E' successo di nuovo, ad Atrani

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È successo di nuovo ad Atrani, 924 abitanti, uno splendido borgo della costiera amalfitana, e uno dei comuni più piccoli d’Italia. Ma è anche uno di quelli più esposti al rischio frane. Già il 4 gennaio di questo 2010 una frana si era abbattuta sul piccolo borgo travolgendo il ristorante Zaccaria e uccidendone lo chef. Quel locale non doveva trovarsi in quel posto fortemente esposto al rischio. E certo se non ci fossero nemmeno quei 924 abitanti non si starebbe a piangere vittime e a lamentare danni. Ma non è così che si ragiona. Se volessimo “liberare” di abitanti tutte le aree esposte a rischio la Campania si spopolerebbe e avremmo finalmente una regione a rischio zero. Perché il rischio non dipende tanto e solo dalla probabilità che si manifesti un fenomeno naturale -pioggia, frana, terremoto, eruzione vulcanica-, ma soprattutto dalla sua vulnerabilità. E poichè la vulnerabilità dipende dalla quantità di popolazione e dai suoi manufatti, meno ce n’è minore è il rischio, e se non ce ne è proprio il rischio raggiunge l’agognato zero.

Evidentemente non è questa la soluzione che, al contrario, consiste nella capacità che è anche una possibilità, di consentire alla popolazione residente in aree a rischio di vivervi serenamente. È quella che si chiama convivenza col rischio. Naturalmente non con tutti i potenziali rischi si può convivere allo stesso modo. La  possibilità è concreta con i terremoti; non lo è altrettanto con le eruzioni vulcaniche, le frane, le alluvioni nel momento in cui questi fenomeni si materializzano. Perciò la convivenza si realizza soprattutto con la capacità di prevenire il rischio che si accompagna a questi fenomeni naturali ben noti nelle loro caratteristiche e nelle loro dinamiche.

Nel caso di Atrani e dell’intera penisola sorrentino-amalfitana è ben nota la naturale propensione al dissesto in tutte le sue manifestazioni attestata dalle cronache dei disastri provocati da frane e smottamenti delle sue colline. E se si osservano le date di questi disastri e il loro intensificarsi negli ultimi cinquanta anni si capisce anche quanta responsabilità vada attribuita ad azioni umane speculative quali la cementificazione spinta delle aree collinari che hanno accelerato le dinamiche naturali e aggravato il carico di danni e vittime.

Ma, ancorchè recenti e tali, quindi, da essere più facilmente ricordati, questi eventi non hanno insegnato nulla e la storia si ripete sempre uguale: ad Atrani nove mesi dopo, ma, giusto dieci anni fa, nella notte tra il 9 e il 10 settembre del 2000, una fiumara in piena travolse il campeggio "Le Giare" di Soverato, provocando 13 vittime e, andando più indietro nel tempo e fermandoci ai disastri più emblematici e significativi, troviamo la lava di fango a Sarno, le alluvioni di Firenze e Venezia, la frana del monte Toc nella diga del Vajont,  le esondazioni del Po nel Polesine. Disastri il cui carico di vittime e di danni economici viene calcolato, rispettivamente, in  oltre 8.000 morti e in oltre 150mila miliardi di lire negli ultimi cinquant’anni.

Il tutto perché mai si è affrontato il problema con interventi che si proponessero di rimuovere una volta per tutte le cause di rischio. Non si è mai affrontato in questo modo il problema, ma si è preferito ricorrere a quella che ho sempre definito una “politica del rattoppo” che l’indomani di un’alluvione, di una frana, di un terremoto è intervenuta con interventi tampone che hanno messo pezze, tamponato falle, ma mai rimosso le cause del rischio.

Gli interventi costano e il ministro Tremonti, con riferimento al lavoro nelle fabbriche, ha detto che la sicurezza negli ambienti di lavoro è un lusso che non ci possiamo permettere. E così operai continuano a morire in evitabili incidenti che si ripetono sempre uguali, ad esempio ogni volta che qualcuno di loro va a pulire una vasca ricolma di gas tossici. Figurarsi quanto venga considerato un lusso l’insieme di interventi per mettere in sicurezza la vita di una cinquantina di milioni di abitanti.

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La sinfonia n° 13 di Šostakovič

L'annientamento della popolazione ebraica sul posto, al di fuori dei campi di sterminio, che i nazisti perpetrarono nella loro avanzata verso est dal mar Baltico al mar Nero, copre numericamente quasi la metà della Shoah. Babij Jar è un burrone non lontano da Kiev che, quando i tedeschi occuparono la città ucraina nel settembre del 1941, divenne la tomba della popolazione ebraica residente. E di intellettuali, partigiani ucraini, soldati prigionieri, addirittura calciatori della Dinamo che non si erano voluti far battere dalla squadra delle Forze Armate tedesche, ladri comuni, decine di migliaia di rom. A questo luogo, o meglio a ciò che rappresenta, Evgenij A. Evtušenko dedicò un poema, i cui versi sono stati immortalati dalla loro inclusione nella sinfonia n° 13 di Dmitrij D. Šostakovič. Poiché la sua intenzione era di rendere omaggio alle vittime innocenti non solo del nazismo, ma anche dello stalinismo, Šostakovič chiese poi a Evtušenko altri testi da introdurre nella sinfonia, che furono poi modificati su pressione di Nikita Chruščëv: “Vorrei scrivere una sinfonia per ciascuna delle vittime, ma è impossibile ed è per questo che dedico a tutte loro la mia musica”.
L'articolo di Simonetta Pagliani in occasione del Giorno della Memoria.
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La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo.