fbpx L'illusione dell'arsenico | Page 8 | Scienza in rete

L'illusione dell'arsenico

Primary tabs

Read time: 2 mins

Due studi indipendenti mettono definitivamente fine alla controversia dei batteri estremofili del Mono Lake: non vivono solo di arsenico, ma per il loro metabolismo è indispensabile la disponibilità di fosforo.

Fin dalla sua pubblicazione su Science nel dicembre 2010 lo studio di Felisa Wolfe-Simon e collboratori in cui si suggeriva che il batterio GFAJ-1 (appartenente alla famiglia delle Halomonadaceae) potesse impiegare in alcuni processi biochimici arsenico al posto del fosforo aveva destato non poche perplessità. La possibilità di essersi imbattuti in un organismo in grado di incorporare nel suo DNA e sfruttare a suo vantaggio una sostanza altamente tossica come l’arsenico non aveva convinto del tutto e due lavori appena pubblicati su Science dimostrano che i dubbiosi avevano ragione.

Nel primo studio, opera del team di Marshall Louis Reaves (Princeton University), si dimostra non solo che non v’è traccia di arsenico nel DNA del batterio, ma anche che in un ambiente privo di un minimo contenuto di fosforo non si verifica alcuna sua crescita. A identiche conclusioni giungono anche Tobias Erb (Institute of Microbiology, ETH Zurich) e collaboratori, che nel loro studio sottolineano l’elevata capacità di resistenza del batterio in un ambiente così ostile per l’elevata concentrazione di arsenico, ma rimarcano come il metabolismo di GFAJ-1 sia strettamente dipendente dalla disponibilità del fosforo.

Il batterio, insomma, è stato bruscamente declassato dal rango di “alieno” a quello meno altisonante di organismo estremofilo. Un declassamento che mette da parte il sogno di essersi finalmente imbattuti in una forma biologica completamente diversa da quelle che popolano il pianeta Terra.

Nature News

Autori: 
Sezioni: 
Biologia

prossimo articolo

L’incredibile e triste storia dei nuovi studi sul vaccino contro l’epatite B

fiala di vaccino con siringa

Con il pretesto della Gold Standard Science, il Dipartimento per la Salute diretto da Robert Kennedy intende finanziare con 1,6 milioni di dollari uno studio in Guinea Bissau sulla vaccinazione alla nascita contro il virus dell’epatite B. Procedura in uso negli Stati Uniti dal 1991. L’intento non è quello di aumentare la copertura vaccinale nel Paese africano, ma mettere a confronto un vaccino già noto con l’assenza di vaccino. Con sommo sprezzo dell’etica della ricerca

Partiamo da qui per raccontare una storia lunga, che ancora non si è conclusa.
È il 1991, la commissione per i vaccini dei Centers for Diseases Control (ACIP, Immunization Practices Advisory Committee) consiglia per la popolazione degli Stati Uniti la prima dose di vaccino per il virus dell'epatite B (HBV) alla nascita (che vuol dire entro 24 ore dalla nascita). Le successive due dosi dopo uno e sei mesi.