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Bellezza e chirurgia plastica

Tempo di lettura: 9 mins

“La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore”, diceva Virginia Woolf. Quale peso ha la bellezza femminile oggi? E soprattutto, di quale bellezza parliamo?

Crediti immagine: Snag Eun Park/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Sul sito della Clinica Agostini, si legge quanto segue: 

Con il termine chirurgia plastica si indica una branca della chirurgia che ha lo scopo di correggere o ricostruire e ripristinare la funzionalità di organi o apparati alterati morfologicamente a causa di malattie degenerative, patologie deformanti, traumi, lesioni, malformazioni congenite. L’obiettivo della chirurgia plastica è quello di restituire alla parte lesa un aspetto esteriore normale. Per intervenire con risultati eccellenti si ricorre a un’altra importante branca della chirurgia plastica, ovvero la chirurgia ricostruttiva, volta proprio a correggere i danni causati da incidenti e malattie che alterano l’aspetto fisico del paziente. Il suo compito è quello di ripristinare anche la funzionalità di certe parti del corpo. Il processo di ricostruzione prevede il prelevamento di lembi di pelle da altri parti del corpo per ricostruire le parti danneggiate (…) La chirurgia estetica è una branca della chirurgia plastica che sin pone l’obiettivo di modificare e migliorare, dal punto di vista estetico, determinate aree del corpo umano attraverso interventi chirurgici mirati. Le operazioni di chirurgia estetica servono quindi principalmente a eliminare i difetti fisici in modo parziale o totale, così da consentire al paziente di acquisire maggiore sicurezza e fiducia in se stesso. La persona si sente a proprio agio e quindi le insicurezze diminuiscono e affronta la vita in maniera più serena.

Aspetto esteriore normale? Difetti fisici? Maggiore sicurezza e fiducia in se stesse/i? Diminuzione delle insicurezze? Vite serene? Innumerevoli perplessità sorgono in proposito. Lo sfondo da esplicitarsi rimane quello della bellezza e, in particolare, quello della bellezza femminile, nozione che qui di seguito provo a problematizzare, seppur davvero in breve.

Vera e falsa bellezza

In ambito prevalentemente eterosessuale, la nostra società è oscena e volgare. Vi conta una falsa bellezza esibita a ogni costo, ove troppe donne debbono rendersi desiderabili agli uomini, e così si ostentano con sconvenienza, accordando al proprio corpo (e la mente? la conoscenza di sé? la bellezza interiore?) accezioni porno-soft o porno-hard, mercificando, per apparire, non per essere, il proprio corpo e quello di altre donne. Purtroppo, la bellezza, sensualità, sessualità femminili si danno in funzione dell’assenso, del compiacimento, della gratificazione maschile.

Sempre prevalentemente in ambienti eterosessuali, non si registrano forse frasi quali «una donna dopo i quarant’anni è da rottamare»? Parecchie donne temono ciò. E in effetti vengono rottamate: già troppe donne a una certa età non risultano ai più esteriormente belle, e alla loro bellezza interiore si bada ben poco. O a contare sono gli organi genitali?

Rimane qualcosa di bello nelle donne che oltrepassi la fissazione di troppi uomini eterosessuali per l’apparato genitale femminile? Sussiste una bellezza tipicamente femminile, più interiore che esteriore, capace di concretizzarsi in alcune donne nella conoscenza di sé e nella conoscenza dell’altro da sé – in effetti, a contare dovrebbero permanere le identità e le conoscenze. Identità reali, non fittizie. Dipende poi da codeste donne esplorare con bellezza la propria identità, senza cadere nella trappola della superficialità e del ricorso non ponderato alla chirurgia plastica.

Abbiamo compreso che la conoscenza della nostra identità non risulta così cartesianamente trasparente, come invece si è a lungo creduto: oltre a Freud, Pirandello e via dicendo, il dilemma è stato sollevato e fronteggiato da donne pensanti (basti ricordare Virginia Woolf), con modalità né auto-referenziali, né ridondanti, né dottrinali. Già Virginia Woolf, stando alla quale:

La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore

La bellezza del mondo viene rappresentata dalla bellezza delle donne in uno stereotipo che le costringe a ricorrere alla chirurgia plastica, spesso senza pensare più di tanto, dominate appunto da emozioni quali da gioia e angoscia, non da un apparato razionale. Eppure queste belle donne non solo appartengono a generazioni diverse, ma hanno alle spalle percorsi capaci di sollevare parecchi interrogativi, per concretizzarsi in un movimento di trasformazione epistemica ed epistemologica.

