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Home » Campi del sapere » Scienze della vita

Trapianti: cambiare la legge si può. Anzi, si deve

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Medicina

Adesso sembra tutto facile, ma quando David Hume – nel 1951 – ebbe l’idea di trapiantare un rene ad una donna che stava per  morire, fu molto criticato. I chirurghi di allora erano contro, tanto che per anni il dottor Hume – che lavorava a Boston – non ebbe il coraggio di presentare i risultati delle sue ricerche a nessun congresso. Il primo trapianto di rene fu a Boston (due giorni prima di Natale del 1954). E’ stato merito di Joseph Murray, un chirurgo plastico, e del nefrologo John Merrill. Ronald e Richard Herrick erano gemelli identici: Richard, che altrimenti sarebbe morto, dopo il trapianto visse una vita normale per 20 anni. Il lavoro di Joe Murray aveva aperto la strada a tanti altri trapianti. (Quasi un milione da allora ad oggi, e Murray nel 1990 ebbe il premio Nobel).

Qualche anno fa una signora di 42 anni Kelly Perkins che aveva avuto un trapianto di cuore in California è arrivata in cima al Cervino, e quando è tornata in albergo a Zermatt non sembrava nemmeno affaticata. (Tre anni dopo l’intervento, aveva già scalato il monte Fuji in Giappone, 3776 metri). E pensare che 10 anni prima Kelly sarebbe morta, se il cuore non fosse arrivato in tempo.

Ma per tanti che aspettano - solo in Italia sono più di 10.000 – il trapianto non arriva mai e, allora o si muore o si resta in dialisi per tutta la vita. Non ci sono abbastanza donatori. L’Italia dei trapianti non è più l’ultima dei Paesi d’Europa, ma quelli che aspettano sono sempre di più. Così in lista d’attesa qualcuno muore. E  c’è chi muore ancora prima di poter accedere a una lista. Il problema della mancanza di organi è così drammatico che quasi 50 pazienti muoiono ogni giorno solo in Italia senza avere nemmeno avuto la possibilità di accedere ad una lista di trapianto.

Qualcuno si chiede se il modo più semplice non sia quello di andarselo a comperare un rene, in Cina o in India. Non va bene, naturalmente, e non dovrebbe succedere mai, ne parliamo con gli ammalati spesso, ma non basta, è venuto il momento di fare qualcosa di più. Cambiare la legge? Forse. Prima però consideriamo che la Toscana, che fa più trapianti della Spagna, ha la stessa legge dell’Umbria, dell’Abruzzo, della Calabria, dove di trapianti se ne fanno più o meno come in Turchia.

Dobbiamo preoccuparci invece di chi – quando gli si chiede se vuole lasciare gli organi di un suo caro appena morto – dice di no. Se guardiamo all’Italia i no dei familiari sono tre su dieci, in qualche regione si arriva a due su dieci, ma in certe regioni del sud i no sono sei e anche otto su dieci. La legge non impone che si chieda ai familiari. Ma lo si fa sempre,  per riguardo e sensibilità, ed è giusto. E poi perché per la nostra legge, chi non si è espresso in vita è un potenziale donatore: solo però se c’è evidenza che era stato informato in vita della possibilità di esprimersi per il sì o per il no. Questo “se c’è evidenza” sarebbe fonte di discussioni e conflittualità  difficili  da sopportare se non si coinvolgessero i familiari nelle decisioni. Cosa fare?

Bisogna convincere la gente che lasciare i propri organi dopo la morte a chi ne ha bisogno per vivere è un dovere, come assistere gli anziani e vaccinare i bambini. In tanti Paesi democratici si chiede ai giovani di essere militari, ed è per legge. Capita che ci siano delle guerre e questi ragazzi muoiano “è giusto, è per proteggere il Paese”, dicono tutti. Ma allo stesso modo non dovrebbe essere un dovere anche quello di lasciare i nostri organi quando a noi non servono più a chi ne ha bisogno per vivere? Tanto più che, se no, finiscono sotto terra, e marciscono, o vengono bruciati.

Chi non vuole perché non si fida dell’organizzazione o  perché non è convinto che quelli a cui si prelevano gli organi siano davvero morti e chi non vuole per fanatismo o per convinzione religiosa, lo dica lui in vita, in qualunque momento e se ne terrà conto. Sono quelli del no che si danno da fare per farlo sapere, che si tengono volentieri un cartellino nel portafogli o che vanno alla ASL per dire che sono contro. Gli altri, quelli che sono favorevoli (e sono più dell’ottanta percento) al destino dei loro organi dopo la morte non ci pensano quasi mai e alla ASL non ci vanno forse per pigrizia o perché non trovano mai il tempo, anche solo per scaramanzia o per mille altre ragioni.

E allora facciamo una legge semplicissima: sono tutti donatori tranne chi in vita si è detto contrario. E' quanto suggerisce Valerio Pocar nel suo intervento su Scienzainrete, ed è giustissimo. E già che ci siamo facciamone un altro di passi avanti. Non chiamiamo più “donatore” chi lascia i propri organi dopo la morte. L’atto di donare implica volontà che è dei vivi, non dei cadaveri. Dobbiamo convincere la gente che dopo di noi il nostro corpo è degli altri, di tutti quelli che ci hanno aiutato in tanti momenti a vivere la vita che abbiamo vissuto. Senza dimenticare che per ognuno che dice di no, un grave cardiopatico muore e un adulto e un bambino che avrebbero potuto guarire con un fegato nuovo perdono la loro occasione per sempre, un diabetico continuerà con l’insulina e con tante sofferenze, due malati continueranno  con la schiavitù della dialisi e se da quel cadavere si poteva prelevare anche il polmone, qualcuno che avrebbe potuto respirare come noi andrà avanti con la bombola di ossigeno.

11 novembre, 2010 da Giuseppe Remuzzi


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