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Le prime mosse di Biden per la transizione ecologica

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Sono passate due settimane abbondanti dall’insediamento della nuova amministrazione Biden-Harris e già il Presidente ha messo mano seriamente alla politica climatica del paese. Per esempio, rientrando nell’Accordo di Parigi, istituendo una Task Force nazionale per il clima e programmando blocchi e interruzioni di oleodotti e perforazioni alla ricerca di gas e petrolio.

Immagine: Joe Biden firma i primi atti ufficiali da presidente, 20 gennaio 2021 (whitehouse.gov). Elaborazione di Scienza in rete.

Joe Biden, dal giorno del suo stesso insediamento, ha firmato vari ordini esecutivi con l’intenzione di invertire al più presto alcune delle politiche promosse e portate avanti dal predecessore Donald Trump. Tra queste spicca il rientro nell’Accordo di Parigi, come per altro aveva annunciato sin dalla campagna elettorale. L’Accordo di Parigi non è un accordo che vincola gli stati firmatari – per ora tutti – a ridurre le emissioni di gas serra, ma fa leva sul controllo reciproco delle diplomazie internazionali affinché questo avvenga.

Tra le priorità dell’amministrazione Biden la lotta alla crisi climatica è al centro dall’agenda politica, scrive la Casa Bianca. A questo proposito verrebbe da chiedersi se gli Stati Uniti ora fossero pronti, con la COP26 in autunno, a rafforzare e magari provare a inserire clausole vincolanti. Antonello Pasini – fisico del clima al CNR che abbiamo intervistato per Scienza in rete – non crede che sia «facile che gli USA, anche se con Biden, accettino regole vincolanti, che non hanno mai voluto e che come liberisti hanno evitato anche con altre amministrazioni». Nonostante questo, visto che gli impegni presi dal nuovo Presidente sono consistenti, crede «che se anche gli USA si metteranno sulla strada che l'Europa ha già intrapreso, si potrà innescare un circolo virtuoso con effetti a cascata anche su tutto il resto del mondo. In un'economia globalizzata non si può rischiare di andare controcorrente».

Nel sito della Casa Bianca, alla pagina «Executive Order on Tackling the Climate Crisis at Home and Abroad», sono riportati i dettagli delle misure adottate finora in ambito climatico. Anzitutto, è riconosciuto e previsto un trasversale coordinamento tra i vari ministeri (energia, economia, ecc.), segretariati e uffici, che rende conto dell’inevitabile approccio integrato e interdisciplinare necessario ad arginare la crisi ecologica in atto. A questo proposito è stato istituito un ufficio per la politica climatica interna della Casa Bianca («White House Office of Domestic Climate Policy»), all'interno dell'ufficio esecutivo del Presidente, «che coordinerà il processo di elaborazione delle politiche climatiche interne». In più, è stata anche istituita una Task Force nazionale per il clima («National Climate Task Force»), presieduta dal Consigliere Nazionale per il Clima («National Climate Advisor»); figura che si aggiunge a quella creata ad hoc di Inviato presidenziale per il clima («Presidential Envoy for Climate») che verrà ricoperta dall’ex segretario di Stato sotto Obama, John Kerry.

Le intenzioni quindi sembrano piuttosto serie: riporta il Guardian che Gina McCarthy, la principale consigliera di Biden per il clima, avrebbe confermato che il Presidente sia intenzionato a invertire la rotta in più di un centinaio di politiche ambientali promulgate da Trump. Sembra essere il caso, per esempio, della costruzione dell’oleodotto Keystone XL che dovrebbe trasportare petrolio da raffinare dal Canada agli Stati Uniti, e che Biden vuole bloccare; come pure le perforazioni di petrolio e gas nei pressi dei parchi di Bears Ears e di Grand Staircase-Escalante nello Utah che sono rifugio nazionale di fauna selvatica artica.

Bloomberg dice che l’oleodotto Keystone, di 1.210 miglia, «è stato progettato per trasportare più di 800.000 barili al giorno di greggio canadese delle sabbie bituminose alle raffinerie negli Stati Uniti quando sarebbe dovuto entrare in servizio nel 2023» e che «avrebbe dovuto creare circa 13.000 posti di lavoro». Ma nei provvedimenti presidenziali, Biden afferma che l’America «ha bisogno di milioni di lavoratori dell'edilizia, della produzione, dell'ingegneria e dei mestieri specializzati per costruire una nuova infrastruttura americana e un'economia di energia pulita». Posti di lavoro, quindi, per fare la transizione ecologica. D’altra parte, sembra seguire i suggerimenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia che nel suo piano di rilancio stima un’occupazione di circa 9 milioni di persone tra il 2021 e il 2023 solo per la transizione energetica.

Come scrive il New York Times, bloccare le perforazioni alla ricerca di combustibili fossili «ha fatto infuriare l'industria petrolifera ed è diventato un tema centrale nella lotta per lo stato critico della Pennsylvania, dove il metodo di estrazione del gas naturale, noto come fratturazione idraulica, o fracking, è diventato un grande business». La capacità di Joe Biden sarà quindi esercitare anche una leadership adeguata a vincere le pressioni del mondo del petrolio e del gas. Combustibile fossile, quest’ultimo, spesso considerato erroneamente «di transizione» e su cui molte compagnie fossili ancora investono (tra le altre l’italiana Eni).

