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2019-nCoV: dobbiamo proteggerci anche dall'infodemia

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Siamo esposti a un profluvio di fatti, fattoidi e falsità, cui tutti i sistemi di informazione, reali e virtuali, fanno da immediata cassa di risonanza. Come possiamo eliminare il rischio che le informazioni passino senza che un pubblico non formato a trarre giudizi corretti, presentate da chi non ha le capacità tecniche di comprendere appieno ciò che riporta, porti per via democratica alle peggiori decisioni possibili? L'articolo di Ernesto Carafoli ed Enrico Bucci per la nostra rubrica Vero o Falso, si occupa di questo. Nell'immagine: un mercato a Wuhan chiuso dopo l'epidemia di coronavirus. (Crediti: Felix Wong/SCMP)

La comparsa, lo scorso gennaio, nella provincia cinese dello Hubei della patologia simil-influenzale provocata dal nuovo coronavirus “2019-nCoV” ha letteralmente sconvolto la scena internazionale con un crescendo di informazioni e iniziative assolutamente senza precedenti. Misure draconiane, che di fatto hanno isolato la Cina dal resto del mondo, sono state immediatamente messe in atto da gran parte dei Paesi occidentali, e gli organi d’informazione, sia stampati che televisivi, hanno fatto a gara nel fornire panorami di vivissima preoccupazione sui possibili rischi dell’infezione.

Ora, l’esplosione in Cina di una patologia imprevista, con caratteristiche nuove, è un fatto che deve senz’altro preoccupare: su questo non ci piove. E sarebbe quindi di certo limitante ridurlo con un’alzata di spalle a una bolla di sapone. L’Italia ha subito adottato misure fra le più restrittive, rivendicandole orgogliosamente, e i suoi organi d’informazione si sono immediatamente distinti nell’ampliare sempre più le informazioni sull’emergenza: giorno dopo giorno i grandi quotidiani hanno dedicato all’argomento, e continuano a farlo, spazi crescenti (uno dei più autorevoli, qualche giorno fa, vi ha dedicato 11 pagine...); i programmi televisivi, a iniziare dai telegiornali, sono oramai di fatto monopolizzati dalle notizie e dai commenti sulla vicenda coronavirus.

L'argomento numero uno e l'ipertrofia informativa

A tutti i livelli, in Italia l’emergenza coronavirus è di fatto ora divenuta l’argomento numero uno di cui parlare e preoccuparsi: al bar, sul lavoro, al telefono, a cena. Si parla, si commenta, si giudica, si propone, rielaborando e ripetendo quello che l’informazione ha sparso dovunque. Chiunque, investito di un qualche ruolo ufficiale, sia stato intervistato o abbia annunciato una qualche ulteriore misura di contrasto all’emergenza, si è fatto immancabilmente in quattro per dire che non si devono assolutamente creare allarmismi: senza rendersi conto che, annunciando ad esempio subito dopo che anche i passeggeri di voli che provengono dall’Europa, o addirittura da aeroporti italiani, verranno ora controllati per la presenza di sintomi clinici, non ha fatto altro, appunto, che diffondere l’allarmismo. E che altro è stato, se non una potente spinta all’allarmismo, lo stabilire sin dall’inizio che l’emergenza presente sarebbe stata considerata alla pari di un’emergenza colerica? Pare legittimo chiedersi che cosa si sarebbe proposto se veramente di un’emergenza colerica si fosse trattato….

Quanto è utile questo proliferare di informazione, più o meno controllato, più o meno allarmista o rassicurante, rispetto alla capacità dei governi democratici di prendere le decisioni giuste nel momento giusto, per impedire le conseguenze catastrofiche ove ci fosse una vera e pericolosa epidemia di un patogeno sconosciuto, ma anche le altrettanto catastrofiche conseguenze che si avrebbero mettendo in quarantena il mondo inutilmente, e così rendendo difficoltosa l’erogazione pure dei servizi essenziali, come sta accadendo oggi per milioni di cittadini cinesi? In altre parole: è utile o controproducente che, in presenza di un nuovo patogeno, miliardi di esseri umani siano esposti, e particolarmente in Italia, a un'ipertrofia informativa fatto di informazioni in cui diviene impossibile a chi non abbia competenze specifiche distinguere ciò che esatto da ciò che è sbagliato, come avviene oggi grazie ai media moderni e alla propagazione delle notizie su Internet? Del fenomeno si è accorta anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che in un suo "Situation Report nCoV" parla di infodemia, concetto poi ripreso dalla stampa internazionale (qui il New York Times). 

