L'outsider

Elezioni rettore Milano
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La professoressa Maria Pia Abbracchio, al centro, con il suo team di ricerca.

Da quando ha annunciato di concorrere alla carica di rettore, Maria Pia Abbracchio è stata segnata da questo marchio: l’outsider. Forse perché, pur essendo professore ordinario della Università degli studi di Milano e responsabile di una serie di incarichi importanti (Osservatorio della ricerca, Fondazione Filarete), non ha dato mostra di condividere in pieno l’attuale gestione dell’ateneo.

Forse outsider si riferisce anche al fatto che Abbracchio è una dei pochissimi docenti della “Statale” di Milano che può vantare la qualifica di Highly Cited, quindi con una posizione di eccellenza internazionale nella ricerca scientifica. Posizione che peraltro le dà diritto di far parte del Gruppo 2003 per la ricerca, di cui è vicepresidente (qui la sua bio).

Sta di fatto che nella corsa a tre per il rettorato, l’outsider, pur avendo rinunciato a correre come rettore dopo il primo appuntamento elettorale, ha invitato i suoi elettori a far convergere il loro consenso sul candidato che condivideva con lei la maggior parte degli obiettivi: Elio Franzini, filosofo e da tempo attivo nella macchina organizzativa dell’università (è stato anche preside di Filosofia).

Il 29 giugno, al termine del ballottaggio, si vedrà chi prevarrà fra Giuseppe De Luca, “delfino” del rettore uscente Gianluca Vago e l’ “oppositore” Elio Franzini, per ora su un piano di sostanziale parità.

Abbiamo posto qualche domanda a Maria Pia Abbracchio: l’outsider diventata improvvisamente l’ago della bilancia.

Lei è stata fatta oggetto di attacchi anche molto pesanti. Uno per tutti: aver “venduto” i suoi voti al candidato Franzini in cambio della promessa di ricoprire una serie di cariche strategiche. Come valuta questi attacchi?

Li valuto strumentali e non corrispondenti al vero. I voti non si vendono, i voti non sono di chi li riceve, i voti sono di chi li dà. Ho valutato le garanzie offerte da ambo le parti, il prof. De Luca e il prof. Franzini, affinché io potessi comunque realizzare il programma condiviso con i miei elettori, e ho trovato nel prof. Franzini la piena disponibilià ad attuare, in caso di successo, le proposte care al mio elettororato.

In cosa consiste l’alleanza fra lei e Franzini?

Consiste nel mettere a disposizione competenze provenienti da mondi straordinariamente ricchi e diversi, per vincere insieme, più forti, le sfide che ci aspettano. Lui filosofo, io scienziata: prendiamo il meglio delle nostre esperienze e le mettiamo a disposizione del nostro ateneo. Ci sarà comunque un unico Rettore, autorevole e capace di decisioni importanti; il quale, però, non lavorerà come un “uomo solo al comando” ma sarà affiancato da una persona con esperienze complementari che lo aiuterà a impostare le tematiche di cui lui non è personalmente esperto. Con una grande apertura a chiunque all’interno dell’ateneo voglia contribuire alla crescita della nostra università.

Lei che è ricercatrice di rango internazionale sa bene che in italia i ricercatori sono pochi, precari e mal pagati. Eppure sono loro che sostengono la ricerca del paese. Qualche proposta da realizzare in università per aiutarli?

Molte. Attrarre e chiamare giovani ricercatori. Fornire loro, anche dall’interno dell’ateneo, i fondi necessari a far partire i loro laboratori. Sostenerli con gli strumenti necessari ad affrontare con successo le sfide internazionali. Ma anche valorizzare le carriere dei ricercatori meno giovani ma preparati e meritevoli, perché nessuna risorsa e nessuna ricchezza deve essere sprecata.

Le nostre università spesso non sono aggiornate nella didattica. Cosa si potrebbe fare per renderla più moderna ed efficace?

Una didattica più partecipata, “ibrida”, che unisce la lezione frontale con metodologie innovative che permettano un maggior coinvolgimento dello studente, e un apprendimento sul campo, quello che ora viene definito come “experimental learning”.

Durante il recente incontro in Statale lei ha insistito insieme a Franzini sulla necessità di un Piano strategico per l’Università. Che caratteristiche dovrebbe avere?

Un piano strategico inclusivo, che parta dal basso, dai punti di forza dei vari Dipartimenti, e integri tutte le nostre competenze per renderci maggiormente competitivi sul territorio nazionale e internazionale. E che premi i Dipartimenti anche per la didattica di qualità che fanno, permettendo a tutti di crescere in modo armonico.

Il trasloco di parte della Statale in Expo rischia di snaturare profondamente Città Studi. Come evitare quello che sarebbe un vero e proprio delitto urbano?

Città Studi non morirà. Struttureremo un piano per farla rinascere con altri studenti nostri che si trasferiranno lì dalle strutture centrali. Alcune facoltà umanistiche hanno già espresso interesse a trasferirsi, e a ripopolare l’area con nuovi studenti, musei e attività dirette al territorio.

Come ricorderà questi sei mesi di campagna elettorale?

Come una campagna durissima e molto aggressiva, forse ancora di più di quanto credessi. Ma anche un’occasione straordinaria per conoscere tante realtà stupende del nostro ateneo e moltissime persone colte, preparate ed entusiaste con le quali spero davvero di poter lavorare nei prossimi sei anni.

 

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