fbpx Due errori logici contro l'Alzheimer | Scienza in rete

Due errori logici contro l'Alzheimer

Primary tabs

Tempo di lettura: 3 mins

Vi sono proteine, come la beta amiloide o la tau, che si accumulano nel cervello dei malati di Alzheimer, e sono quindi oggetto di molti studi per comprendere meglio la demenza e trovare il modo di sconfiggerla. Sull'ultimo numero di Archives of Neurology, per esempio, due articoli e un editoriale sono dedicati al dosaggio di queste proteine per individuare i malati di Alzheimer o coloro che lo stanno diventando.

Quest'ultima possibilità, per le implicazioni che possiede, è dirompente, e merita una messa a fuoco.

Il gruppo belga di Geert Meyer descrive un “profilo” di tre proteine nel liquido cerebrospinale (ottenibile solo con una puntura lombare) che individua correttamente il 90% dei malati di Alzheimer. Il guaio è che lo stesso “profilo” da Alzheimer si trova inaspettatamente anche nel 36% dei soggetti anziani del tutto sani dal punto di vista cognitivo. Se ne dovrebbe dedurre che si tratta di un test del tutto inutile, per la scarsa specificità, oltre che improponibile per l'invasività: infatti un semplice calcolo consente di mostrare che un test “positivo” per Alzheimer sarebbe nella stragrande maggioranza dei casi un falso positivo, a meno che l'interessato non avesse già una malattia conclamata (e anche in questo caso il test non aggiungerebbe nulla a quanto già noto).

Invece i ricercatori dell'Università di Ghent da quel risultato inatteso traggono una conclusione completamente diversa, e cioè che “la patologia dell'Alzheimer è attiva e individuabile prima di quanto sinora si sia pensato”.

Seguendo il filo di questa interpretazione, due commentatori americani sulla stessa rivista si proiettano mentalmente in un futuro in cui siano disponibili trattamenti capaci di proteggere il cervello dai guasti della beta amiloide, e vedono a quel punto l'opportunità di uno screening di massa (con puntura lombare!) per individuare precocemente chi sarebbe destinato a un declino cognitivo o al vero e proprio Alzheimer.

Nel ragionamento sono impliciti due errori logici, che già stanno facendo guasti nel campo dei tumori e delle malattie del cuore e dei vasi, e che si stanno ora diffondendo per tutte le malattie degenerative.

Il primo abbaglio consiste nel dare per scontato, come fanno i neuroscienziati belgi, che le persone sane nel cui liquido cerebrospinale si trova il profilo proteico da Alzheimer siano tutte destinate, prima o poi, a sviluppare la malattia conclamata. Questa presunzione invece, non solo dovrebbe essere verificata empiricamente (gli autori non portano alcun dato a sostegno), ma appare anche poco verosimile, data che la frequenza vicina al 40% con cui il profilo patologico si presenta nella popolazione anziana esaminata è decisamente (e fortunatamente) superiore a quella con cui si manifesta la malattia.

Il secondo equivoco consiste, in questo come in molti altri casi simili, nel sottovalutare le conseguenze negative di questa “sovradiagnosi”, un concetto ancora ostico per molti clinici e anche per qualche ricercatore, che viene tuttora confuso con quello di falso positivo. La sovradiagnosi consiste nell'individuare, con strumenti o esami, una condizione che esiste realmente (quindi non è un falso positivo), ma che non ha ancora prodotto conseguenze per la salute e sarebbe destinata a non produrne mai.

Questo probabilmente è il caso del “profilo Alzheimer” nella maggior parte degli anziani sani che lo possiedono. Il guaio è che, una volta avvenuta la sovradiagnosi, il destino del malcapitato cambia, e quella condizione che sarebbe rimasta di per sé senza conseguenze, ne produce molte (etichetta di malattia, trattamenti inutili e dannosi eccetera), provocando nella maggior parte dei casi un danno netto.

Arch Neurol. 2010;67[8]:949-956
Arch Neurol. 2010;67[8]:918-920


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Insetti nel piatto: oltre la barriera del disgusto

piatto con insetti

Tra norme sui novel food, pregiudizi culturali e reazioni di disgusto, gli insetti commestibili restano in Europa un cibo “impossibile”, nonostante siano una risorsa alimentare per miliardi di persone e una promessa per la sostenibilità. Un nuovo programma di ricerca italiano mostra però che informare non basta: per cambiare davvero ciò che mettiamo nel piatto bisogna agire sulle emozioni, sulle aspettative e sui modelli sociali che guidano le nostre scelte. Ce lo racconta il team che ha guidato il progetto, i risultati del quale saranno presentati in un incontro pubblico il prossimo venerdì a Milano.

La transizione ecologica passa anche dai cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma queste restano spesso intrappolate tra pregiudizi culturali e tecnicismi legislativi. In Europa, dal punto di vista normativo il confine è netto: ogni alimento privo di una storia di consumo significativo prima del 15 maggio 1997 è considerato novel food e soggetto a rigorose autorizzazioni.