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Biden ripristina il social cost of carbon

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Venerdì scorso la Casa Bianca ha annunciato di aver ripristinato la stima del social cost of carbon adottata durante la presidenza Obama, fissandola a 51 dollari per tonnellata di CO2 emessa, cancellando la valutazione della presidenza Trump  fissata a 1 dollaro per tonnellata. Il social cost of carbon viene utilizzato per valutare le politiche di contrasto al cambiamento climatico. Credit: Dyllon Price / Flickr. Licenza: CC BY 2.0.

Venerdì scorso scorso la Casa Bianca ha annunciato di aver elaborato una nuova stima del cosiddetto "social cost of carbon" per il 2021, fissandolo a 51 dollari per ogni tonnellata di CO2 emessa in più  nell’anno in corso. Il parametro viene utilizzato negli Stati Uniti fin dall’inizio degli anni '80 nella valutazione costi-benefici delle azioni politiche proposte, non solo in materia ambientale.

Il costo sociale dei gas a effetto serra cerca di quantificare in termini monetari tutti i costi e i benefici derivanti dell'emissione di una tonnellata aggiuntiva di CO2 o degli altri gas serra. Questo valore può essere utilizzato per confrontare i vantaggi che si otterrebbero contenendo l’aumento delle temperature rispetto ai costi che dovrebbero essere sostenuti per ridurre le emissioni. Un esempio è un governo che valuta costi e benefici derivanti dalla sostituzione dei sistemi di condizionamento dell’aria per aumentarne l’efficienza energetica e decide di conseguenza se finanziare questo tipo di intervento.

La stima è stata elaborata dall’Interagency Working Group (IWG), istituito per la prima volta durante la presidenza di Obama e composto da esperti dell'Office of Science and Technology Policy, l'Office of Management and Budget e il Council of Economic Advisers. L’IWG, sciolto da Trump, è stato ripristinato da Biden con uno dei numerosi ordini esecutivi firmati il giorno stesso del suo insediamento alla Casa Bianca (ne avevamo parlato qui) e con cui intende riportare “la scienza al centro della gestione della crisi climatica”.

La stessa idea ritorna nelle parole di Heather Boushey, componente del Council of Economic Advisers, che in un post sul sito della Casa Bianca definisce questa prima decisione dell’IWG “un ritorno alla scienza”.

La stima non è definitiva, il gruppo di esperti nominato da Biden ha infatti un anno di tempo per rivedere gli avanzamenti scientifici accumulati negli ultimi anni nel campo dell’economia del clima e aggiornarla. Per ora si tratta semplicemente del calcolo effettuato durante la presidenza Obama e aggiornato per il valore dell’inflazione. Tuttavia è un passo importante, per almeno tre ragioni.

La prima è che ripristina un metodo di lavoro, quello basato sulla revisione della letteratura scientifica, il confronto tra diversi portatori di interesse e il raggiungimento di un consenso. Nel 2017 l’IWG aveva chiesto alla National Academies of Sciences Engineering and Medicine (NASEM) di passare in rassegna diversi approcci al calcolo del costo sociale della CO2 e la NASEM aveva elaborato questo rapporto.

In secondo luogo, la stima appena prodotta torna a considerare i costi derivanti dall’impatto del cambiamento climatico a livello globale e non solo nazionale, come invece aveva fatto Trump.

La terza ragione riguarda il tasso di sconto, ovvero il fattore con cui si attualizzano i danni che le emissioni di gas a effetto serra produrranno in futuro. Questo fattore, espresso in percentuale, serve a rappresentare la natura intergenerazionale del problema del clima. Tanto più il tasso di sconto è alto, tanto meno vengono valutati i costi che saranno sostenuti dalle generazioni future. Trump aveva fissato il tasso di sconto al 7%, mentre la stima provvisoria pubblicata venerdì lo abbassa al 3%, in linea con quanto stabilito dagli esperti durante la presidenza Obama.

