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Invasione di locuste nel Corno d’Africa: parola d’ordine prevenire

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L'invasione di locuste in alcuni Paesi africani sta già facendo enormi danni, e si stima abbia messo milioni di persone in condizioni di grave insicurezza alimentare. Ma da cosa dipende questo fenomeno? E soprattutto, si poteva prevenire?
Nell'immagine: una locusta Schistocerca gregaria, la specie responsabile dell'attuale invasione. Crediti: Amanda44/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 3.0

Il cielo è scuro nel Corno d’Africa, tanto scuro da non poter più vedere il sole. Non si tratta di nuvole o di fumo, ma di milioni di insetti che si spostano in sciami devastando le coltivazioni. In questi mesi si sta infatti verificando un’invasione di locuste, la peggiore delle ultime decadi secondo la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura).

L’infestazione interessa una vasta zona che include Eritrea, Etiopia, Somalia, Gibuti, Kenia, Tanzania, Sud Sudan e Uganda, e ha iniziato a espandersi in Congo, Sudan, Iran, Yemen. Secondo la FAO, se non si riuscirà a contenere il fenomeno, ci troveremo in una delle peggiori crisi umanitarie, perché la devastazione dei campi comprometterà la sicurezza alimentare per gli abitanti di questi Paesi. Ma perché si sta verificando questa infestazione?

Una locusta trasformista

La responsabile di tanta devastazione è la locusta del deserto, o Schistocerca gregaria. La sua peculiare biologia le permette di sopravvivere al meglio nelle zone aride in cui abita: può infatti trasformarsi da specie stanziale e solitaria a gregaria e migratrice. Nelle zone desertiche in cui vive Schistocerca gregaria, le condizioni favorevoli per la riproduzione e la disponibilità di cibo si verificano in modo episodico e sono sparse su aree molto vaste.

Come abbiamo spiegato su Scienza in rete, la migrazione è una strategia che permette ad alcune specie di sopravvivere. Le locuste vivono nei deserti del Nord-Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico, cercando nutrimento e protezione tra la rada vegetazione presente. «Nella fase solitaria le locuste vivono isolate e non hanno contatti se non per l’accoppiamento», spiega l’entomologo Filippo Buzzetti, ricercatore presso la Fondazione museo civico di Rovereto. «Se però, per varie ragioni (come una siccità che riduce le risorse di cibo), si concentrano in una zona, le cavallette entrano in contatto fisico. Toccandosi attivano dei peli, che sono direttamente connessi al sistema nervoso e lo inducono a produrre serotonina. La serotonina agisce come motore fisiologico che porta le locuste alla cosiddetta gregarizzazione».

La trasformazione porta a un cambiamento radicale nell’aspetto delle locuste: nella forma solitaria le ninfe, ovvero i giovani individui che non hanno ali, sono verdi, e gli adulti sono marrone chiaro. Nella forma gregaria, sia le ninfe che gli adulti hanno una colorazione gialla e nera. «Si tratta di mimetismo aposematico, ovvero assumono colori tipici delle specie tossiche, in modo da scoraggiare i potenziali predatori», chiarisce Buzzetti. L’aspetto cambia talmente tanto che fino agli anni Venti del secolo scorso si pensava si trattasse di due specie distinte. Fu un entomologo russo, Boris Uvarov, a comprendere che si trattava di due fasi diverse della stessa specie.

Se si hanno più riproduzioni ravvicinate si verifica la cosiddetta fase di moltiplicazione, di cui esistono diversi stadi. Il primo, l’outbreack, è la fase di crescita rapida che porta alla formazione di sciami che riguardano un’area piuttosto contenuta, con un’estensione di circa 5 chilometri quadrati. Quando si hanno numerosi eventi riproduttivi incontrollati si creano ulteriori gruppi di ninfe e successivi sciami. In inglese questa fase è definita upsurge, che tradotto letteralmente significa impennata. Se l’upsurge prosegue indisturbato, si verifica la cosiddetta piaga. Una piaga può interessare contemporaneamente due o più regioni, e può avere una durata considerevole: nel Novecento se ne verificò una che durò 14 anni.