È quindi doveroso chiedersi perché la valanga di informazioni spesso ometta quelle che sono le più consolidate. E che contribuirebbero, queste sì, ad abbassare la soglia del panico che si è scatenato, sempre comunque controproducente e ingiustificato (al contrario del giusto spirito di precauzione). Perché ad esempio si continui a parlare di analogie con la SARS e la MERS, mettendo in rilievo la documentata facilità molto maggiore di propagazione della nuova epidemia, ma omettendo il fatto che la sua letalità, che, a quanto si è sinora accertato, è nell’ambito del 2% , quindi sicuramente molto minore del 10 e del 30% documentato nei casi della SARS e del MERS.

Il teorema della giuria, come arrivare all'opinione erronea

Per valutare l’utilità della presente valanga di informazione mediatica, possiamo fare uso del famoso teorema della giuria del marchese di Condorcét, formulato nel XVIII secolo. Questo teorema intendeva fornire una prova matematica in favore della democrazia partecipativa. Dimostrava infatti che il voto di 1.000.000 di persone, ciascuna delle quali abbia solo il 51% di probabilità di giungere a una conclusione corretta dovendo giudicare di certi fatti, ha più probabilità di portare alla decisione giusta del voto di 100 esperti, ciascuno dei quali abbia il 90% di probabilità di formulare un giudizio esatto sui fatti in questione. Tuttavia, anche se non era nelle intenzioni dell’autore, lo stesso teorema dimostra che, persino quando ciascun individuo ha solo una lieve probabilità in più di esprimere un giudizio sbagliato invece che giusto - poniamo quindi che ci “azzecchi” nel 49% dei casi - allora tanto più grande è la comunità chiamata a pronunciarsi, tanto più è alta la probabilità che si arrivi a un’opinione erronea e si agisca in maniera scorretta.

Nella situazione attuale, miliardi di esseri umani (e per quello che ci interessa, decine di milioni di italiani) sono esposti a un profluvio di fatti, fattoidi e falsità, cui tutti i sistemi di informazione, reali e virtuali,  fanno da immediata cassa di risonanza. Il giudizio di questa larga massa di cittadini si esercita di continuo su affermazioni, per i quali la competenza di cui dispone è assolutamente insufficiente: si comprende molto male ogni singola notizia, appunto perché mancano le competenze necessarie per inquadrare il senso e la definizione di una statistica, di una presunta osservazione clinica, di un avvenimento che accade in un ospedale di uno stato lontano. Questo significa che, su ogni singolo “fatto” rilanciato all’infinito dai media, la popolazione delle nostre democrazie non potrà che formarsi un’opinione sbagliata, se l’informazione che ottiene è presentata in modo che non consente di colmarne le deficienze di formazione. E anzi, poiché non è possibile formarsi una competenza di statistica leggendo un titolo su un giornale, né diventare virologi in una mattinata, possiamo assumere che, nella stragrande maggioranza dei casi, l’opinione collettiva che il Paese si formerà in merito a certi fatti sarà certamente sbagliata – per esempio riguardo al significato della quarantena che si vuole imporre a dei bambini cinesi –, in presenza della simultanea informazione che la nuova patologia è finora poco frequente in forma grave nei bambini e giovani adolescenti.