Ignorando i costi a livello globale e adottando un tasso di sconto elevato, la Casa Bianca guidata da Trump aveva stimato il costo sociale derivante dall’emissione di una tonnellata di CO2 a 1 solo dollaro. L’aggiornamento pubblicato venerdì è dunque un cambiamento molto significativo.

Il documento tecnico pubblicato dall’IWG contiene inoltre le stime relative al costo sociale dell’emissione di una tonnellata di metano, 1 500, e di ossido di azoto, 18 000 dollari.

È importante sottolineare che i valori attribuiti al costo sociale dell’emissione di questi tre gas a effetto serra sono caratterizzati da margini di incertezza piuttosto ampi. Per la CO2, il valore medio ottenuto nelle simulazioni è di 51 dollari per tonnellata, ma i valori si estendono fino a 152 dollari per tonnellata (95esimo percentile della distribuzione dei costi ottenuti dalle simulazioni). Il valore medio, poi, è molto sensibile al tasso di sconto considerato: abbassando il tasso al 2,5% il valore medio cresce a 76 dollari per tonnellata, mentre alzandolo al 5% il costo sociale medio diminuisce a 14 dollari per tonnellata.

Per capire da dove derivi l’incertezza e come vengano realizzate le simulazioni, vale la pena descrivere brevemente i modelli utilizzati per queste stime.

La stima

Per calcolare il costo sociale dell’emissione di una tonnellata aggiuntiva di un certo tipo di gas a effetto serra si utilizzano i cosiddetti “Integrated Assessment Models” (IAM), dei modelli completi del clima e dell’economia globale, che cercano di descrivere e quantificare la loro mutua interazione. Gli IAM mettono insieme modelli del clima, come quelli formulati e sintetizzati nei rapporti dell’IPCC, e modelli economici e sociali che descrivono come i prezzi dei carburanti e i comportamenti delle persone reagiscono agli effetti del cambiamento climatico. La sfida raccolta dagli IAM è dunque molto ambiziosa e da questo deriva l’incertezza che caratterizza i loro risultati.

Il primo passo di questi modelli è tracciare degli scenari per la crescita della popolazione mondiale e del prodotto interno lordo dei diversi paesi e da questi stimare la traiettoria delle emissioni di gas serra. Nel secondo passo, questa traiettoria viene tradotta in una mappa geografica dell’aumento della temperatura media, dell’innalzamento del livello degli oceani, dell’intensificazione degli eventi meteo estremi come onde di calore o alluvioni. Nel terzo blocco si cerca di valutare danni e benefici derivanti dai cambiamenti del clima. Come cambieranno i raccolti? Quali saranno i costi dell’adattamento all’aumento del livello dei mari? Come cambierà il consumo di energia derivante dal riscaldamento e raffrescamento delle abitazioni? Qual è il valore monetario della perdita di biodiversità? Il quarto e ultimo blocco è quello che attualizza questi costi futuri, traducendo perdite e guadagni che avverranno fra 5, 10 o 100 anni in somme di denaro di oggi. Questo passaggio è molto importante, perché i gas serra permangono nell’atmosfera e dunque hanno effetti persistenti nel tempo.

Ciascuno di questi moduli impiega dei parametri e ciascuno di questi parametri è caratterizzato da una certa dose di incertezza. Uno dei parametri più incerti e delicati è quello che quantifica l’aumento della temperatura globale corrispondente a un incremento delle emissioni di gas serra. Si chiama “equilibrium climate sensitivity” e la variabilità di questo parametro è alla base delle simulazioni effettuate dall’IWG.

