fbpx Il Turing 2013 assegnato a un ricercatore italiano | Page 2 | Scienza in rete

Il Turing 2013 assegnato a un ricercatore italiano

Read time: 2 mins

Il premio Turing 2013 è andato a Silvio Micali, ricercatore italiano che lavora presso il Laboratorio di Ricerca per l’informatica e l’intelligenza artificiale del Massachussets Institute of Technology

L' Association for Computing Machinery, che assegna ogni anno il Turing (noto anche come il Nobel per l'informatica) alle eccellenze della computer science, ha premiato Micali insieme a Shafi Goldwasser per i loro contributo nel settore della crittografia e della teoria della complessità . Grazie agli studi dei due scienziati, infatti, è stato possibile sviluppare nuovi sistemi per cifrare e rendere più sicure le informazioni attraverso le firme digitali – un’esigenza, questa, che diventa sempre più urgente nei protocolli di informazione e nelle transazioni in rete. Il premio di 250mila dollari è finanziato da Google e Intel.

“Da tre decenni Shafi e Silvio sono leader nel campo della crittografia e i loro lavori hanno posto domande fondamentali circa il modo in cui condividere e ricevere informazioni. Sono entusiasta che sono stati premiati per il loro lavoro pionieristico”, ha commentato Daniela Rus, direttore del Csail.

Stefano Micali, nato a Palermo classe 1954, si è laureato a Roma in matematica, per poi trasferirsi in California dove ha conseguito un PhD e ha iniziato il suo lavoro di ricerca al Mit. Dal 1984 è professore di informatica presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica insieme a Shafi Goldwasser. Nel 2007 è entrato a far parte dell'Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti. 

Autori: 
Sezioni: 
Premi

prossimo articolo

L’incredibile e triste storia dei nuovi studi sul vaccino contro l’epatite B

fiala di vaccino con siringa

Con il pretesto della Gold Standard Science, il Dipartimento per la Salute diretto da Robert Kennedy intende finanziare con 1,6 milioni di dollari uno studio in Guinea Bissau sulla vaccinazione alla nascita contro il virus dell’epatite B. Procedura in uso negli Stati Uniti dal 1991. L’intento non è quello di aumentare la copertura vaccinale nel Paese africano, ma mettere a confronto un vaccino già noto con l’assenza di vaccino. Con sommo sprezzo dell’etica della ricerca

Partiamo da qui per raccontare una storia lunga, che ancora non si è conclusa.
È il 1991, la commissione per i vaccini dei Centers for Diseases Control (ACIP, Immunization Practices Advisory Committee) consiglia per la popolazione degli Stati Uniti la prima dose di vaccino per il virus dell'epatite B (HBV) alla nascita (che vuol dire entro 24 ore dalla nascita). Le successive due dosi dopo uno e sei mesi.