Le illusioni perdute dei dottori di ricerca

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© Università di Bologna - 2013

Secondo quanto emerge da un recente rapporto di Almalaurea, i dottori di ricerca italiani non sembrano essere molto soddisfatti della propria condizione attuale, specie quanto a possibilità di carriera. Solo poco più della metà (il 58%) di chi ha risposto al questionario (2.409 dottori di ricerca del 2016 provenienti da 15 atenei italiani) ha dichiarato che se potesse tornare indietro intraprenderebbe lo stesso percorso di studi. Un altro 25% si iscriverebbe a un dottorato simile all’estero (una persona su 3 fra quelli che durante il dottorato hanno effettivamente svolto un periodo all’estero), mentre 8 ragazzi su 100 cambierebbero decisamente strada.

Perdita di interesse? Offerta didattica scadente? No, obiettività sulla difficoltà di fare carriera in Italia o per lo meno di continuare il proprio percorso qui. Tre dati sono interessanti a questo proposito: il fatto che il 54% dei rispondenti abbia dichiarato che la possibilità di carriera è fra priorità per la scelta professionale post-dottorato, il fatto che nella valutazione che i dottori hanno dato alla propria esperienza, la voce “prospettive di carriera” è quella che ha ottenuto di gran lunga il punteggio più basso (5,8 su 10); e infine che solo il 21% in media dei dottori proverà a intraprendere la carriera accademica in Italia, cioè fare ricerca nel pubblico. Per la parte scientifica le cose vanno anche peggio: solo il 16% dei dottori in "hard science" pensa che sceglierà di tentare la strada dell’Accademia italiana, il 17% degli ingegneri e il 18% dei dottorati in discipline biomediche. Spera di restare invece il 30% dei dottorati in discipline umanistiche e in scienze economiche, giuridiche e sociali.

In generale a voler fare ricerca – che sia nel pubblico o nel privato, in Italia o all’estero, o un corso di post-doc – è il 60% di chi ha ottenuto un dottorato nel 2016.

 

Altro aspetto caratterizzante l’esperienza di dottorato è rappresentato dalla possibilità di pubblicare i risultati delle proprie ricerche. Nel 2016 però 2 dottori di ricerca su 10 non hanno pubblicato nei tre anni alcun articolo e, se consideriamo gli articoli a firma multipla su riviste internazionali, 4 su 10 non ne hanno. Le pubblicazioni a firma multipla su riviste internazionali sono molto presenti tra i dottori delle scienze di base e tra quelli della vita (rispettivamente l'82% e l'83%).

Inoltre, solo la metà dei dottori di ricerca (precisamente il 48%) ha svolto un periodo di studio all’estero e quasi tutti per iniziativa volontaria: solo per l’8% si è trattato di un’esperienza obbligatoria prevista dal piano di studio.

 

C’è infine la questione non certo secondaria dei finanziamenti. Solo il 77% dei dottorati è oggi finanziato, il che significa che più di 2 dottorati su 10 hanno dovuto pagarsi questi 3 o 4 anni di tasca propria, con differenze significative all’interno delle aree disciplinari: si va dall’89% dei dottorati con borsa per le scienze di base al 69% per le scienze umane. Niente di strano: sono numeri in linea con il D.M. 45/2013, che ha stabilito che per ciascun corso di dottorato attivato debbano essere erogati finanziamenti per almeno il 75% dei posti disponibili. Ed è vero anche che l’ultimo rapporto dell’ANVUR evidenzia per il periodo 2010-2014 un aumento della percentuale dei posti di dottorato finanziati, passati dal 61% all’80%. Tuttavia, il numero complessivo dei posti di dottorato (sia finanziati che non finanziati) attivati nello stesso periodo è sceso da 12.093 a 9.297.

Che si tratti di una delle conseguenze di questa prassi di finanziare non tutti i dottorati oppure no, sta di fatto che solo il 13% dei dottorati del 2016 proviene da una famiglia che lavora nell’esecutivo, che secondo la definizione di Almalaurea comprende operai, qualsiasi forma di lavoratore subalterno e assimilato e tutti coloro che sono considerati “impiegati esecutivi”, con contratti di diverso tipo. Al contrario, un dottorato su 3 proviene da famiglie di classe sociale molto elevata, figli di importanti dirigenti, o stimati professionisti. In particolare i dottori di ricerca in scienze economiche, giuridiche e sociali e in ingegneria provengono più frequentemente da contesti culturalmente più elevati: ha almeno un genitore laureato rispettivamente il 54% e il 50% dei dottori.

È interessante osservare infine che questa forbice diventa sempre più marcata mano a mano che si sale nel livello di istruzione: “Rispetto ai laureati di secondo livello del 2016" si legge "è nettamente più elevata la quota dei dottori di ricerca che provengono da famiglie con almeno un genitore laureato: sono il 44%, 10 punti percentuali in più di quanto osservato tra i laureati. Situazione analoga si osserva anche se si guarda al contesto socio-economico: il 31% dei dottori proviene da famiglie di estrazione elevata, contro il 25% dei laureati di secondo livello”.

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