Cambiamento climatico: il suo più grande alleato è il populismo

COP 24 a Katowice
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Manifestazione sul clima

Manifestante a Katowice per la COP24 sul clima. Il cartello recita in polacco: "Atmosfera to nie smietnik". "L'atmosfera non è un bidone della spazzatura".

Sono 30 anni che gli scienziati lanciano segnali d’allarme sul cambiamento climatico. Questi segnali sono diventati sempre più insistenti, come dimostra l’ultimo rapporto dell’IPCC e le notizie che ci arrivano dalla COP24 a Katowice. Credo che normalmente la relazione tra scienza e politica debba essere dialettica e non intrusiva, cioè la scienza non può dettare l’agenda politica. Tuttavia siamo arrivati a un punto in cui non si può evitare una forte presenza degli scienziati in politica. Questo per due motivi: la politica non ascolta, è affetta da short-termism, da miopia, nonostante che la minaccia del cambiamento climatico non sia ormai più a lungo termine, ma a breve termine; le azioni che vengono intraprese devono essere guidate da forti prove, non possono essere improvvisate. Gli errori ora diventano imperdonabili.

Purtroppo il quadro politico ha cinque caratteristiche straordinariamente coniugate tra loro, forse per la prima volta nella storia: (a) l’assenza di progetti concreti (non vedo il cambiamento climatico nel dibattito politico italiano); (b) improvvisazione e dilettantismo; (c) propensione alla decrescita, almeno per una parte della rappresentanza politica (ma forse questa è una caratteristica squisitamente italiana); (d) l’illusione in soluzioni semplici per problemi terribilmente complessi; (e) la frammentazione (dalla Brexit a Barcellona), che va in senso opposto a quella cooperazione internazionale che è oggi quanto mai necessaria.

L’inazione seguita all’accordo di Parigi fa sì che non siamo avviati a un aumento di 1,5 o 2 gradi della temperatura media del pianeta, ma a un possibile aumento fino a 3,5 gradi (fino a 5 nel 2070), che significa essenzialmente una catastrofe di dimensioni mai viste finora. Il punto è che piccoli aggiustamenti 30 anni fa sarebbero stati facili da mettere in atto, efficaci e poco onerosi. Oggi sono necessari aggiustamenti ciclopici per raddrizzare la situazione. Le emissioni dovrebbero ridursi del 45% entro il 2030 (tra 11 anni!) e diventare pari a zero entro il 2050 per rispettare l’obiettivo di 1,5 gradi. La gravità della situazione mi fa chiedere se per una volta gli scienziati non debbano abbandonare le loro remore e denunciare la pericolosità del populismo nelle sue varie sfumature (da quello devastante per l’ambiente – Trump e Bolsonaro – a quello che punta invece alla decrescita non meglio qualificata).

Vi sono domande cui è necessario trovare risposta rapidamente prima che la situazione diventi irreversibile:

  • È sufficiente l’arresto delle emissioni di gas serra attraverso diverse stategie come la carbon tax? Ci sono stati grandi progressi sia nella green economy, con una progressiva riduzione del costo delle energie rinnovabili, sia nelle batterie di nuova generazione. Ma queste strategie possono non essere sufficienti e soprattutto non abbastanza rapide, nel qual caso bisogna mettere in atto parallelamente soluzioni d’altra natura come la cattura e sequestro della CO2. Cioè mobilitare task force internazionali di scienziati e tecnologi sufficientemente finanziati.
  • Dobbiamo abbandonare il mito della decrescita felice. Il mondo è troppo complesso per raddrizzarlo con la sola decelerazione dell’economia, che pure attualmente decelera senza diventare per questo più sostenibile. Al contrario, servono nuove tecnologie ad alto rendimento, cioè tecnologie che consumino meno energia per unità di prodotto.
  • Dobbiamo anche abbandonare del tutto l’illusione di trincerarci dietro i confini nazionali, perché il cambiamento del clima non ha frontiere. Peggio, la soluzione nazionalistica-sovranista aumenta i conflitti. Secondo la Banca Mondiale i migranti dovuti al clima saranno 140 milioni nel 2050. Pensiamo di tenerli tutti fuori con la forza?

Mi rendo conto del semplicismo di questi interrogativi. Sul piano pratico, non posso fare a meno di chiedere senza grande convinzione alle forze politiche che strategie abbiano, e non posso fare a meno però di segnalare al contempo la pericolosità del populismo, caratterizzato dall’illusione di trovare soluzioni semplici a problemi complessi. I populisti sono pericolosi su diversi versanti: Trump, Bolsonaro e Scott Morrison (primo ministro australiano) perché sostengono il carbone e addirittura l’abbattimento della foresta amazzonica (Bolsonaro). Ricordo che gli Stati Uniti hanno emesso da soli un terzo di tutti i gas serra oggi presenti nell’atmosfera. I populisti di destra e le aziende che li sostengono mirano a rapidi dividendi prima della catastrofe (salvo trasferirsi su un altro pianeta, secondo la tesi dell’ultimo libro di Bruno Latour, Tracciare la rotta). Altri movimenti populisti sono pericolosi perché coltivano l’illusione che sia sufficiente la decrescita opponendosi ai “poteri forti”, anziché sostanziali investimenti in nuove tecnologie. Abbiamo più che mai, e rapidamente, bisogno di una politica “fondata sulle prove” e non sulle credenze. I populisti sono i migliori amici del cambiamento climatico, il quale peraltro contribuirà a far avverare le loro profezie.

Il più grande errore che stiamo per commettere - in vista delle elezioni europee - è quello di frammentare e indebolire l’Europa, il continente che potrebbe per diversi motivi dare il contributo più efficace alla politica per il clima.

 

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