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Nanoparticelle a caccia di proteine

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E’ stato pubblicata sulla prestigiosa rivista PlosOne una ricerca, coordinata da Giovanni Bertoni del Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Milano, che descrive una nuova tecnologia in grado di catturare e identificare le proteine esposte sulla superficie delle cellule batteriche. Queste proteine che giocano un ruolo chiave nel processo di infezione, sono le prime a essere riconosciute come estranee dal sistema immunitario. La localizzazione superficiale delle proteine ​​batteriche è un passo fondamentale verso l'identificazione dei fattori di virulenza coinvolti nei meccanismi di patogenicità. Una loro accurata identificazione permette di accelerare lo sviluppo di nuovi antibiotici e di vaccini. La metodologia di “cattura” di proteine di superficie, già però prontamente applicabile ad altri batteri patogeni, è stata a messa a punto nello specifico su Pseudomonas aeruginosa, un importante patogeno opportunista umano. Questa tecnica si basa sull’uso di nanoparticelle magnetiche derivatizzate capaci di stabilire legami covalenti con le proteine. Una volta che si adagiano sulla superfice di cellule intere, le nanoparticelle “catturano” covalentemente proteine adiacenti che vengono poi identificate mediante tecniche di spettrometria di massa. In un test comparativo, questa tecnica si è rivelata più efficiente e accurata nell’identificare nuove proteine di superficie rispetto a procedure precedenti.

I risultati di questo studio, che vede fra i collaboratori anche Francesco Bonomi del DeFENS, Pierluigi Mauri dell’Istituto di Tecnologie Biomediche (CNR-ITB; Segrate) e Alessandra Bragonzi dell’Ospedale San Raffaele, sono molto promettenti per lo sviluppo di nuovi antibiotici e vaccini. Questa ricerca è stata possibile grazie ai finanziamenti della Fondazione Cariplo, della Commissione Europea e della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica (Verona).

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Bioscienze

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In alcune sequenze sismiche si osserva una correlazione tra le magnitudo di scosse successive, facendo sperare di poter migliorare i modelli per la previsione probabilistica dei terremoti. Tuttavia, secondo un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II, quando i dati indicano la presenza di una correlazione è solo perché le scosse più piccole sfuggono alle registrazioni. Nell’immagine una strada di Fort Irwin, California, il 5 luglio 2019, dopo che tre scosse di magnitudo tra 6,4, 5,4 e 7,1 partirono dalla città di Ridgecrest, cento chilometri più a nord. Credit: Janell Ford/DVIDS.

I sismologi si chiedono da sempre se un terremoto grande preannunci l’arrivo di un terremoto ugualmente grande o più grande. Si interrogano cioè sull’esistenza di una correlazione tra la magnitudo delle scosse registrate durante una sequenza sismica. Secondo un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II, se questa correlazione c’è è dovuta solo al fatto che non sappiamo rilevare tutti i terremoti piccoli durante le sequenze. Tenendo conto dei terremoti mancanti, la correlazione scompare, e con lei la possibilità di trovare eventi precursori di grandi terremoti.