La stima dell’IWG si basa su tre IAM (chiamati DICE, FUND e PAGE). Per ciascuno di questi modelli vengono estratti 10 000 valori della “equilibrium climate sensitivity” e calcolato il costo associato. Questa operazione viene ripetuta per cinque diversi scenari socioeconomici, ottenendo così 150 000 possibili valori del costo attribuito all’emissione di una tonnellata aggiuntiva di CO2 nell’anno in corso. I 150 000 valori sono visualizzati nei tre istogrammi che abbiamo mostrato prima, ciascuno corrispondente a un diverso valore del tasso di sconto. Lo stesso si può fare con gli altri gas serra e qui sotto mostriamo il risultato delle simulazioni per il metano e l’ossido di azoto.

Le reazioni

La mossa di Biden è stata accolta con favore da climatologi ed economisti, sollevati nel vedere finalmente la scienza ritornare alla Casa Bianca, ma molti si augurano che la stima venga aumentata sensibilmente. 

Il mese scorso gli economisti Nicholas Stern e Joseph E. Stiglitz hanno pubblicato un articolo in cui stimano che il costo sociale dell’emissione di una tonnellata di CO2 aggiuntiva sia 100 dollari. In un lavoro pubblicato su Nature Climate Change a settembre dello scorso anno, Frances Moore, economista della University of California, Davis ha invece stimato 220 dollari per tonnellata, includendo anche il valore della biodiversità per il benessere delle persone, non incorporato nel mercato. 

Altri esperti, come Anthony Patt, che dirige il Climate Policy Group del Department of Environmental Systems Science presso l’ETH di Zurigo, sono scettici sull’utilizzo del costo sociale delle emissioni di gas serra come strumento per catalizzare le politiche contro il cambiamento climatico In un’intervista su Undark Patt ha dichiarato: «Il costo sociale della CO2 funziona bene come strumento per spronare le persone a migliorare gradualmente la loro efficienza nel consumo dell’energia o nell’impiego del carburante. Ma se l'obiettivo è incoraggiare la società a tagliare completamente le emissioni di gas serra e investire pesantemente in alternative ai combustibili fossili, è un parametro assolutamente inadeguato a meno che non venga aumentato di un ordine di grandezza o più» e ha aggiunto «dovrebbe essere incredibilmente alto, nell'ordine di migliaia di dollari per tonnellata. Al contrario, i decisori politici non sembrano avere intenzione di fissare un prezzo che possa davvero fare la differenza».

In Europa questo parametro non viene più utilizzato nella valutazione delle politiche di riduzione delle emissioni. Nel 2009 infatti il Regno Unito è passato a un approccio basato sui costi marginali che dovrebbero essere sostenuti per raggiungere gli obietti di riduzione delle emissioni. La ragione di questa decisione è dovuta soprattutto alla grande incertezza che accompagna le stime del costo sociale dei gas serra. Anche l'Unione Europea ha preso la stessa decisione: «I vantaggi della politica in materia di cambiamento climatico dovrebbero essere considerati alla luce degli obiettivi di riduzione delle emissioni nel lungo termine. Per valutare i benefici di queste politiche dovrebbero essere evitate singole stime monetarie del costo sociale della CO2, piuttosto si dovrebbe condurre un'analisi disaggregata che consideri indicatori chiave come la salute umana e degli ecosistemi», ha scritto il ricercatore indipendente Paul Watkiss in un rapporto sul tema commissionatogli dell'OCSE.

Allora perché gli Stati Uniti continuano a usarlo? «Negli USA è obbligatorio sottoporre ogni proposta di legge a una valutazione costi-benefici che includa anche l'impatto in termini di emissioni di gas serra», spiega Massimo Tavoni, direttore dello European Institute on Economics and the Environment e professore al Politecnico di Milano, «chiaramente non può essere l'unico strumento per favorire politiche di contrasto al cambiamento climatico». Nel 2018 Tavoni ha firmato uno studio su Nature Climate Change insieme a un gruppo di ricercatori statunitensi in cui il costo sociale della CO2 veniva stimato in media 417 dollari per ogni tonnellata aggiuntiva (il 66% dei valori stimati cadeva nell'intervallo 177–805 dollari) . L'articolo contiene anche una stima del contributo di ciascun paese al costo globale.

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