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Coronavirus e rassicurazionismo

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Ora che si intravede il raggiungimento del picco dei casi di Covid-19 e quindi a breve l’inizio della discesa, si comincia  a giocare una partita importantissima, dove la diminuzione dei contagi e lo stress da clausura domestica indurrà la gente a allentare le precauzioni, generando proteste e una ripresa del contagio. Come accaduto nel primo mese dell’epidemia, anche ora è quanto mai importante una comunicazione responsabile da parte di autorità e media. Per questo ritengo ricordare quanto successe a L'Aquila appena prima e durante il terremoto dell'Aquila del 2009.

La lezione dell’Aquila

I media generalmente preferirono titolare “scienziati assolti”; ma, dopo il terremoto dell’Aquila, il processo alla Commissione Grandi Rischi si chiuse con la condanna di uno degli esperti imputati, riconosciuto colpevole dalla giustizia italiana perché – in mezzo a una sequenza sismica in crescita da mesi – postulò durante un’intervista televisiva che non vi fosse pericolo alcuno, invitando i cittadini a bersi un bicchiere di Montepulciano. Da lì una rappresentazione sociale di assenza di pericolosità – ancorata sul concetto di “sciame sismico” e oggettivata nel significato di “scarico positivo di energia” – contagiò immediatamente il senso comune locale, diffondendosi orizzontalmente nell’area a rischio a macchia d’olio e propagandosi verticalmente tra i suoi strati sociali.

Quella diagnosi rassicurante calò così dall’universo dei saperi esperti a quello consensuale della vita quotidiana, trasformata in una credenza con cui la gente, affamata di spiegazioni con cui saziare la montante paura, dava senso all’evento perturbante, cercando di addomesticarla come qualcosa d’innocuo.

Come consulente tecnico per l'Accusa spiegai in questo modo come quella comunicazione, diminuendo la percezione del rischio, aveva aumentato l"esposizione al pericolo (il pericolo di morire travolti dal sisma, che poi è arrivato), ponendosi, in determinati casi, come concausa reale di morte. Come antropologo culturale, da dieci anni cerco di chiarire che quella vicenda non riguarda solo il dettaglio di quanto successe all’Aquila, ma sottende uno schema generale che ci informa in modo emblematico su quello che avviene spesso, troppo spesso, di fronte a molte emergenze collettive, e che troppo spesso ignoriamo, con conseguenze nefaste. Il titolo di quella consulenza era proprio "rassicurazionismo".

Aperitivi prima della catastrofe

Ora provo sgomento vedendo la foto di Nicola Zingaretti con il suo allora apparentemente innocuo invito all"aperitivo milanese il 27 febbraio scorso, a epidemia appena iniziata. Provo sgomento perché poco dopo quell’invito Zingaretti il coronavirus lo ha contratto (e per fortuna ne è guaritio ufficialmente ieri, 30 marzo 2020, ndr.). Il corpo di Zingaretti è stato contagiato dal coronavirus perché prima la sua mente, e quella di moltissimi altri, fra politici e gente comune, era stata in qualche modo contagiata dalla rassicurazione che ha preteso di derubricare il coronavirus a “semplice influenza”.

Ancorare questa epidemia in crescita esponenziale globale al termine “influenza” e oggettivarla in tal modo nel significato (peraltro scientificamente non corretto) di “malanno passeggero generalmente innocuo” ha facilitato inavvertitamente il contagio. Per riparare i danni prodotti attaverso certi messaggi, ritengo che sia il caso che questa parola, rassicurazionismo, entri nel linguaggio pubblico. È ora che sia chiaro che il rassicurazionismo è pericoloso come l"allarmismo, o peggio.

Comprendere il pericolo del rassicurazionismo per salvare vite umane

La parola "Rassicurazionismo" non esiste, al momento non è nient’altro che il contrario puro di "allarmismo", un termine che manca dal senso comune. Esiste solo in potenza, nel cono d’ombra delineato dalla parola a cui si oppone. E’ proprio il suffisso "-ismo" a conferire al termine la connotazione dell’immotivatezza alla segnalazione di emergenza. Viceversa, poiché termini come ‘tranquillizzazione’ o ‘rassicurazione’ non comportano il connotato dell’immotivatezza, una parola che significa “segnalazione immotivata di normalità” non esiste nel linguaggio comune, in nessuna lingua del pianeta.

L’inesistenza di questa parola si traduce in un vuoto simbolico che non consente di comprendere il senso, il danno che può essere prodotto dalle rassicurazioni quando queste risultano dogmatiche, stereotipate, immotivate, infondate, false: queste rassicurazioni possono essere pericolose in quanto ci rendono ciechi di fronte ai pericoli; e, quando si travestono di presunta scientificità, o di qualche altra forma di autorevolezza culturalmente riconosciuta, il loro pericolo aumenta.

Poiché, nella nostra specie, il rischio viene sempre percepito non in modo istituale e immediato ma a partire dal peso di una mediazione simbolica data culturalmente attraverso rappresentazioni socali della pericolosità, queste rappresentazioni giocano un ruolo chiave nella prevenzione, o all’opposto, nella diffusione dei disastri di qualsiasi tipo. Il pericolo insito nel rassicurazionismo sta nel fatto che questo comportamento – provocato da sottovalutazioni consapevoli o meno della pericolosità motivate da preconcetti, interessi vari, miopia, pulsioni di rimozione – indebolisce la percezione del rischio aumentando la pericolosità delle situazioni in cui è in gioco una qualsiasi partita inerente alla sicurezza.

