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Nicola Vanacore: alla scoperta del continente sommerso delle RSA

L'Istituto Superiore di Sanità ha condotto il “Survey nazionale sul contagio Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”, pubblicato nei giorni scorsi. Cristiana Pulcinelli ne ha parlato con Nicola Vanacore, responsabile dell’Osservatorio demenze dell’ISS e uno dei curatori del rapporto finale, per capire i principali risultati, quali sono state le principali criticità osservate nelle RSA durante l'epidemia e quali possono essere le azioni future da intraprendere.

Crediti immagine: congerdesign/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Nei mesi in cui la pandemia di Covid-19 ha colpito più duramente, le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) sono state luoghi critici. All’interno di quelle strutture che ospitano persone anziane e fragili si sono sviluppati focolai importanti con la conseguenza di un aumento significativo dei decessi. Un fenomeno che non ha riguardato solo l’Italia, ma che nel nostro Paese è sicuramente costato molte vite.

Sull’andamento recente dell’incidenza di Covid-19 in Lombardia

La situazione attuale dell’epidemia di Covid-19 in Italia non sembra allarmante: il numero di persone ricoverate in terapia intensiva è in continua diminuzione e i valori misurati dell’incidenza a livello nazionale sono bassi. Inoltre uno studio molto recente su un campione relativo alla regione Lombardia rileva una bassa carica virale nei soggetti trovati positivi al tampone.

La comunicazione e l’informazione scientifica ai tempi del Covid

L'intervista a Giuseppe Remuzzi sul Corriere della Sera fa riflettere sulla comunicazione in tempi di Covid-19: non solo è diventata consuetudine in ambito biomedico la pubblicazione preliminare di lavori non ancora sottoposti a peer review, ma i risultati di tali lavori vengono anche diffusi dai media. Tuttavia, l'influenza della ricerca sulle decisioni politiche, più che mai evidente nel corso della pandemia, comporta anche maggiori responsabilità e la necessità, per tutti gli attori dell’informazione e della comunicazione scientifica, di tenere alta la guardia del rigore scientifico.
Crediti immagine: Gerd Altmann/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Il nuovo coronavirus non ha solo stravolto le nostre vite e la nostra società, ha anche rivoluzionato la comunicazione scientifica in ambito biomedico, riducendo enormemente i tempi della pubblicazione dei risultati delle ricerche. Così, è ormai diventata consuetudine una pratica del tutto estranea al campo biomedico, anche se del tutto normale in fisica: la pubblicazione preliminare dei lavori in appositi archivi (Biorxiv e Medrxiv) prima che vengano sottoposti alla peer review, la revisione da parte dei pari.

Debolmente positivi: realtà o illusione?

Dalla mostra "Nous Les arbres", Fondazione Cartier per l’arte contemporanea, Parigi. Rielaborazione fotografica di Renata Tinini.

Pochi morti, da infezioni maturate nei mesi scorsi. Pochi accessi al pronto soccorso per Covid, la cui diagnosi è spesso incidentale in pazienti ricoverati per altri motivi. A sentire gli ospedali, la malattia sembra evaporata. A questi si aggiungono altri segnali sulla dinamica dei contagi, che a un mese e mezzo dalla riapertura resta sotto la soglia 1 di Rt in tutta Italia.

Sei infetto? Un po'…

Fa discutere l'intervista a Giuseppe Remuzzi al Corriere della Sera sulla necessità di distinguere tamponi che evidenzino cariche virali basse, sotto le 100.000 copie di virus (dove non ci sarebbe infezione e contagiosità), da quelle più alte. Una prima risposta la dà Stefania Salmaso, che invita a mantenere la dicotomia infetto/non infetto in base al risultato del tampone a prescindere dal livello di carica virale, che può avere spiegazioni diverse, non necessariamente di contagiosità assente. Foto di Renata Tinini (Bodemuseum, Berlino).