Migrazioni devastanti

Gli sciami di locuste si muovono in modo omogeneo, e usano una strategia di volo passivo, ovvero sfruttano le correnti d’aria per farsi trasportare. Si spostano in cerca di risorse alimentari e in condizioni idonee si riproducono, portando alla formazione di nuovi sciami. Possono coprire lunghissime distanze in poco tempo e volare ininterrottamente per venti ore. Nella fase solitaria preferiscono muoversi di notte, mentre quando sono gregarie volano in tutte le ore. In un giorno sono in grado di spostarsi di 150-200 chilometri. Ma possono fare migrazioni più sorprendenti: negli anni Cinquanta, nel corso di un’infestazione, le locuste arrivarono nel Regno Unito partendo dall’Africa dell’ovest. Nel 1988 arrivarono nei Caraibi dal Senegal, attraversando l’oceano Atlantico.

«Una volta che si è formato lo sciame e inizia a migrare è impossibile fare delle previsioni per capire dove le locuste si sposteranno», spiega Paolo Fontana, entomologo presso la Fondazione Edmund Mach e presidente della ong World Biodiversity Association. Uno sciame può contenere miliardi di individui ed estendersi per diversi chilometri quadrati.

Una singola locusta, lunga circa sette centimetri, può mangiare in un giorno l’equivalente del suo peso, circa due grammi. Secondo l’unità di crisi per le locuste della FAO, uno sciame di locuste dall’estensione di un chilometro quadrato può mangiare in un giorno l’equivalente di cibo necessario per sfamare 35.000 persone.

Un fenomeno legato a clima e alla gestione dell’ambiente

Le condizioni climatiche favorevoli per la pullulazione si creano quando si ha un’alternanza di piogge molto abbondanti seguite da periodi di siccità. Le piogge infatti creano un aumento della vegetazione di cui le locuste si nutrono. La seguente siccità fa sì che le risorse alimentari si concentrino in piccole aree, e in questo modo le ninfe possono trovarsi in contatto e innescare la trasformazione.

Nel caso attuale, la prima sciamatura si è originata tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, in seguito al verificarsi di due eventi climatici estremi nel 2018: il ciclone Mekunu a maggio e il ciclone Luban a ottobre. Incontrollato, lo sciame ha attraversato il mar Rosso arrivando in Eritrea ed Etiopia, e da lì si è espanso verso i Paesi confinanti. Come ci spiega Buzzetti, «la sciamatura è un fenomeno naturale, non è una novità dovuta ai cambiamenti climatici, anche se il riscaldamento globale potrebbe essere una delle concause». Documentazioni delle sciamature hanno datazione molto antica, e sono state descritte in diversi periodi storici: ad esempio, nella Bibbia vengono raccontate le cavallette come una delle piaghe d’Egitto. Nel libro dell’Esodo si legge: “esse [le locuste] coprirono la faccia di tutto il paese, tanto da oscurare la terra; e divorarono tutta la vegetazione del paese e tutti i frutti degli alberi che la grandine aveva lasciato; e non rimase più nulla di verde sugli alberi e sugli arbusti della campagna”.

Nei primi sessant’anni del Novecento si sono verificate cinque piaghe e diversi outbreack, distanziati di circa cinque anni. Poi, dopo gli anni Sessanta, c’è stata una grossa fase di recessione, con casi di minore entità e diluiti nel tempo. In Kenia, ad esempio, non si verificava una sciamatura da circa settant'anni, in Etiopia da 25.

Un fenomeno prevenibile ma poco curabile

Sia Buzzetti che Fontana concordano sul fatto che intervenire per limitare i danni sia fattibilissimo. Ma, come al solito, prevenire è molto meglio che curare, anzi, in questo caso curare è veramente complesso, mentre prevenire è possibile. Sugli sciami si cerca di agire con aerei che spruzzano insetticidi, ma si tratta di una strategia inefficace, oltre che deleteria per gli ecosistemi, visto che l’insetticida viene diffuso in grosse quantità e non è selettivo per le locuste. «La tecnica di intervento più efficiente non è sicuramente quella di trattare gli sciami con gli insetticidi quando iniziano a volare», spiega Fontana, «bensì quella d'individuare i focolai sul nascere. Le fasi di moltiplicazione sono lunghe. Le ninfe sono incapaci di volare, si spostano quindi camminando, per diverse settimane. Progressivamente aumentano di dimensioni e solo nell’ultima muta mettono le ali. Una volta che sciamano non si può prevedere dove andranno a finire. Ma se invece si monitora attentamente il territorio, si possono individuare le aree in cui le ninfe si concentrano, le cosiddette grillare, e intervenire con insetticidi, ma anche utilizzando funghi patogeni delle cavallette o meccanicamente, schiacciandole con dei rulli».