Dominio maschile e dominio femminile

Razionalità? Tradizionalmente, e non solo, le “belle” donne debbono risultare irrazionali, come se la razionalità non costituisse una bella caratteristica. Palese che la nozione di razionalità sia stata utilizzata, e venga ancor spesso impiegata, a favore degli uomini, mentre quella di irrazionalità impiegata per etichettare negativamente le donne. Errato? Non per ogni donna. Essere razionali non ha nulla a che fare con la crudeltà, e non si può negare che vi siano donne colte che ti impongono ciò che tu, quale donna, dovresti essere, senza una minimale umanità, esagerando anzi ogni parola che tu hai loro confidato, per porti in una posizione di immediata subalternità. Il brutto dominio femminile su alcune donne ha poco da invidiare al cospetto di quello maschile. E difatti non mi propongo qui di negare, anzi, che vi siano donne esagerate, ossessionate, dalle fedi folli, con disposizioni viziate, tendenze azzardate, e dotate di una notevole dose di wishful-thinking. Come quelle che ricorrono alla chirurgia plastica? “Brutte” donne che, spesso per denari, non esiterebbero a vendersi in qualsiasi modo – e non mi sto riferendo alle prostitute, bensì alle donne vanitose, che inseguono il successo in ogni settore professionale, non con capacità, ma esibendo il proprio corpo, o fingendosi vittime di un qualche sistema economico.

La parabola di Ipazia

Donne che finiscono col situarsi agli antipodi di un’Ipazia e della sua vicenda. Giovanni Malala ce ne riferisce come «la celebre filosofa della quale si tramandano grandi cose», mentre Socrate Scolastico afferma che «era giunta a un tale culmine di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia». E poi non dimentichiamo Mulierum philosopharum historia, volumetto che non esita a svelare ogni egregio valore filosofico di Ipazia, anche grazie a Niceforo:

[Ella] era disposta a offrire la sua conoscenza a tutti gli studiosi. Inoltre, quanti erano animati dall’amore per la filosofia si recavano da lei non soltanto per la sua onesta e profonda libertà nel parlare, ma anche perché si rivolgeva agli uomini di potere in modo onesto e prudente: e non sembrava cosa indecorosa che lei si trovasse in mezzo a un’assemblea di uomini. Tutti la trattavano rispettosamente per la sua straordinaria onestà di comportamento. Tutti provavano ammirazione nei suoi confronti, quando l’invidia si armò contro di lei

Non so se si tratti di banale e sempre stolta invidia, o piuttosto di atroce intolleranza per l’esistenza di una donna bella (interiormente ed esteriormente), bella in quanto ribelle, dalle “inusuali” capacità intellettive – non dimentichiamo che è anche scienziata di fama. Cosa può accadere a una donna di tal specie? Semplice per i tempi (e per i nostri!): Ipazia viene assassinata su ordine, perlomeno almeno così si racconta, di un uomo, ovvero di Cirillo, patriarca di Alessandria d’Egitto. L’annientamento filosofico e fisico di Ipazia dovrebbe risultare d’insegnamento per ogni donna: lei amava la bellezza della verità ben più dei brutali uomini eterosessuali dell’epoca, uomini che l’hanno assassinata. Anche per questo è stata ferocemente, materialmente uccisa. E assieme a lei, seppur simbolicamente, ogni donna che ha creduto che la propria singolare bellezza, interiore ed esteriore, fosse da coltivare, per verità, non per un inchino alle maschili volontà o esuberanze. Non ci si inchina forse quando si ricorre alla chirurgia plastica?