Il tema della contagiosità dei nuovi infetti rilevati in Lombardia è oggetto di discussione, perché sembra essere in contrasto con quanto finora noto. Premesso che il dibattito è basato sul contenuto di un’intervista giornalistica e non di un lavoro scientifico, vale la pena esprimere qualche perplessità, a vantaggio di chi potrebbe saltare a conclusioni circa i provvedimenti di sanità pubblica da adottare.  

Controllare l’epidemia: uno sguardo ai risultati di Svezia e Svizzera

In questo articolo si considerano due paesi che hanno adottato strategie molto diverse di risposta a Covid: da un lato la Svezia, che non ha sottoposto la popolazione a lockdown ma si è limitatata a dare informazioni di natura conmportamentale, ipotizzando l'inevitabilità della diffusione del virus e quasi auspicandolo, in vista di un rapido raggiungimento di una immunità collettiva. Dall'altro la Svizzera, che ha invece adottato interdizioni via via crescenti alle aggregazioni sociali (a partire dai raduni di massa per poi passare alla chiusura delle scuole e al divieto di raggruppamenti superiori a 5 persone) e che non ha puntato sulla immunità di gregge. Tirare conclusioni oggi fra i due modelli è difficile e prematuro, e solo a fine epidemia si potrà tentare un bilancio. Al momento si può osservare che la scommmessa svedese di poter far raggiungere in pochi mesi, senza restrizioni alla libertà di movimento della popolazione, una immunità protettiva della popolazione non si è avverata, mentre le misure svizzere sono state accompagnate da una notevole riduzione degli spostamenti delle persone e delle infezioni.
Restano però molte incognite, e sostanziali. Una di queste è che la forte riduzione della mobilità in Svizzera, e del numero di trasmissione delle infezioni (Rt), non ha fatto seguito ma ha preceduto le misure di contenimento sociale, una curiosa anticipazione forse dovuta alla sensibilità pubblica che nel frattempo si era creata sulla pandemia. Un'altra incertezza riguarda il caso svedese: resta difficile dire adesso se tale strategia abbia portato a un fallimento. Il tasso di mortalità svedese, infatti, è certamente più alto di quello dei paesi confinanti, ma è più basso di quello italiano e simile a quello francese, due paesi che hanno seguito la strategia del lockdown totale.
La riflessione di Rodolfo Saracci è quindi un invito a non fare facili confronti, a non stilare classifiche, a raffinare i dati e a continuare a studiare. Soprattutto a fare la cosa intellettualmente più difficile in questo momento di ansie e protagonismi epidemici: sospendere il giudizio.

Il numero di pubblicazioni scientifiche sul Covid-19 si conta ormai in decine di migliaia, ma “non si sa” è tuttora la formula più corretta per una moltitudine di aspetti, biologici, clinici, epidemiologici e sociologici della malattia: non si sa una storia chiara e solidamente documentata dell’origine e iniziale diffusione negli ultimi mesi del 2019 in Cina, come non si hanno ancora le percentuali di sopravvivenza nel tempo dei casi diagnosticati in marzo, aprile, maggio in una o più località o nazione, evidenza necessaria per valutare possibili cambiamenti di grav

Ha senso estendere la vaccinazione antinfluenzale?

A livello planetario, una persona su cinque ha una condizione patologica precedente l’infezione con SARS-CoV-2 che ne influenzerà un decorso più grave. La percentuale aumenta con l’età, dal 5% dei soggetti sotto ai 20 anni, al 66% di quelli sopra i 70. Di fatto, la presenza contemporanea di più malattie croniche comporta l’1% di ricoveri dei più giovani e il 20% dei più anziani, con gli uomini che rischiano il doppio delle donne di finire in ospedale, se infettati.

L'intelligenza generosa di Giulio Giorello

La scomparsa di Giulio Giorello priva il paese e la cultura, sia quella accademica sia quella pubblica, di un punto di riferimento intellettuale che negli ultimi trent’anni almeno è stato imprescindibile. Che si fosse d’accordo o in disaccordo con le sue posizioni.  La vastità e profondità dei suoi interessi, mai banali nemmeno quando estraeva filosofia da Topolino, ne fanno uno dei migliori esempi di come si possa genuinamente andare oltre le cosiddette due culture.