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ISPRA: quali sono le minacce principali per gli uccelli

Un uccello vola accanto a un cavo elettrico

Un’analisi condotta da ISPRA su 623 esemplari appartenenti a 21 specie, nell’arco di 17 anni, rivela che le morti dell’avifauna provocate dall’essere umano sono quasi il doppio di quelle dovute a cause naturali. Elettrocuzione, collisioni con infrastrutture energetiche e bracconaggio sono le cause principali. La localizzazione dei singoli individui - e quando possibile la causa delle loro morti - è stata consentita dagli strumenti di tracciamento satellitare, diventati nel tempo più piccoli, leggeri e meno costosi. Crediti immagine: Kaitlan Balsam/Unsplash

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Dalla gravina di Matera - un profondo canyon nel Parco della Murgia Materana - a Campobello di Mazara sono circa 700 chilometri, se si va via terra. Tra le due località c'è anche lo stretto di Messina. Tra planate e volteggi, i chilometri diventano molti di più. È più o meno questo il percorso che ha fatto, in appena due settimane, una giovane femmina di capovaccaio, come raccontato dai suoi tracciati di monitoraggio. Rilasciata nell'ambito del progetto LIFE Egyptian vulture, è morta dopo sette mesi di vita in libertà in Sicilia a causa di un'infrastruttura elettrica.

Per molti esemplari di 21 specie, appartenenti a sei famiglie di uccelli, è probabile che la morte sia stata provocata, come per lei, dall'essere umano.

Elettrocuzione, collisioni con strutture, bracconaggio

Secondo una relazione tecnica del gennaio 2026, elaborata dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) per il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), le morti dovute all'uomo tra l'avifauna italiana sono 1,9 volte più frequenti di quelle naturali. Elettrocuzione, collisioni con linee elettriche e pale eoliche, bracconaggio e bocconi avvelenati sono le cause più comuni per i decessi causati dall'uomo.

Il documento, consultato tramite accesso civico, copre un periodo di più di 17 anni, da agosto 2008 a dicembre 2025, e riporta i dati relativi a 623 esemplari appartenenti a 21 specie di uccelli. Le cinque specie più rappresentate nello studio sono l'ibis eremita (Geronticus eremita) con 347 individui, l'aquila di Bonelli (Aquila fasciata) con 73, il grifone (Gyps fulvus) con 66, il nibbio reale (Milvus milvus) con 40 e infine il falco pellegrino (Falco peregrinus) con 20 individui. Tra le altre specie presenti nella relazione figurano il capovaccaio (Neophron percnopterus), la cicogna bianca (Ciconia ciconia) e il lanario (Falco biarmicus).

Stando ai ricercatori di ISPRA Alessandro Andreotti, Arianna Aradis e Pierpaolo Storino, tra gli autori del documento, la sfida principale dello studio «era quella di individuare e coinvolgere nel progetto i gruppi di ricerca italiani ed esteri impegnati in programmi di monitoraggio e conservazione dell'avifauna e, successivamente, raccogliere e armonizzare dati provenienti da fonti diverse per costruire un database unificato, base indispensabile per le analisi».

Per realizzare il lavoro, sono stati coinvolti oltre quaranta ricercatori di gruppi di ricerca attivi in Italia e all'estero nell'ambito del monitoraggio e della conservazione dell'avifauna, compresi numerosi progetti LIFE. «La grande disponibilità dei colleghi e la loro volontà di condividere dati ed esperienze hanno rappresentato un elemento fondamentale per il successo dell'iniziativa», sottolineano i ricercatori.

Grazie a questo sforzo collaborativo, la mappatura dei ritrovamenti risulta ben distribuita sull'intero territorio nazionale, consentendo così di rilevare le principali minacce per le specie lungo tutta la penisola e non solo in aree circoscritte. La localizzazione dei singoli individui - e in parte le cause delle loro morti - è stata possibile grazie agli strumenti di tracciamento satellitare, che sono diventati nel tempo più piccoli, leggeri e meno costosi.

