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Lebbra anche dagli armadilli

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E’ finalmente svelato il mistero di come fanno a prendere la lebbra quella cinquantina di americani che ogni anno si ammalano anche senza aver mai viaggiato in zone endemiche come l’India, il Brasile, l’Africa, le Filippine o altre isole del Pacifico occidentale. I ricercatori del National Hansen’s Disease Program hanno infatti rivelato sul New England Journal of Medicine che l’analisi delle sequenze geniche dei Mycobacterium leprae isolati negli Stati Uniti non lascia dubbi: un caso su tre di quelli che insorgono negli Stati Uniti dipende da un contatto con gli armadilli che, soprattutto negli Stati del Sud, come Texas e Louisiana, c’è chi caccia, spella e mangia. E’ la prima dimostrazione di un’origine zoonotica della malattia, a sua volta portata probabilmente agli armadilli dai conquistadores al seguito di Cristoforo Colombo.

Al di là di tutto, il dato è comunque importante soprattutto ai fini della diagnosi: il fatto di non aver mai varcato i confini non sarà più una ragione per escludere la patologia, che nel mondo colpisce ancora ogni anno 250.000 persone. Davanti a sintomi sospetti i medici dovranno quindi indagare anche su queste eventuali strane abitudine alimentari, a meno che la diffusione della notizia, che ha avuto grande rilievo sui media d’oltreoceano, spinga questi originali buongustai a cambiare menu.

 

New England Journal of Medicine 2011; 364:1626-1633

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Tra errori clamorosi, vizi strutturali e nuove sfide come l’intelligenza artificiale, il nuovo libro di Luca De Fiore, "Come non pubblicare in medicina" (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), ribalta con ironia le regole della pubblicazione scientifica per mostrarne i limiti più profondi. Non solo un manuale per evitare brutte figure , ma una riflessione su un sistema imperfetto e sempre più bisognoso di trasparenza, ma ancora necessario.

«Gentile direttore del New England Journal of Medicine…»: peccato che l’indirizzo fosse quello dell’editor di Jama. È successo mille volte, racconta Robert M. Golub: il destinatario era lui, all’epoca executive deputy editor della seconda rivista, e tutte le volte che ha letto un’intestazione così clamorosamente sbagliata ha pensato che gli autori della mail non dovessero essere campioni della cura del dettaglio. Succede. Come succede di dimenticarsi le tracce delle revisioni ancora visibili o di inciampare in sciatterie di formattazione, e anche molto peggio.