Così come sarà sbagliata quella della comunità politica nel suo complesso (non certo meglio formata della sua base elettorale su un problema epidemiologico come quello attuale). Inoltre, a ogni nuovo “tiro di dadi”, cioè ogni volta che si espongono i cittadini a notizie sulle quali è francamente impossibile formarsi un’opinione – vuoi a causa della pratica del false balance sui giornali, vuoi perché i giornalisti stessi non sono diversi dai cittadini e rischiano di male interpretare e mal riportare i fatti, vuoi perché si intervista un singolo esperto, aumentando il rischio che anche da quella fonte provengano errori che non si verificherebbero intervistando invece un gruppo di esperti – la probabilità matematica di giungere a una serie di giudizi, e quindi di decisioni, erronei raggiunge al limite il 100%.

Dobbiamo quindi immaginare un sistema censorio, dando ragione a chi non vorrebbe far trapelare le informazioni al grande pubblico? Certamente no, perché in mancanza di notizie e di fatti riportati, è dimostrato che gli esseri umani inventano fattoidi e pseudospiegazioni (le famose fake news e le teorie cospirazioniste), le quali entrano nello stesso meccanismo descritto sopra, producendo effetti forse ancora peggiori perché ci si esercita nel giudizio su fatti ignoti utilizzando soprattutto la chiave emotiva, invece che l’approccio razionale.

Comunità scientifica e professionisti della comunicazione, serve coesione

Quale approccio si può quindi immaginare, per mantenere la popolazione informata, evitando però il rischio che un profluvio di informazioni fornito a un pubblico non formato a trarne giudizi corretti, ed esposto da chi non ha le capacità tecniche di comprendere appieno ciò che riporta, porti per via democratica alle peggiori decisioni possibili? Sono possibili diversi livelli di azione, e sono chiamati in causa molti attori differenti.

Innanzitutto, sul piano dei contenuti, è necessario limitare la comunicazione di articoli di opinione e seguire invece le linee guida fissate da tempo per la comunicazione dei rischi: vanno fornite contemporaneamente informazioni verificate su ciò che la comunità scientifica ha accertato (cioè su ciò che si sa), su ciò che ancora si ignora, e sui limiti che questa ignoranza impone alle conclusioni da trarre (cioè su ciò che non si sa). E infine su quello che si sta facendo e perché lo si stia facendo al fine di colmare i più importanti vuoti nella conoscenza attuale di un fenomeno nuovo. Qui, a livello di contenuti, è quindi doveroso chiamare in causa innanzitutto la comunità scientifica per ottenerne informazioni condivise ed affidabili (NON opinioni individuali, anche se da esperti) su tutti e tre i punti appena indicati.

Il principale nemico da combattere, chiamando in causa la comunità scientifica, è la tentazione a essere i primi ad affermare o pubblicare qualcosa, tipica di un ambiente abituato e indotto alla venerazione dell’articolo scientifico, e a premiare risultati e conclusioni roboanti. Non a caso, sono stati già pubblicati in pochi giorni, su riviste scientifiche importanti, contributi fuorvianti o addirittura errati circa il passaggio nei serpenti del nuovo coronavirus o circa la sua trasmissibilità da pazienti asintomatici. Addirittura, sono stati presentati prima della revisione scientifica studi metodologicamente compromessi a un livello tale da dubitare dell’integrità degli autori: affermando ad esempio che il nuovo coronavirus presenterebbe tracce di manipolazione in laboratorio sotto forma di sequenze geniche conservate con il virus HIV1 o “prove molecolari” che spiegherebbero perché i pazienti asiatici maschi sarebbero più suscettibili all’infezione. In entrambi i casi, si tratta di solenni stupidaggini, perché i dati alla base di queste conclusioni sono assolutamente infondati, in quanto i metodi che li hanno prodotti sono bacati; purtroppo, ma prevedibilmente, anche se sono stati rapidamente denunciate come tali dalla comunità scientifica, queste conclusioni hanno ormai preso la via dei social forum, esponendo appunto la cittadinanza mondiale a “pezzi di carta” dai quali essa non può che formarsi un giudizio erroneo.