Prima di questa tecnologia, spiegano i ricercatori, i dati venivano raccolti prevalentemente attraverso i centri di recupero della fauna selvatica (CRFS), con il risultato che «la problematica dell'elettrocuzione è stata fortemente sottostimata, in quanto gli animali folgorati difficilmente sopravvivono e dunque non vengono consegnati ai CRFS».

Rinvenire i corpi degli uccelli è stato però solo il primo passo e la successiva identificazione delle cause della loro morte non è stata facile. In circa un terzo dei casi non è stato possibile stabilire il motivo del decesso e l'analisi si è basata sui 508 casi in cui la morte era confermata o ritenuta molto probabile. Tra questi casi, la morte di 20 grifoni ha messo in luce una problematica meritevole di essere affrontata, secondo i ricercatori. Per questi individui, come si legge nel documento, «si è sospettato che il decesso fosse stato determinato dall'assunzione di sostanze tossiche; tuttavia, non essendo stato possibile effettuare analisi diagnostiche di laboratorio, la causa di morte è stata classificata come sconosciuta». Per questo, i ricercatori raccomandano di rafforzare i sistemi di raccolta e analisi delle carcasse presso gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali.

Quando i dati ci sono, però, il quadro che emerge è chiaro. L'elettrocuzione è la causa di morte più frequente tra quelle accertate, responsabile di oltre un quarto dei decessi. Il fenomeno è distribuito in maniera omogenea in tutta Italia, data la capillarità della rete elettrica. Secondo la ricerca, però, la sua frequenza è maggiore in alcune zone come il sud della Sicilia, dove le rotte migratorie verso l'Africa creano elevate concentrazioni di uccelli in spazi limitati. Tra le specie più colpite, la cicogna bianca, diffusa dalla Pianura Padana alle isole maggiori, spicca con il 70% dei casi di morte con causa accertata attribuibili a folgorazione, per quanto il campione sia contenuto. Numeri meno alti, ma ugualmente rilevanti, emergono per l'aquila di Bonelli, classificata come «in pericolo» dalla lista rossa italiana del 2021, e il capovaccaio, classificato come «criticamente in pericolo» nello stesso documento. Per entrambe le specie, le percentuali, calcolate sulle morti documentate, si attestano rispettivamente al 31% (su 39 casi accertati per l'aquila di Bonelli) e al 44 % (su 9 per il capovaccaio).

Per l'ibis eremita, recentemente reintrodotto in Europa, che migra da Germania e Austria attraversando il nord Italia fino alla laguna di Orbetello in Toscana, i casi di elettrocuzione rappresentano il 27% delle morti con causa accertata. Se si considerano solo le morti di origine antropica, il valore sale al 44%. L'espansione della rete elettrica negli ultimi anni e le proiezioni di crescita legate agli impianti di produzione di energia rinnovabile rappresentano, per i ricercatori, un importante segnale di allerta. Meno frequenti dell'elettrocuzione sono le collisioni, con cavi sospesi, pale eoliche o veicoli. I dati mostrano che per i nibbi questo insieme di cause costituisce il 20% delle morti antropiche, per gli avvoltoi il 17% e per l'ibis eremita il 12%.

I ricercatori nella nota tecnica sottolineano però che «la collisione contro le pale eoliche rappresenta un'altra importante causa di mortalità la cui rilevanza è destinata ad accrescersi nei prossimi anni, vista la rapida diffusione che gli impianti per la produzione di energia eolica stanno avendo sia onshore che offshore». Oggi l'eolico onshore, stando ai dati ISPRA, è la seconda causa di collisione, dietro i veicoli e davanti ai cavi elettrici.

Le soluzioni sono nelle raccomandazioni dell'IUCN

Per ridurre sia l'elettrocuzione sia le collisioni, le soluzioni presentate dalla relazione sono l'applicazione delle raccomandazioni dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) per la costruzione e la messa in sicurezza delle infrastrutture elettriche. Il documento, pubblicato nel 2022 con la partecipazione di esperti internazionali, elenca le principali soluzioni tecniche per affrontare queste minacce.