Anche un altro tema che ha caratterizzato la presidenza Trump, il muro col Messico, avrebbe ricadute ambientali. Nel Scientific American – che ha per primo apertamente appoggiato la candidatura di Biden – si legge che numerosi gruppi di natura ambientale (come il Center for Biological Diversity, Defenders of Wildlife, il Sierra Club o il Southwest Environmental Center) hanno indicato specifici punti in cui abbattere parte del muro. Come un «corridoio per la fauna selvatica migratoria in New Mexico» importante per «giaguari e una mandria internazionale di bisonti» oppure in corrispondenza del «fiume San Pedro in Arizona» che sarebbe «l'ultimo fiume a flusso libero nello stato fino da quando il muro è stato costruito attraverso di esso l'anno scorso» o anche il Quitobaquito Springs nell’Organ Pipe Cactus National Monument.

In generale, sembra proprio che tutta l’agenda politica dell’amministrazione Biden-Harris sia interamente basata sulla scienza, ma con eminenti responsabilità politiche. Su questo, per esempio, Science segnala la volontà di Joe Biden di voler aggiornare il «costo sociale» del carbonio, attraverso un apposito Working Group: la decisione, si legge, dovrebbe arrivare a breve. Come scrive Science, è presumibile pensare che salirà da «1 dollaro» sotto Trump a «125 dollari nel prossimo mese e ancora più in alto nel gennaio 2022». Evidentemente però non tutta la politica climatica può essere espletata tramite ordini esecutivi del Presidente: il Guardian, infatti, segnala che sarà più complicato del previsto attuare il tanto declamato Green New Deal, promosso tra gli altri dalla deputata democratica Alexandra Ocasio-Cortez. La maggioranza in Senato, difatti, è piuttosto risicata: i 51 senatori democratici (compresa Kamala Harris facente funzioni di presidente dell’aula) – contro gli altri 50 repubblicani – potrebbero non essere tutti così disponibili ad autorizzare poderosi interventi dello stato nell’economia americana.

Eppure, è particolarmente interessante la stima che riporta l’ultimo Emission Gap Report dell’UNEP, secondo cui le politiche climatiche dell’amministrazione Biden-Harris potrebbero portare da 3.2°C (attuale stima) a circa 2.5°C l’aumento di temperatura globale media per fine secolo. Secondo Antonello Pasini «sarebbe già un risultato, ma temo che non basti a evitare gli impatti peggiori dei cambiamenti climatici. Molti studi recenti fanno vedere che dopo i 2°C c'è un forte rischio che si inneschino fenomeni che possono portare la temperatura a "partire per la tangente" senza più possibilità di "controllo" da parte nostra. Io credo però che altri andranno dietro a questa tendenza verso la riduzione, che ormai sembra una tendenza anche dell'economia globalizzata».

Pasini si riferisce per esempio ai cosiddetti «tipping points» oltre i quali la reazione della biosfera in seguito all’innalzamento delle temperature – o al sovrasfruttamento degli ecosistemi – accelererebbe. Carbon Brief riporta nove punti di non ritorno, che hanno essenzialmente a che fare con la fusione di ghiacciai, spostamento dei biomi e cambiamenti nella circolazione atmosferica: perdita del permafrost, collasso di parte del ghiaccio antartico e della Groenlandia, l’interruzione del «capovolgimento meridionale della circolazione atlantica», spostamento del monsone dell'Africa occidentale e indiano, spostamento della foresta boreale, perdita della foresta amazzonica, morte della barriera corallina.

Tutto questo è evitabile con una strutturata transizione ecologica e, in gran parte, energetica a livello globale e per cui la COP26, come già detto, sarà nodale. Su questo però, grazie all’effetto sui mercati degli accordi internazionali più o meno stringenti e di investimenti pubblici più o meno mirati, bisogna apprezzare quanto i costi delle energie rinnovabili stiano diminuendo progressivamente e in alcuni casi precipitando. Il Department for Business, Energy and Industrial Strategy del Regno Unito nel 2020, a quanto scrive Carbon Brief, ha stimato il costo dell’eolico «onshore» per il 2025 a 46£/MWh e del solare a 44£/MWh, aggiornando le stime fatte nel 2013 (95£/MWh e 89£/MWh rispettivamente). Costi questi molto minori del gas – e l’uso di cattura e stoccaggio di carbonio non intacca le stime – (85£/MWh per il 2025) e del nucleare che addirittura procede in leggero rialzo (102£/MWh).

L’Amministrazione Biden-Harris quindi si inserisce in un contesto in cui il mercato ha già avviato un processo di transizione che però deve essere rafforzato e accelerato dall’azione coordinata degli stati. Ora che momentaneamente Trump è stato messo da parte, Stati Uniti ed Europa – anche in virtù della loro grande responsabilità storica di emettitori di gas serra – dovranno condurre da leader la decarbonizzazione dell’economia mondiale. A partire dal dialogo con la Cina che, secondo Antonello Pasini, ha «un ruolo assolutamente di rilievo. Tra l'altro, la Cina, da parte sua, ha dichiarato obiettivi di riduzione abbastanza notevoli, anche dietro una forte spinta dal basso (ricordo che in Cina si moriva veramente di inquinamento, e in parte vi si muore ancora). Più difficile è sicuramente la situazione dei rapporti con India e Brasile, anche se la spinta dal basso mi pare si cominci a sentire anche lì». Noi monitoreremo la situazione.

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Crediti immagine: Patrick Hendry/Unsplash

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