fbpx Piante OGM: l'Europa dovrebbe rivedere la sua posizione... | Page 13 | Scienza in rete

Piante OGM: l'Europa dovrebbe rivedere la sua posizione...

Read time: 2 mins

Le piante GM di seconda generazione sono ottenute attraverso nuove tecnologie che permettono di ottenere piante coltivate modificate prive però di geni di altre specie, tranquillizzando numerosi oppositori.

L'Europa, afferma Brian Heap su Nature di giugno, dovrebbe quindi ripensare alla sua posizione sulle piante GM.

Le nuove tecnologie infatti prevedono modificazioni epigenetiche che non causano cambiamenti nella sequenza di DNA o mutagenesi mirate in cui si altera solo un nucleotide all'interno del gene. Tra le GM di seconda generazione si possono considerare anche piante transgeniche ottenute mediante l'inserimento di geni di piante della stessa specie o specie affini ossia che si possono incrociare spontaneamente in natura. 

Recentemente è stato pubblicato dall'European Academies Science Advisory Council (EASAC) di Halle, Germania, di cui Brian Heap è presidente, il parere di un gruppo di esperti che affermano che  le nuove tecnologie di miglioramento genetico non possono essere considerate “modificazioni genetiche” nei termini usati in passato e così le piante che producono non dovrebbero essere sottoposte alla regolamentazione degli organismi GM.

Anche l'European Food Safety Authority a Parma, ha già espresso un parere giudicando simili i rischi tra le piante migliorate con metodi convenzionali e quelle prodotte mediante l'introduzione di geni della stessa specie (o specie affini) o mutagenesi mirata. 

Ora tocca all'Europa che, non avendo ancora deciso come classificare - e così regolare - le piante GM di seconda generazione, rischia di allontanare scienziati e aziende del settore riducendo la competitività europea. “Come in altri settori d'innovazione, l'obiettivo deve essere regolare il prodotto e non la tecnologia che lo produce”, afferma Brian Heap. A.G.

 

 

Autori: 
Sezioni: 
Dossier: 

prossimo articolo

Cosa resta dopo il talk: perché valutare l’impatto dei festival scientifici

sedia vuota su palco

Sedersi in platea, ascoltare, uscire con una sensazione precisa — entusiasmo o noia — e chiedersi come restituirla a chi organizza. Da questa esperienza personale, per Elena Panariello è nata una riflessione sulla valutazione dell’impatto dei festival scientifici: uno strumento poco praticato ma potenzialmente decisivo per ascoltare davvero il pubblico, riconoscere esclusioni, limiti e possibilità, e trasformare i dati in uno spazio democratico di confronto. Al suo lavoro è stato assegnato nel 2025 il premio per la miglior tesi del Master in Comunicazione della Scienza "Franco Prattico"

Mi siedo in poltrona, le luci si abbassano e lo spettacolo inizia.
Dopo un’ora e mezza - anzi, facciamo un’ora e quarantacinque, a causa delle domande sempre presenti dei più curiosi - il trambusto ricomincia.