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L’inquietudine dei dottorandi al tempo di Covid-19

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La pandemia ha interrotto molte attività, e mentre le scuole (con l'eccezione delle superiori) hanno dovuto affrontare un intervallo relativamente breve, le università hanno subito chiusure particolarmente pervasive. I dottorandi sono tra quelli a maggiore rischio di vedere alterata, spesso in modo peggiorativo, la propria carriera professionale. Cosa può fare l'università per superare le difficoltà?

Crediti immagine: ElasticComputeFarm/Pixabay

La pandemia di Covid-19 ha bruscamente interrotto molte delle attività formative in tutto il mondo. Mentre le scuole materne, primarie e secondarie di primo grado hanno avuto interruzioni relativamente brevi, il sistema scolastico superiore e le università hanno subito il lockdown in modo pervasivo, pagando un prezzo particolarmente alto. Se da un lato politiche restrittive sono necessarie a mitigare la pandemia, la velocità con cui queste sono state attivate e la loro assolutezza hanno avuto conseguenze sul percorso di studio di molti, con conseguenze sia sul morale sia sulle finanze. Tra tutti, i dottorandi sono tra quelli a maggiore rischio di vedere alterata, spesso in modo peggiorativo, la propria carriera professionale. Infatti, il percorso formativo del dottorando prevede nella maggioranza dei casi attività progettuali ora bloccate: effettuare esperimenti, frequentare le biblioteche, essere immersi in un ambiente fisico che trasmette conoscenze, avere discussioni faccia a faccia con propri pari e professori, tutto è sospeso.

La lotteria dei progetti di ricerca

Nel contesto di una pandemia, i progetti di ricerca diventano un gioco d’azzardo in cui alcuni vincono, pochi, e altri perdono, molti. Chi ha un progetto di ricerca teorico, in cui prevale la componente concettuale, potrebbe essere in una situazione neutrale, se l’isolamento sociale non ne intacca la verve. Chi ha progetti sperimentali invece, si trova in una situazione in cui è più facile vincere o perdere. La pandemia non solo ha chiuso o ridotto le ore in cui sono aperti i laboratori universitari, ma ha ridotto i budget istituzionali minacciando la disponibilità di sovvenzioni e fonti di finanziamento che sostengono la ricerca.

I dati non si generano inventandoli, anche se la fantasia sembra la sola arma di cui dispongono molti dottorandi in questo contesto. Lo scenario più frequente è che il dottorando veda posticipate da parte dei supervisori le varie scadenze: più tempo per produrre i dati, per scrivere i capitoli, per discutere la tesi. Questa soluzione però aumenta incertezza e ansia, perché il dottorato ha una fine fissata nel tempo, e il lavoro viene spostato inesorabilmente a valle, senza diminuire. Inoltre, il ritardo minaccia seriamente la progressione di carriera e un eventuale sbocco universitario.

Chi potrebbe vincere?

Chi ha iniziato un progetto di ricerca nelle scienze biomediche potrebbe avere la fortuna di cavalcare la pandemia, avendo l’opportunità di studiarne alcuni aspetti, trovando supporto per la raccolta e analisi dei dati e pubblicando su riviste prestigiose. Insomma, potrebbe bruciare le tappe. È quello che sembra accadere vedendo, per esempio, l’Università degli Studi di Milano citata da Science tra gli atenei con più ricerche all’attivo pubblicate relative a Covid-19. Si tratta di un risultato bellissimo di cui alcuni dottorandi (e specializzandi medici) hanno beneficiato, ma non generalizzabile.

Molti altri dottorandi hanno avuto esperienze opposte. I supervisori sono stati trascinati in prima linea, con poco tempo per seguirli. Le priorità sono cambiate velocemente, con progetti abbandonati perché non più ritenuti vincenti, e con loro i relativi dottorandi. Molti futuri dottori dotati di un sincero desiderio di aiutare si sono gettati anima e corpo nella pandemia, ma spesso con ruoli poco affini alla ricerca (per esempio il monitoraggio) e in modo scarsamente tutelato. Dopo diversi mesi può emergere come queste attività pandemiche sono concorrenziali rispetto ai progetti di ricerca, più che essere sinergiche.

