fbpx Ciao dottor Jannacci | Scienza in rete

Ciao dottor Jannacci

Primary tabs

Tempo di lettura: 5 mins

In un'intervista del 2006 il grande cantante racconta a modo suo la sua formazione e la sua esperienza da medico, prima in ospedale, inseguendo il sogno dei trapianti, poi come umanissimo "medico della mutua".


La storia di quel giornalista che intervista Jannacci e alla fine scopre che non ha registrato niente. Potrebbe benissimo essere il soggetto di una sua canzone, ma purtroppo è la premessa di questa intervista. Nella quale il giornalista, confidando nel nastro che gira diligentemente, non ha nemmeno preso appunti perché gli scocciava perdere le smorfie di Jannacci, le parole smozzicate, i sensi unici delle sue perifrasi, le pause, gli occhi al soffitto, il lucore della sua anima da milanese, che è come il sole che fa ciao dalla nebbia. Memoria aiutami. Avanti, gira il tuo nastro e restituiscimi intero questo incontro, alla vigilia del settantunesimo compleanno del nostro.

Senta dottor Jannacci, perché lei è un medico, giusto?
E.J.
Che schifo sono diventati gli ospedali. L'anno scorso ho avuto una polmonite, quest'anno per un incidente ho avuto un trauma cranico. Al policlinico era come essere nell'astanteria di un macello: gente che girava e non capiva niente, il radiologo che “dovrebbe arrivare alle 11”. Come dovrebbe arrivare? O arriva o non arriva, ma che gente è questa. Intanto io sono qui con la testa rotta, magari muoio e lui dovrebbe arrivare. Ma in America uno così lo licenziano in giornata.

Lei ha studiato in America?
Mi sono specializzato in America, in chirurgia generale, prima alla Columbia. Se lei conosce New York è quell'edificio bianco, grande, dove fanno l'ostetricia, la pediatria, curano gli alcolisti, eccetera. Poi sono stato al Queens. Mi è servito, ho fatto centinaia di ernie, appendici, stomaci. Ogni tanto protestavo perché mi dicevano di operare a sinistra ma l'ernia era a destra. Lei non si preoccupi Jannacci, lei operi, lei è un tecnico. Ho capito, un tecnico... Ho due belle mani per la chirurgia, ma a me è sempre piaciuto seguire il poveraccio anche dopo. Perché il problema non è tanto l'intervento: è prima e dopo, la preparazione, evitare le infezioni.

E le canzoni in quel periodo?
Mi hanno fatto incazzare quelli di Canzonissima, nel '69, quando non mi hanno fatto cantare “Ho visto un re”. Allora ho smesso di cantare in pubblico per molti anni e così sono andato in America per quattro anni. L'inglese l'ho imparato là in una scuola per ispanici.

Ma quando ha cominciato a cantare?
Da giovane. Studiavo pianoforte e armonia al conservatorio, poi per tirare su qualche soldo, mentre studiavo medicina, suonavo in giro: Desio, Gallarate. Ci davano duemila lire e la pastina.

Perché ha scelto medicina?
Perché ho scelto medicina... per aiutare, è bella la medicina. Si studiava tanto, non c'era la televisione che rimbambiva con i quiz di Amadeus, Gerry Scotti, che in un giorno guadagnano più di un medico in un anno. Che c. di mondo. Con quell'altro che ancora dice che non ha perso le elezioni. Prendiamo il tennis: è come se Federer che perde al tie break contro Nadal non gli stringesse la mano ma si mettesse a contestare la partita. Sono uomini senza dignità.

Non le piace più questa Italia?
Ogni tanto mi chiamano a parlare nelle scuole. Ai bambini gli fanno studiare le mie canzoni. Una volta ho chiesto che cosa gli piacerebbe fare da grandi. Non so, l'archeologo, il giornalista, il medico... Un bambino mi ha risposto che vuole fare tanti soldi e andare in televisione.

