Fare attività fisica: dalla evidence alla policy

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Promuovere l’attività fisica per contrastare la sedentarietà che contraddistingue lo stile di vita della società odierna è un’evidenza scientifica implicita, ma difficile da mettere in pratica. Il tema, le sue problematiche e i metodi per arrivare a delle soluzioni sono il focus del progetto REPOPA (REsearch into POlicy to enhance Physical Acivity), parte del 7° Programma Quadro dell’Unione Europea. Iniziato nel 2012 e ormai alle fasi conclusive, vede la partecipazione di Danimarca, Finlandia, Italia, UK, Paesi Bassi, Romania e del Canada in funzione di valutatore. Lo scorso febbraio si è svolto a Roma, nell’Aula Marconi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), un tavolo di lavoro che ha messo a confronto scienziati, politici, sportivi professionisti e policy maker. Abbiamo intervistato Adriana Valente, ricercatrice dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR, e responsabile del progetto per l’Italia.

Come viene usata la scienza quando si tratta di prendere decisioni politiche?
Ci sono diversi modi di usare la ricerca scientifica. L’esempio più semplice è quando se ne fa un uso simbolico e anche, aggiungerei, manipolatorio, per giustificare scelte già fatte a livello politico. In alcuni casi può essere concettuale. Ovvero, si prende una decisione e si costruisce una premessa che contiene un riferimento scientifico. Tuttavia, quello che a noi ricercatori interessa è che l’evidence sia lo strumento della decisione politica. Possiamo capire questo solo analizzando l’intera costruzione della policy, ma spesso il mero documento di policy non aiuta a capire che uso è stato fatto della ricerca.

Che metodi sono stati usati per favorire lo scambio tra scienziati e policy maker?
L’Italia ha realizzato un tavolo reale dove policy maker e ricercatori si sono incontrati e hanno simulato esperienze, valutandone l’eticità e creando una serie di indicatori. Abbiamo quindi dato una definizione precisa al processo decisionale, ovvero l’intervento in una delle varie fasi di un percorso di policy making, sostenendone la responsabilità.

Quali problemi incontrano politica e ricerca quando devono prendere decisioni condivise?  
Una difficoltà fondamentale è il diverso uso del linguaggio. In una fase della nostra ricerca si è cercato di elaborare strumenti che aiutassero a superare questa empasse. Inoltre, la definizione dei ruoli è necessaria ma sommaria e arbitraria. Spesso, più ruoli fanno capo a una stessa persona e vi è difficoltà a cogliere questa pluralità. Ma il problema principale è quello di un confronto stabile. Non basta solo un trasferimento delle evidenze scientifiche nelle decisioni politiche. È necessario mantenere una qualche forma di confronto su base permanente o periodica tra ricercatori e policy maker. Questa resta la grande scommessa.

Come concluderete il progetto?
L’ultima parte, di cui l’Italia è responsabile, sarà raccogliere tutto il materiale e riorganizzare le raccomandazioni a livello nazionale ed europeo. Verranno quindi elaborati degli indicatori utili a capire se e quanto l’evidence sia presente nella policy di un’organizzazione.

Che cosa sono gli indicatori?
Sono piccoli fattori che ci consentono di misurare un fenomeno più grande. Sono elementi molto specifici che, considerati nella loro interezza, fanno concludere se un’organizzazione stia usando i risultati della ricerca.

Ci sono differenze tra i Paesi partecipanti?
Qualche differenza c’è. Per alcuni Paesi un indicatore può essere fondamentale, per altri può essere meno utilizzabile e questo sarà l’analisi finale del progetto.

Federica Lavarini

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Ricerca europea
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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.