Le molte ore investite nella lotta alla pandemia saranno quindi riconosciute, e in quale forma? Nelle pubblicazioni Covid-19 ci sono meno giovani e donne, se raffrontate con le pubblicazioni pre-Covid. Nonostante la sfida multisettoriale posta dalla pandemia richiedesse uno scatto in termini di innovazione e ricerca collaborativa, coinvolgendo i giovani, il primo anno se ne è andato nella mestizia. A fronte dell’investimento di tempo e energie per studiare metodi quantitativi e qualitativi, fondamentali strumenti in una risposta di salute pubblica, fatto dai dottorandi, la mobilitazione di questi è stata ridotta: progetti periferici o di qualità modesta, con riconoscimenti della propria competenza variabile, a volte minima.

Le tasche vuote

Molto si è parlato di ristori per attività commerciali, mai della sorte finanziaria dei dottorandi e delle loro attività. La pandemia espone gli studenti a scelte finanziarie impegnative: tenere o lasciare l’appartamento vicino al laboratorio, vedere rimandata la discussione della propria tesi, ridursi le opzioni di lavoro post-dottorato. I fondi per la ricerca si prosciugano, senza pari immissioni di nuovi fondi.

A maggio 2020 il Ministero dell’Università e della Ricerca pubblicava un bando da 22 milioni di euro per la presentazione di progetti di ricerca finalizzati ad affrontare la sfida pandemica. L’emergenza dettava tempi per un bando serrato, e prometteva finanziamenti tra i 20mila e 80mila euro da assegnarsi per l’autunno. Questo bando ha rappresentato un’occasione importante per i dottorandi perché meno complicato e selettivo rispetto a altri, e perché prometteva risorse da spendere rapidamente, come conviene a un dottorato che si sviluppa in uno spazio temporale breve. A febbraio 2021 i fondi sono ancora inutilizzati, mentre il prossimo giro di tasse universitarie si avvicina.

Cosa possono fare i dottorandi e le università per superare questo periodo?

Questo tempo in cui sono sospesi i momenti di incontro fisico ha generato sessioni infinite di incontri virtuali. Per i dottorandi sono occasioni per imparare, ma spesso sono anche lunghe ore passate in silenzio, con una comunicazione unidirezionale. Le sessioni in cui i docenti rimangono online e parlano solo i dottorandi sono ancora da inventare. Sono convinto che molti, tra cui io, sarebbero sorpresi dai temi proposti e trattati dai dottorandi, scoprendo che i vecchi triti e ritriti argomenti, durante la pandemia, possono ingenerare ulteriore frustrazione.

Il Covid-19 potrebbe essere un'opportunità per rallentare il ritmo del nozionismo accademico, per rimettere a fuoco linee di sapere più moderne, e condivise tra generazioni, e pluraliste. I giovani potrebbero richiedere di selezionare con più attenzione un sapere che supporti una crescita scientifica e culturale delle università e delle comunità che vivono intorno all’università. Le università potrebbero creare spazi e dare visibilità ai dottorandi, sostenendo anche economicamente iniziative di comunicazione, divulgazione e giornalismo, dirette dai dottorandi, e mettendole alla pari di altri eventi di facoltà.

In termini di ricerca, occorre tenere la barra dritta, senza cambiare rotta per inseguire studi sul Covid-19 che hanno scarse probabilità di avviarsi, e concludersi. Mantenere le priorità potrebbe ripagare una volta che la pandemia si esaurisca, con una redistribuzione degli interessi per argomenti lontani dalla pandemia. Se invece emergono nuove concrete possibilità legate alla pandemia, è lecito (e anche doveroso eticamente) cercare attivamente modi per contribuire. Inserire un progetto nel proprio dottorato sulla pandemia può dimostrare la capacità di chi fa ricerca di adattarsi a un contesto emergenziale, trasformando la crisi in un’opportunità. Se questo progetto è portato a compimento, insieme alle attività pianificate prima della pandemia, non si potrebbe che catalogare il percorso di studi come un successo. Una prova di resilienza personale e, a volte, di sistema.

 

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