato che queste raccomandazioni potrebbero cambiare se si diffondessero nuove varianti con maggiore contagiosità tra i più giovani. Il tema è particolarmente rilevante riguardo alla cosiddetta variante inglese, che potrebbe appunto trasmettersi preferenzialmente tra i giovani.
[2] Chang et al, Nature 589, 85-87, 2021. Si veda in particolare la figura 2d.
[3] Va notato che le scuole nello studio di Chang et al sono state trattate separatamente, visto che molti giovanissimi americani non hanno uno smartphone.
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