Fare attività fisica: dalla evidence alla policy

Read time: 3 mins

Promuovere l’attività fisica per contrastare la sedentarietà che contraddistingue lo stile di vita della società odierna è un’evidenza scientifica implicita, ma difficile da mettere in pratica. Il tema, le sue problematiche e i metodi per arrivare a delle soluzioni sono il focus del progetto REPOPA (REsearch into POlicy to enhance Physical Acivity), parte del 7° Programma Quadro dell’Unione Europea. Iniziato nel 2012 e ormai alle fasi conclusive, vede la partecipazione di Danimarca, Finlandia, Italia, UK, Paesi Bassi, Romania e del Canada in funzione di valutatore. Lo scorso febbraio si è svolto a Roma, nell’Aula Marconi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), un tavolo di lavoro che ha messo a confronto scienziati, politici, sportivi professionisti e policy maker. Abbiamo intervistato Adriana Valente, ricercatrice dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR, e responsabile del progetto per l’Italia.

Come viene usata la scienza quando si tratta di prendere decisioni politiche?
Ci sono diversi modi di usare la ricerca scientifica. L’esempio più semplice è quando se ne fa un uso simbolico e anche, aggiungerei, manipolatorio, per giustificare scelte già fatte a livello politico. In alcuni casi può essere concettuale. Ovvero, si prende una decisione e si costruisce una premessa che contiene un riferimento scientifico. Tuttavia, quello che a noi ricercatori interessa è che l’evidence sia lo strumento della decisione politica. Possiamo capire questo solo analizzando l’intera costruzione della policy, ma spesso il mero documento di policy non aiuta a capire che uso è stato fatto della ricerca.

Che metodi sono stati usati per favorire lo scambio tra scienziati e policy maker?
L’Italia ha realizzato un tavolo reale dove policy maker e ricercatori si sono incontrati e hanno simulato esperienze, valutandone l’eticità e creando una serie di indicatori. Abbiamo quindi dato una definizione precisa al processo decisionale, ovvero l’intervento in una delle varie fasi di un percorso di policy making, sostenendone la responsabilità.

Quali problemi incontrano politica e ricerca quando devono prendere decisioni condivise?  
Una difficoltà fondamentale è il diverso uso del linguaggio. In una fase della nostra ricerca si è cercato di elaborare strumenti che aiutassero a superare questa empasse. Inoltre, la definizione dei ruoli è necessaria ma sommaria e arbitraria. Spesso, più ruoli fanno capo a una stessa persona e vi è difficoltà a cogliere questa pluralità. Ma il problema principale è quello di un confronto stabile. Non basta solo un trasferimento delle evidenze scientifiche nelle decisioni politiche. È necessario mantenere una qualche forma di confronto su base permanente o periodica tra ricercatori e policy maker. Questa resta la grande scommessa.

Come concluderete il progetto?
L’ultima parte, di cui l’Italia è responsabile, sarà raccogliere tutto il materiale e riorganizzare le raccomandazioni a livello nazionale ed europeo. Verranno quindi elaborati degli indicatori utili a capire se e quanto l’evidence sia presente nella policy di un’organizzazione.

Che cosa sono gli indicatori?
Sono piccoli fattori che ci consentono di misurare un fenomeno più grande. Sono elementi molto specifici che, considerati nella loro interezza, fanno concludere se un’organizzazione stia usando i risultati della ricerca.

Ci sono differenze tra i Paesi partecipanti?
Qualche differenza c’è. Per alcuni Paesi un indicatore può essere fondamentale, per altri può essere meno utilizzabile e questo sarà l’analisi finale del progetto.

Federica Lavarini

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Ricerca europea
Lavorato da / tipo di lavorazione: 
autore
stato: 
bozza

altri articoli

Banca del DNA: ecco come funziona

In ritardo rispetto agli altri paesi ma ce l'abbiamo fatta: dall'8 novembre 2016 anche l'Italia si è dotata di una banca del DNA, come stabilito nel lontano 2005 con il Trattato di Prüm, sottoscritto da Belgio, Germania, Spagna, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Austria - e dall'Italia nel 2009 - con lo scopo di contrastare il terrorismo, la criminalità transfrontaliera e la migrazione illegale. Un trattato che prevedeva fra le altre cose anche l'istituzione di una Banca Dati Nazionale del DNA in seno alle forze di Polizia e di un Laboratorio centrale.