Per l'elettrocuzione, l'isolamento dei cavi con materiali come plastica, PVC e silicone, e l'aggiunta di posatoi e dissuasori sui sostegni.

Per le collisioni, l'installazione di segnalatori sui cavi e una pianificazione che tenga conto delle rotte degli uccelli.

L'impatto di questi interventi può essere considerevole. Secondo ricerche citate nel documento, mettere in sicurezza tra il 13% e il 23% dei sostegni potrebbe ridurre la mortalità dell'82-99% nelle zone a rischio. Indicazioni analoghe esistevano in Italia già nel 2008, quando l'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, oggi confluito in ISPRA, aveva prodotto linee guida su incarico del Ministero dell'Ambiente. Ma, spiegano i ricercatori, «il documento è stato poco utilizzato, probabilmente per una sottovalutazione di questa minaccia [elettrocuzione], non percepita nella sua gravità prima dell'avvento della telemetria satellitare».

Il peso della caccia illegale e altre cause

Per quanto riguarda gli abbattimenti illegali, la specie più colpita è l'ibis eremita, per cui rappresentano il 41% delle morti di origine antropica. Tra i rapaci, le più colpite sono l'aquila di Bonelli (24%) e gli avvoltoi - grifone, capovaccaio e gipeto - (8,6%). Per questo ultimo gruppo, tuttavia, la minaccia più frequente è l'avvelenamento, responsabile del 43% delle morti di origine antropica. I ricercatori avvertono: «Lo studio ha messo in luce anche quanto siano diffuse le uccisioni illegali causate da atti di bracconaggio e dall'uso di bocconi avvelenati. Anche in questo caso è necessario intervenire con urgenza promuovendo azioni coordinate volte a reprimere e prevenire questi comportamenti criminali».

Gli annegamenti in vasche artificiali sono invece la principale causa di morte provocata dall'uomo per i nibbi (35% dei casi), una minaccia, in apparenza, meno rilevante per le altre specie esaminate. Il fenomeno è concentrato nel sud della penisola e nelle due isole maggiori, dove le condizioni di aridità spingono gli uccelli a cercare acqua nei bacini artificiali. Ma non è la sete a ucciderli. Secondo la relazione, queste strutture «talvolta possono rappresentare delle vere e proprie trappole per come sono configurate le sponde».

Tutti questi episodi hanno un denominatore comune: accadono principalmente lontano dai centri urbani e dagli impianti industriali.

I dati mostrano che le morti antropiche si concentrano in aree a urbanizzazione medio-bassa, dove gli uccelli sostano durante la migrazione o trascorrono la vita quotidiana, ma dove trovano anche insidie potenzialmente letali.

La giovane femmina di capovaccaio folgorata alla Vigilia di Natale non è l'unica vittima di morte antropica tra gli esemplari monitorati della sua specie. Diego, un altro piccolo avvoltoio migratore, nato in cattività in Toscana presso il Centro Rapaci Minacciati e liberato in provincia di Matera nell'ambito del progetto LIFE Egyptian vulture, ha subito la stessa sorte. Di lui ci raccontano i ricercatori ISPRA Arianna Aradis e Alessandro Andreotti: «Dopo essersi perfettamente ambientato in natura e aver compiuto impressionanti migrazioni ed erratismi che lo hanno portato a visitare numerosi paesi, dal Ciad all'Austria, è morto nel suo quarto anno di vita, folgorato su un pilone di media tensione in Calabria, ai confini del Parco Nazionale del Pollino».

Per gli uccelli che vivono liberi o che verranno reintrodotti da progetti di conservazione, questo studio apre la strada per evitare le morti causate dall'uomo.

«I risultati che abbiamo ottenuto», affermano i ricercatori ISPRA, «hanno evidenziato come sia prioritario avviare azioni organiche e coordinate per la messa in sicurezza delle linee elettriche, partendo dalle aree dove il rischio è più elevato e intervenendo progressivamente sull'intero territorio nazionale».


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