Dunque, studi intensi, cabaret, concerti, poi comincia la carriera in ospedale, negli anni sessanta.
Agli studenti di medicina consiglio di fare qualche anno in chirurgia generale, chirurgia d'urgenza. Lì si impara veramente. Ho lavorato prima al Policlinico di Milano, poi al Sacco. Al Policlinico il primario era un buffone: passava, tastava l'addome duro come un tamburo di un operato di cistifellea. “Beva un po' di vino, che le fa bene” gli diceva. Ho avuto comunque dei grandi maestri: ho trapiantato fegati con Galmarini, ho anche conosciuto Starzl. E poi Azzolina, che operava i bambini, Lonato....

Cosa le dicevano i colleghi della sua attività canora?
Chi faceva dello spirito si prendeva una sberla, così, giusto per chiarire. Ma in genere no, andava bene. Anche se avevo la fama di sinistro. Il primario al policlinico mi chiamava il “comunardo”. “Cosa dice il nostro comunardo, operiamo solo i bambini poveri meridionali?”; questo era il livello. Io mi limitavo ad osservare che l'ospedale pubblico era una garanzia, che per le malattie gravi lo sceglievano anche i ricchi. Anche perché i bambini al quarto piano, dove si pagava, venivano visti dal medico due volte al giorno. Al nostro piano, in chirurgia, 24 ore su 24. Anche al Sacco mi hanno sopportato, per esempio quando scrivevo alle dimissioni del paziente sulla cartella clinica “Buone condizioni di salute, nonostante le cure prestategli”.

Lei ha fatto anche il medico di medicina generale?
Ho fatto il medico della mutua, sì. Avevo l'ambulatorio in via Sismondi, mi hanno anche fregato la targhetta, chissà perché. Ma io ero un po', come dire... diverso dal giro. Andavo in Svizzera a comperare la ranitidina, che non c'era ancora in Italia. Tornavo con un bel pacco per i miei pazienti. mi facevano anche lo sconto.

Era un massimalista?
Ma figuriamoci, mai avuto più di 300 pazienti. E come si fa se no? Io per vedere tre persone ci metto un pomeriggio. Visitavo al massimo 15 pazienti alla settimana, e senza orari. E poi andavo a domicilio. Se mi telefonava uno con una voce un po' così pigliavo e andavo; certe cose bisogna capirle al volo, e non stare con il culo sulla sedia. Poi c'è la vecchina che si vergogna e ti telefona: “Venga pure domani dottore”. Ma che domani, signora. E gli arroganti, quelli che ti chiedono tre giorni di malattia per andare a fare il pubblico nei talk-show. Gli scocciatori, che mentre visito il bambino gli urlano di non piangere. Ma che pianga, no! Sa solo piangere, cosa deve fare? Mi lasci capire. Fuori signora, fuori, mi lasci lavorare.

 

...Natalia, che hai capito che all'ospedale di Milano
sei la numero trentotto giù in lista d'attesa
...

...Natalia, con la valvola nel cuore messa dalla parte sbagliata
già, ma queste son cose che la canzone non dice mai, mah.

 

1979, Ultima spiaggia.
Da Fotoricordo (tratto da Enzo Jannacci, Poetastrica.
Canzoniere ragionato, Einaudi stile libero, 2005). 

 

Fonte: Tempo Medico, 2006


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Abbiamo un grosso problema con gli incendi

incendio in montagna

Gli incendi che stanno devastando il Mediterraneo nell'estate 2026 confermano una tendenza ormai consolidata: il cambiamento climatico rende i roghi più probabili, intensi e difficili da controllare, aggravando gli effetti di una gestione del territorio spesso inadeguata e delle cause di origine umana. Oltre a distruggere ecosistemi e aumentare le emissioni di CO₂, il fumo degli incendi rappresenta una minaccia crescente per la salute, con impatti documentati sulla mortalità e su alcune malattie cardiovascolari, respiratorie e neurologiche. Prevenzione, gestione forestale e riduzione delle emissioni di gas serra restano le strategie chiave per contenere il rischio.

Foto di Mike Newbry su Unsplash

Dalla seconda metà di luglio 2026 l'Europa mediterranea è stretta in una morsa di incendi che stanno costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Al 29 luglio 2026 si stimano quasi 435mila ettari di suolo bruciato da inizio anno, 1400 incendi contati, quasi 18 milioni di tonnellate di CO2 emesse (dati dell’European Forest Fire Information System).