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L’intelligenza dei materiali e il filo di Arianna

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Il chimico Marco Taddia recensisce Menti Parallele. Scoprire l’intelligenza dei materiali di Laura Tripaldi (Effequ, Firenze 2020, 232 pagine), un libro dedicato all’intelligenza dei materiali, naturali e artificiali.

Crediti immagine: Effequ.

Lo sapevate che la seta del ragno ha una tenacità che supera quella di pressoché qualsiasi altro materiale conosciuto, oltre alla capacità di adattare la propria risposta meccanica agli stimoli che riceve? Lasciamo al lettore il gusto di approfondire altre caratteristiche di questo materiale soft, come la “supercontrazione” e la capacità di “auto assemblarsi”, nel bel libro di Laura Tripaldi Menti Parallele. Scoprire l’intelligenza dei materiali (Effequ, Firenze 2020, 232 pagine), dedicato all’intelligenza dei materiali, naturali e artificiali.

Ma perché dedicare tanta attenzione, proprio adesso, a una seta che viene prodotta da almeno 200 milioni di anni nel ventre di un organismo che siamo abituati a considerare poco evoluto? Il motivo è che dovendo scegliere un materiale esemplare, una sorta di prototipo che possa indicare la direzione da seguire per progettare i materiali del futuro, la tela di ragno, secondo Laura Tripaldi, andrebbe al primo posto. Possiamo crederle, vista la sua competenza nel campo dei materiali. Infatti, oltre a essere laureata in chimica è dottoranda in Scienza e Nanotecnologia dei Materiali all’Università di Milano Bicocca. Tripaldi, originaria di Varese (1993), è una provetta divulgatrice, collabora a diverse riviste online e anche su Il Tascabile troviamo suoi interessanti contributi. Del suo libro si è parlato, tra l’altro, anche a Radio3 Scienza.

Il suo è un volume affascinante, di alta divulgazione, per lettori disposti a fare i conti con la complessità. Denota una solida formazione culturale, anche in campo filosofico, ragguardevole per la sua giovane età. Va letto fin dall’introduzione, perché lì si sottolinea subito il ruolo dell’interfaccia, facendoci capire che è un concetto tutt’altro che banale. Dovremmo immaginarla come una regione materiale in cui due corpi, in interazione reciproca, possono mescolarsi producendo un ibrido completamente nuovo. Questa idea, scrive: «può essere il punto di partenza per ripensare, più in generale, il nostro rapporto con la materia che ci circonda». Aggiornando il concetto di mente, si vede che l’essere umano perde il monopolio dell’intelligenza e si può capire che non solo i mammiferi ma anche gli invertebrati, le piante e i funghi si possono considerare soggetti di un nuovo universo percettivo e relazionale. Da questo punto di vista si può partire alla ricerca di una radice comune di tutte le intelligenze presenti nella materia.

I primi due capitoli “La tela di Aracne” e “Molte teste” sono dedicati a vere e proprie meraviglie della natura. Oltre la seta del ragno, trattata nel primo, nel secondo si parla di una melma policefala (Physarum polycephalum) il cui plasmodio è capace di comportamenti strabilianti. La “melma” è un organismo vivente che costruisce la sua intelligenza sulla membrana cellulare posta all’interfaccia con l’ambiente, per coglierne i segnali e interagire con esso. Si potrebbe accostare agli smart material attuali, come le leghe a memoria di forma o ai più recenti soft robot. L’evoluzione di questi ultimi conta su dispositivi, tra cui la “pelle elettronica” o e-skin, che potrebbe essere utilizzata per fornire ai robot una sensibilità al tatto simile alla pelle umana. Il libro si sofferma a lungo sul concetto di mente estesa, che investe la natura stessa della cognizione, oltreché su quello della embodied cognition che trova le sue radici nel pensiero di Maurice Merleau-Ponty, la cui Fenomenologia della percezione (1945) è un classico della filosofia.

Il terzo capitolo tratta dei sistemi complessi perché i comportamenti “intelligenti” dei materiali sono spiegabili solo alla luce delle teorie della complessità. Dobbiamo ricorrere alla comprensione della struttura relazionale interna dei materiali, se vogliamo spiegarci in qualche modo i fenomeni di un universo dinamico e multiforme. Le nanotecnologie e l’azione su scala nanometrica, sia in termini di manipolazione che di replicazione, sono ampiamente trattate. Si parla di self-assembly statico e self-assembly dinamico, anche in relazione allo sviluppo e al funzionamento della vita.

Non mancano riferimenti storici fondamentali come quelli al fisico Henri Bénard e alle sue celle di convenzione, oltreché ad Ilya Prigogine (Nobel 1977) che introdusse il concetto di struttura dissipativa. Poco prima della conclusione del capitolo si trova un passaggio chiave in cui l’autrice ci spiega che «progettare materiali complessi significa estendere la nostra mente alla relazione con altre menti per allargare le nostre potenzialità cognitive e percettive». Tutto ciò deriva dal fatto che la nostra capacità di comportarci in maniera intelligente è legata non solo al cervello ma anche al tessuto linguistico culturale e sociale in cui siamo immersi.

Gli ultimi due capitoli “Mostri viventi” e “La materia del futuro” fanno riflettere a fondo. Il primo è forse quello che spicca su tutti gli altri per arditezza di contenuti, ruotando attorno all’idea di una nuova continuità tra la materia vivente e quella non vivente. È merito della chimica, della scienza dei materiali e delle nanotecnologie se oggetti sempre più indistinguibili dagli organismi viventi stanno cominciando a vedere la luce. Diventano allora possibili nuove relazioni feconde con la materia. L’autrice insiste particolarmente sul pensiero di Donna Haraway, filosofa statunitense (Le promesse dei mostri, 1992), il cui nome è legato alla figura del cyborg e al femminismo, per ritrovare «una continuità perduta con la natura, scoprendo che non esistono barriere rigide tra materia inanimata, vita e tecnologia». Sempre citando Haraway, la nuova visione della scienza che scaturisce da queste idee, implica «la nostra liberazione dalle narrazioni encomiastiche e solari della storia della scienza e della tecnologia come paradigmatiche del razionalismo».

Il capitolo finale del libro si sofferma in larga parte sul legame tra alcune correnti del pensiero politico femminista e la tecnologia. Può darsi che la sottolineatura di questo legame possa disorientare qualcuno ma alla fine ci sembra che da Sadie Plant, Luce Iragaray, Karen Barad (fisica e filosofa) e da Jane Bennet (filosofa), si possa imparare qualcosa di vero e molto utile. In definitiva queste filosofe e scienziate ci consigliano di uscire dal labirinto in cui ci siamo cacciati ricorrendo a tecnologie più simili al filo di Arianna che alle ali di Icaro «forse più umili e meno ambiziose, ma astute e flessibili, capaci di entrare in relazione con la complessità della realtà in cui viviamo».

 

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Crediti immagine: Mauro Mucedda

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