Arando bene il terreno si possono eliminare le uova, che le locuste depongono in modo concentrato nel terreno, al riparo dai predatori e dal sole. L’impiego di uccelli predatori in questa fase può essere molto efficace, oltre che ecologico. I due entomologi ricordano che nel corso di infestazioni avvenute in Italia da parte delle cavallette nostrane, l’impiego delle faraone è stato un’ottima soluzione, perché questo uccello è ghiotto dei giovani insetti.

«Le condizioni ambientali e politiche influiscono molto su queste pullulazioni», continua Fontana. «In genere si verificano in Paesi segnati dall’instabilità politica. Un altro importante fattore, considerata l’imprevedibilità degli spostamenti degli sciami, è dato dall’assenza di coordinamento tra Stati vicini».

La strategia della FAO

La FAO ha un programma apposito sulle locuste del deserto: la commissione per il controllo delle locuste (Desert Locust Control Committee), fondata nel 1954, che mette insieme sia i Paesi colpiti dalle infestazioni che quelli che sostengono le spese con donazioni. A Roma ha sede il servizio informativo per le locuste del deserto (Desert Locust Information Service, DLIS), che produce mappe mensili sulla situazione e formula delle previsioni trimestrali, attraverso dei modelli matematici che integrano stime della piovosità, andamento delle temperature e distribuzione delle locuste.

Il sistema si regge però su un monitoraggio che deve avvenire sul territorio in modo continuo, al fine di individuare i focolai. In tal senso la FaAO ha sviluppato Elocust3, una app che aiuta i rilevatori a trovare le aree verdi, recarsi sul posto e segnalare, una volta fatto il sopralluogo, l’eventuale presenza di gruppi di ninfe. In alcuni Paesi il sistema funziona, e un segno è dato anche dalla rarefazione degli eventi negli ultimi sessant’anni.

Ma affinché un sistema di early warning funzioni è necessario avere persone formate sul territorio, che possano muoversi in sicurezza per effettuare i rilievi. Condizioni non scontate in contesti caratterizzati da instabilità politica e conflitti. Come scrive Michel Lecoq, ex direttore del programma di ricerca e controllo delle locuste della FAO, già nel 1987-88 e nel 2003-2004 si verificarono due invasioni di grande entità legate all’inefficienza o inapplicabilità dei sistemi preventivi in molti Paesi, dovuti all’assenza di squadre di monitoraggio ben equipaggiate e formate, alla mancanza di fondi di emergenza e alla lentezza nelle donazioni da parte dei Paesi finanziatori.

L’emergenza attuale

La situazione attuale è altamente critica in Kenia, Somalia ed Etiopia, dove le locuste si stanno riproducendo, e si stanno quindi formando nuovi sciami. Se non saranno trovate e distrutte, le uova si schiuderanno tra marzo e aprile, in corrispondenza della stagione delle piogge e soprattutto con quella dei raccolti. Le previsioni non sono incoraggianti, perché si prevede una moltiplicazione di 400 volte il numero delle locuste attuale, che per l’estate potrebbero espandersi a est verso l’India e a ovest in Sudan. Il costo stimato dalla FAO per intervenire in modo rapido e arrestare la formazione degli sciami è di 138 milioni di dollari. Ad oggi, ne sono stati raccolti 52; l’Unione Europea ha donato 11 milioni, la Germania 17.

Secondo la classificazione ufficiale della sicurezza alimentare, IPC (Integrated Food Security Phase Classification), nelle zone interessate dall’infestazione ci sono già 20,2 milioni di persone che in questo momento stanno affrontando una fase acuta di grave insicurezza alimentare, che rappresenta il gradino precedente alla crisi umanitaria. Se le locuste si diffonderanno e distruggeranno i campi prima della raccolta, la situazione può degenerare. Il Corno d’Africa è già colpito da siccità, inondazioni e conflitti locali.

La devastazione dei campi comporterà un effetto a cascata: diminuzione delle derrate alimentari per le persone e il bestiame, morie di quest'ultimo, crescita incontrollata dei prezzi di mercato. In situazioni di crisi umanitaria aumenta la mortalità delle persone in modo esponenziale, si facilita l’insorgenza di epidemie e di conflitti. Il tutto potrebbe verificarsi già dalla metà del 2020.

Prevenire è la parola chiave, e si deve agire prima che le nuove generazioni di locuste prendano il volo.

 

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