fbpx lo stato di salute delle oasi WWF | Page 25 | Scienza in rete

lo stato di salute delle oasi WWF

Read time: 2 mins

La colpa è delle attività agricole e degli incendi. Ma anche di specie esotiche invasive, regolazione delle acque, turismo, caccia e consumo di suolo: specie animali e habitat sono continuamente minacciate, come testimoniato dal WWF Italia, che alcuni giorni fa ha reso noti i risultati di un censimento effettuato presso 77 Siti d’Importanza Comunitaria (SIC), coincidenti con altrettante oasi gestite dall’associazione. Secondo quanto emerso, sono 84 gli habitat e 1107 le specie rilevate in più rispetto al Formulario di Rete Natura 2000 precedente mentre 10 habitat e 176 specie sono scomparse  e 791 specie  e 75 habitat hanno uno  status peggiore di quanto registrato in passato.

La valutazione delle aree è stata condotta con un metodo “speditivo” basato sulla conoscenza diretta da parte dei gestori e degli esperti (expert based): un’iniziativa portata avanti anche grazie al contributo del Corpo Forestale dello Stato e di 200 volontari naturalisti.

Un lavoro corposo e importante, come importanti sono le realtà che popolano le oasi del WWF, all’interno delle quali sono custoditi e tutelati il 66% degli habitat per la bioregione “alpina”, il 57% per quella “continentale” e il 65% per quella “mediterranea”. In totale, 35.000 ettari.

Sotto osservazione costante, gli esemplari di cervo sardo presso il Monte Arcosu, il geotritone di Genè (Speleomantes genei), specie endemica del Sulcis Iglesiente, la testuggine palustre di Sicilia (Emys trinacris), presente nelle oasi di Torre Salsa e Lago di Preola Gorghi Tondi. Particolari studi sono in corso nell’oasi Gole del Sagittario e Calanchi d’Atri in Abruzzo, popolata da pipistrelli mentre un centro Lontra è stato aperto al pubblico presso l’oasi di Lago di Penne (Abruzzo). E, tra le specie simbolo di queste aree, l’Orso bruno, la cui subpopolazione alpina, in gran parte frutto di un progetto di ripopolamento, coinvolge oggi 4 Stati e 4 diverse regioni italiane.

 

Autori: 
Sezioni: 

prossimo articolo

Recuperare il cammino dopo un ictus: la tecnologia al servizio della cura

Una persona che indossa un esoscheletro a fianco di una fisioterapista in un laboratorio di analisi del movimento

Presso il LAMoBiR dell’IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi di Milano la riabilitazione delle persone che in seguito a un ictus hanno ridotto la capacità di camminare si basa sullo studio di sistemi che integrano la robotica con la stimolazione elettrica funzionale dei muscoli. In collaborazione con IIT di Genova sono stati realizzati un esoscheletro e un’apparecchiatura per l’elettrostimolazione che offrono vantaggi rispetto a quelli già in uso. I ricercatori invitano le persone colpite dal problema a entrare a far parte dello studio. Immagine realizzata con l'ausilio di Chat GPT.

«Quella mattina mi sono svegliato con un forte mal di testa e ho scoperto di non riuscire a muovere né la mano e la gamba destre, né a parlare». Questa è la testimonianza di Andrea Vianello - noto giornalista della RAI - rilasciata in varie interviste e poi descritta nel libro Ogni parola che sapevo (Mondadori, 2020), in cui racconta il lento e faticoso percorso di recupero seguito all’ictus che lo ha colpito.