Per capire la rilevanza concreta delle parole in situazioni emergenziali come quella prodotta globalmente dal coronaviris è il caso di fare un breve inquadramento teorico. Tradotto in termini disastrologici generali, il peso di una epidemia può essere ridotto al modello della combinatoria a tre variabili D=IxVxE: un disastro (D) è dato dalla combinazione tra l’agente d’impatto (I), la vulnerabilità (V) e l’esposizione (E).

Conuigare questa formula nel caso di un virus vuol dire comprendere questo:

  • I = tassi di letalità e mortalità, capacità intrinseca di propagazione dell’agente patogeno
  • V = assenza di resistenza immunitaria degli individui e dei gruppi
  • E = comportamenti individuali e collettivi (derivanti da interpretazioni culturali del rischio)

Le componenti culturali di percezione del rischio rientrano nella variabile E: tutte le interpretazioni, le abitudini che sottovalutano la pericolosità del virus fomentano comportamenti concreti che aumentano l’esposizione all’agente patogeno si traducono in un’amplificazione della disastrosità. Al contrario, la consapevolezza sulla pericolostià si traduce in una diminuzione dell’esposizione, che, ove ridotta a zero, può azzerare la disastrosità dell’agente patogeno. Le parole producono habitat di significati, e le "semiosfere" rassicurazioniste in questi casi si trasformano in costituenti vitali per l’"ecosfera" in cui prolifica il virus. Qui è inutile girarci troppo intorno: nel mezzo di un’epidemia che cresce gridare che non c’è periolo equivale a contribuire attivamente a rendere il contagio pandemico. Per questo deve essere chiaro che un virus in crescita pandemica è una questione che si affronta non solo con strumenti biomedici ma anche ragionando in termini di antropologia del rischio.

I rischi dell'allarmismo

Certo, all’opposto andrebbe ricordato che in generale anche la sopravvalutazione del pericolo può essere rischiosa, che anche l’allarmismo può fare danni, ma questo già è chiaro a tutti, e fin troppo: nello specifico di questa situazione di crescita dei contagi essere allarmati non significa essere allarmisti, come pure non essere allarmati espone a un implicito rassicurazionismo dalle conseguenze nefaste. Durante il mio lavoro ho spesso usato esempi metaforici per chiarire il nesso e le differenze tra le segnalazioni immotivate di pericolo o di sicurezza, in relazione al rischio. Ne riprendo e rivedo qui uno, quello della fontana:

  • Allarmismo: Cartello “acqua avvelenata” su fontana con acqua potabile. Rischio di morire di sete (danno da errore di valutazione del rischio come eccesso di precauzione)
  • Rassicurazionismo: Cartello “acqua potabile” su fontana con acqua avvelenata. Rischio di morire avvelenati (danno da errore di valutazione del rischio come eccesso di garanzia)

In questa fase pandemica ormai palese, le autorità non hanno potuto che passare dalle rassicurazioni all'allarme. Ma in Italia, come in altri Paesi, le prime cruciali settimane di contagio sono state all'insegna di un pericoloso rassicurazionismo che ha contribuito all'espandersi dell'infezione. E lo stesso può accadere ora in fase calante del picco. Non è questione di colpe individuali, ovviamente, ma di una percezione del rischio che rimanda a un processo interpretativo collettivo di comprensione culturale della pericolosità di situazioni, comportamenti, abitudini, valori. Qui un ruolo chiave lo giocano proprio gli usi e costumi che delineano la cultura antropologica incorporata dalle persone, nel senso più elementare e al contempo profondo del termine. Oggi ragionare e informare sui pericoli del rassicurazionismo è un atto non solo utile ma necessario per salvare vite umane.

 

Bibliografia dell’autore sul tema
2012 Rassicurazionismo: antropologia della comunicazione scientifica nel terremoto dell’Aquila, relazione di consulenza al processo alla Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi.
2013 Parola di scienza - Il terremoto dell’Aquila e la Commissione Grandi Rischi: un’analisi antropologica, DeriveApprodi, Roma.
2014 “Il terremoto dell’Aquila e il processo alla Commissione Grandi Rischi: note antropologiche”, in, Antropologia applicata, Pensa editore, Lecce.
2015 “Il senso del caso nella savana della complessità: la percezione del rischio sismico in una prospettiva antropologica”, in Prevedibile/Imprevedibile. Eventi estremi nel prossimo futuro, Rubbettino, Soveria Mannelli.
2016 “I pericoli della ricostruzione: antropologia dell’abitare e rischio sociosanitario nel dopo-terremoto aquilano”, in Epidemiologia e prevenzione, n°2, Suppl. 1, Interferenze, Milano.
2016 “Forms of truth in the trial against the Commission for Major Risks- Anthropological notes”, in Archivio Antropologico Mediterraneo online, anno XIX, no. 18 (2).
2019 (con Decarli, G.), “Cultural expertise in Italian courts - contexts, cases and issues.”, in Cultural Expertise in Socio-Legal Studies, Studies in Law, Politics and Society, Emerald Group Publishing Ltd., Bingley, UK.
2019 (con Barocci, A.), “Cemento e sicurezza. Un confronto tra ingegneria srutturale e antropologia del rischio”, in L’ufficio tecnico, n° 3, Marzo 2019, Maggioli Editore, Rimini.

 

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