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Curare il tumore al seno, ma non scordare il cuore

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Nei tumori al seno Her2 positivi la terapia mirata, aggiunta alla chemioterapia tradizionale, aumenta la sopravvivenza, ma talvolta a prezzo di uno scompenso cardiaco.  Un tumore al seno su cinque presenta, sulla superficie delle sue cellule, un recettore di crescita epiteliale detto Her2: una caratteristica questa che fino all’introduzione del trastuzumab, un anticorpo monoclonale prodotto in laboratorio e mirato specificamente contro questo bersaglio, rendeva la malattia particolarmente minacciosa e più difficile da trattare. Il farmaco biologico migliora la prognosi del tumore, ma danneggia il cuore. Un gruppo di giovani ricercatori italiani delle Università di Milano e Modena, in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha quindi condotto una revisione Cochrane degli studi esistenti a questo riguardo per cercare di capire quanto pesino i pro e i contro della cura.

Mettendo insieme i risultati di otto diversi studi che mettevano a confronto gli effetti della sola chemioterapia tradizionale con quelli in cui veniva aggiunto il farmaco mirato, i ricercatori italiani hanno potuto prendere in considerazione una casistica estesa a quasi 12.000 donne colpite da un tumore al seno Her2 positivo in fase precoce, ancora operabile e che non aveva mandato in circolo metastasi. In media era stato possibile seguirne lo stato di salute per tre anni dopo la fine delle cure.

In questo periodo, tra le donne trattate con trastuzumab, la mortalità è stata di un terzo inferiore rispetto a quella di chi aveva ricevuto solo la chemioterapia. Ma il numero di quelle che hanno manifestato danni al cuore è stato superiore di ben cinque volte.  «Questo significa che, per ogni mille donne con tumore al seno Her2 positivo che ricevono la terapia standard, senza trastuzumab, dopo tre anni ne saranno ancora in vita 900; su mille a cui viene dato anche il farmaco mirato in aggiunta alla terapia standard, ne sopravvivranno 33 di più» spiega Lorenzo Moja, ricercatore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Milano che ha coordinato la ricerca, nell'ambito del programma di supporto alla ricerca indipendente finanziato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). C’è però anche il retro della medaglia. Sempre partendo da un ipotetico campione di 1000 donne trattate col nuovo farmaco, 26 andranno incontro, per effetto del farmaco, a uno scompenso cardiocircolatorio, che si verificherebbe invece solo  in 5 casi tra quelli assegnati alla sola chemio.

«Va anche detto però che il danno al cuore non è irreversibile» precisa il ricercatore, «purché la cura venga sospesa ai primi segnali di allarme».

Chi si occupa di tumori sa bene che le nuove terapie, purtroppo, tranne pochi casi selezionati, non hanno nulla di miracoloso e spesso prolungano la sopravvivenza solo di poche settimane. Non è nemmeno vero, come talvolta si pensa, che questi farmaci, molti dei quali appartengono alla categoria dei cosiddetti “biologici”, siano del tutto privi di effetti collaterali. Il loro ruolo rispetto alla chemioterapia tradizionale, che tra l’altro di solito affiancano, e non sostituiscono, deve essere quindi ben valutato di caso in caso, e non solo per i loro costi. 

La scelta andrebbe fatta di comune accordo tra medico e paziente, soppesando nei singoli casi rischi e benefici. «Nel caso del trastuzumab per il tumore al seno Her2 positivo, si può dire alla luce del nostro studio che il trattamento con il farmaco apporta più vantaggi che danni nelle donne in cui è alta la possibilità di recidiva del tumore e che non sono a rischio di malattie cardiache» conclude Roberto D’Amico, ricercatore presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Modena. «Il bilancio tra rischi e benefici è però meno chiaro e deve essere valutato con cautela per le donne che hanno bassa probabilità di recidiva della malattia, per esempio in quelle che hanno tumori di dimensioni molto piccole, e per quelle in cui una situazione cardiovascolare non ottimale fa temere un maggiore rischio di complicazioni cardiologiche».  

E’ vero quindi che le cure devono essere personalizzate, ma non soltanto in base alla presenza dell’uno o dell’altro recettore. Dipendono dalla persona nel suo insieme, che non è fatta solo di fattori di rischio, ma anche di priorità e valori personali, che possono cambiare dall’una all’altra, e di cui i medici devono imparare a tenere conto. Roberta Villa


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