Purtroppo, anche se la comunità scientifica da oggi smettesse la gara per primeggiare temporalmente nella comunicazione e per guadagnare autorità dalla pubblicazione scientifica, e cominciasse quindi a fornire i giusti risultati e le giuste conclusioni sull’ informazione attualmente disponibile e su quella non disponibile, e sugli sforzi di ricerca in corso, rimarrebbe tuttavia il problema di fondo: la comunità scientifica non è mediamente in grado (salvo lodevoli e fortunate eccezioni) di comunicare rischi e rimedi alla popolazione tutta. Ed è quindi necessario chiamare in causa i professionisti della comunicazione.

Tuttavia, anche questi sembrano essere infettati dallo stesso virus che ha contagiato la comunità scientifica: sicché si ha, ad esempio, l’ufficio stampa di un prestigioso ospedale e centro di ricerca che comunica un risultato scientifico ponendo l’accento sul fatto di essere stato tra i primi a isolare il virus, scatenando la corsa dei giornalisti a inondare dell’opinione di singoli esperti le pagine dei giornali ed i canali televisivi. E non bisogna dimenticare quelli che potremmo chiamare gli sciacalli dell’informazione, cioè quei professionisti che deliberatamente deformano le informazioni disponibili, riportano fattoidi non controllati e piegano alle loro opinioni ogni singolo effetto, per titillare il proprio pubblico di riferimento e guadagnare in termini di copie vendute, click e share.

Ai giornalisti e ai comunicatori in genere, oltre che gli aspetti etici del proprio mestiere, dovrebbe ben venire in mente che nessun singolo esperto può esprimere altro che un’opinione informata, ma pur sempre individuale, sui fatti, nel momento in cui mancano ancora un’analisi ampia e i dati per condurla, e che, per ripetere il concetto, non dai singoli esperti, ma dai gruppi di ricercatori – le famose istituzioni scientifiche e sanitarie – bisogna attingere, limitandosi forse a notizie meno eccitanti, ma certamente più solide (pur se in evoluzione e nemmeno esse scevre di possibilità di errore).

Inoltre, i giornalisti delle grandi testate, gli opinionisti, gli intrattenitori televisivi: tutti dovrebbero ricordarsi di attingere alle voci fin troppo neglette di chi della comunicazione scientifica ha fatto un mestiere, ed è l’unico in grado di trasformare una statistica in un’informazione utile (magari non sexy come la si vorrebbe, ma utile): i giornalisti scientifici e i comunicatori, che dovrebbero essere chiamati in prima linea dalle testate nazionali e a cui bisognerebbe rivolgersi di più, senza per esempio affidare a chi di solito fa cronaca il racconto della quarantena degli italiani di ritorno dalla Cina o la notizia delle nuove sperimentazioni di composti contro il nuovo virus.

La comunità dei comunicatori e dei giornalisti scientifici dovrebbe a sua volta essere sufficientemente coesa su metodi comunicativi e contenuti, per esprimere una voce coerente, sia al proprio interno sia in rapporto agli esperti, evitando inutili gare; certo, qualche disaccordo sarà forse inevitabile, ma sarà pure certamente da preferire per la composizione di articoli o di programmi televisivi rispetto all’operato di chi ha la stessa mancanza di competenza del lettore nel comunicare fatti complessi e in divenire. Vero, informazioni per esempio sul tipo e sull’entità di guai che questo nuovo coronavirus può provocare non sono ancora solide; molti sono i limiti delle nostre attuali conoscenze e molti sono gli sforzi di ricerca in corso, dei quali ancora non possiamo discernere i risultati; però, ricordando di comunicare solo ciò che si sa, ciò che non si sa, e ciò di plausibile che si sta facendo, basandosi su fatti concreti, e su numeri reali, si può correttamente e utilmente informare senza sommergere la comunità di fatti, fattoidi, panzane, anche se mescolati a qualche verità. Sobrietà comunicativa anziché eccitanti paginate scandalistiche: volendo estremizzare, questo è l’unico rimedio al rischio del teorema di Condorcét.

In questo spirito, ci piacerebbe che questo contributo per la nostra rubrica suscitasse commenti, perché vorremmo continuare la discussione, ampliando, sulla falsariga di quanto abbiamo scritto, aspetti che qui abbiamo appena toccato: statistici, storici, epidemiologici, e anche di tipo più generale.

 

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