Le donne quali Ipazia irritano ancor oggi quando smentiscono l’illusione che le donne debbano limitarsi a risultare piacenti, il che, a mio avviso, non implica “belle” senza specifiche, specifiche che non equivalgono a “donna bionda, giovane, occhi verdi, fisico magro e scolpito eccetera”. Le donne, rare, sempre quali Ipazia, amano la bellezza della verità e della conoscenza, non la bruttezza della presunzione di altri uomini e donne, sbruffoni/e, ineducati/e, che si considerano principi o principesse, senza alcun titolo, e che acquistano una qualche buffa fama con l’acconciarsi, e senza mai aver un occhio di riguardo per Ipazia.

Virginia Woolf o Francesca Piccinini?

Ipazia non rappresenta un semplice, antico, isolato “accidente”. Quelle donne belle, intelligenti, pensati, che non si standardizzano, conservano una bellezza che, oggi come oggi, in pochi riescono a comprendere. Rimangono donne inadeguate, poco amate dagli uomini eterosessuali. E dalle donne? A tali straordinarie donne, la bellezza riesce addirittura a venire del tutto ingiustamente negata. Non solo da taluni uomini e donne eterosessuali, ma anche da talune rozze mascherate, teatranti e di successo, donne lesbiche che si auto-ingannano, celando entro sé atteggiamenti e ignoranze del tutto etero. E quando ti capita con loro di parlare magari della tua attrazione intellettuale per Annemarie Schwarzenbach, non sanno chi sia né di che chiacchierare con te. E tu delusa, ti defili, con onore e tristezza, per tornare subitanea a casa a rileggere Schwarzenbach. Peggio: tu chiedi a ragazze e ragazzi giovani se conosco Virginia Woolf o Francesca Piccinini, e, nella maggior parte dei casi, ottieni quale risposta “Francesca Piccinini!”. Così chiedi a loro perché, e sempre, nella maggior parte dei casi, ottieni quale risposta «Francesca Piccini è figa», quando, invece, tu ti aspetteresti che di lei si riconoscessero le competenze di pallavolista, forse la migliore italiana di ogni tempo. Eppure lei, ricordiamolo, ha posato senza veli pure per Playboy, dando così all’idea di “figa”? Sì. E no: perché mostrare il proprio corpo nudo, forgiato da anni e anni di pallavolo ai massimi livelli, senza alcun ricorso (giammai!) ad alcuna chirurgia plastica, dovrebbe scatenare l’aggettivazione di “figa”, e non quella di grande pallavolista, il cui corpo si deve a una notevole mente, congiunta ad allenamenti fisici quotidiani, estenuanti, non per Francesca Piccinini, bensì per i comuni mortali?

Chirurgia plastica e scelta consapevole

Si parla spesso, specie in ambito filosofico/femminista, della colonizzazione della bellezza del corpo femminile e si punta il dito, come qui ho mostrato, sulla chirurgia plastica, da evitarsi a ogni costo nel rispetto della bellezza della propria indipendenza. Da parte mia, non intendo affatto sposare il dogmatismo. Pertanto, la domanda più propria: la determinazione di una donna a ricorrere a un intervento chirurgico rischioso e dispendioso per “migliorare” la propria bellezza esteriore è decisione emancipata, o decisione retrograda, che una donna s’impone col miraggio di venire reputata bella in una società ove le donne vengono costrette a sedurre gli uomini? Limitarsi a sostenere che il ricorso di una donna alla chirurgia plastica è stabilito da condizioni coercitive comporta negarle una qualsiasi conoscenza riguardo alle proprie decisioni, e infine attribuirle l’inabilità di optare per il meglio, ovvero smentire la sua bellezza interiore.

Mi pare quindi scorretto, nonché ingiusto, dichiarare che la chirurgia plastica non riesca a costituire in alcun caso una modalità attraverso cui alcune donne, quelle pensanti (si badi bene, “alcune”) riescano a conquistare un buon controllo sulle proprie vite: data la categoria precettistica di donna vigente nella nostra cultura, che stabilisce come occorra “apparire” per dimostrarsi una “vera bella donna”, la soluzione di ricorrere alla chirurgia plastica può risultare preferibile rispetto ad altre, se assunta con cognizione di causa. E con ciò, come si è visto, non intendo affatto difendere senza scrupoli la chirurgia plastica in sé e per sé. Anzi.

 

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