Tasse per un'università più equa: risposta a Sylos Labini

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Ringrazio Francesco Sylos Labini per i suoi commenti stimolanti, anche se critici, al mio tentativo di quadrare il cerchio: ossia di trovare una strada per rifinanziare gli atenei in un modo che sia equo per i meno abbienti, responsabilizzi i singoli e le istituzioni per evitare sprechi di risorse e sia sostenibile nel lungo periodo entro i margini ristretti dei nostri conti pubblici.

Come ognuno sa il debito pubblico che stiamo lasciando alle future generazioni è esorbitante e in questo momento serve a poco discutere a chi vada attribuita questa pesante responsabilità. Ma è bene sgombrare subito il campo da un'illusoria soluzione per quadrare il cerchio, spesso menzionata in questi dibattiti. Chi vagheggia la possibilità di finanziare l'università italiana con riduzioni di altre voci della spesa pubblica (ad esempio gli aerei da caccia dell'esercito) oppure con la lotta all'evasione fiscale, deve comprendere che anche se queste strade fossero facilmente e immediatamente perseguibili (e certamente lo sono e devono essere percorse), ogni euro da loro fornito deve essere utilizzato per ridurre l'esorbitante debito pubblico accumulato nel passato. Francesco pensa che questo non sia vero perché è una questione di scelte politiche. Io penso che ridurre il debito pubblico sia una questione di sopravvivenza del nostro Paese e di equità verso i nostri figli e nipoti. Ma quand'anche fosse vero che è solo una scelta politica, in un paese democratico il governo riflette le preferenze dei suoi elettori. In attesa di riuscire a convincere gli italiani a pagare le tasse e a preferire buona ricerca invece che caccia-bombardieri, preferisco pensare intanto, con concreta creatività, a soluzioni alternative.

Tra breve uscirà una variante della proposta iniziale oggetto dell'interrogazione parlamentare, che attraverso un inedito spiraglio istituzionale potrebbe consentire di risolvere in modo significativo il problema del reperire fondi per l'università in modo compatibile con i vincoli di bilancio. Ma in attesa di poter rendere pubblica questa nuova versione, di cui ancora devo verificare alcuni dettagli importanti, qui mi limito a rispondere brevemente alle critiche di Francesco, per la parte che riguarda strettamente la proposta.

1) Nell'attuale situazione sono i poveri a pagare l'università ai ricchi?

 

La risposta è si perché perfino nell'ipotesi (da verificare come vedremo) che in Italia i ricchi contribuiscano più dei poveri alla fiscalità generale essendo le aliquote irpef  disegnate in modo progressivo, se le tasse universitarie sono uguali per tutti ma i ricchi vanno all'università più dei poveri, il finanziamento dell'università risulta disegnato in modo regressivo, e quindi riduce la progressività complessiva del sistema tributario.

 

 

L'art. 53 secondo comma della nostra Costituzione dice che "Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Questi criteri sono stabiliti esplicitamente dalle leggi che determinano le aliquote del prelievo fiscale. Il finanziamento dell'università, invece, modifica questi criteri di progressività in un modo che non è voluto dal Parlamento, ma dettato dalla frequenza relativa con cui ricchi e poveri accedono all'università, se le tasse universitarie sono uguali per tutti. E ci sono forti motivi per ritenere che questa modificazione possa arrivare ad annullare completamente o addirittura invertire di fatto la progressività voluta dalle leggi. L'esempio numerico che segue illustra questa realistica possibilità.

Consideriamo un paese in cui ci siano 10 cittadini, 3 ricchi che guadagnano 100 e 7 poveri che guadagnano 10. Supponiamo che questo paese decida che sia equa una tassazione progressiva al fine di ridurre la disuguaglianza dei redditi tra ricchi e poveri. A questo fine il paese decide che i ricchi debbano pagare il 40% di tasse mentre i poveri solo il 20%. Quindi l'ammontare di tasse pagate dai ricchi sarà 3*40 = 120 mentre l'ammontare pagato dai poveri sarà 7*2 = 14. Le entrate fiscali del paese ammontano quindi a 134.

Supponiamo che il governo di questo paese decida di usare questo gettito fiscale per un bene pubblico (ad esempio istruzione elementare) che per ipotesi è usato da ricchi e poveri in misura uguale procapite, ossia 13,4 a testa. Quindi un cittadino ricco che ha un reddito prima delle tasse di 100, dopo le tasse e l'erogazione del bene pubblico si ritrova con 100 - 40 + 13,4 = 73,4. Un cittadino povero invece, che ha un reddito prima delle tasse pari a 10, dopo le tasse e l'erogazione del bene pubblico avrà un reddito pari 10 - 2 + 13,4 = 21,4.

Quindi prima dell'intervento del governo un povero aveva un reddito pari al 10% di un ricco. Dopo l'intervento del governo un povero ha un reddito pari a circa il 29% del ricco. L'intervento statale ha ridotto la disuguaglianza dei redditi come nelle intenzione del governo che ha fatto questo rappresentando la volontà della maggioranza dei suoi elettori.

Ora ipotizziamo che l'anno successivo il governo utilizzi lo stesso prelievo fiscale per finanziare un diverso bene pubblico, ossia le università. Nel caso dell'istruzione terziaria, però solo 4 cittadini si iscrivono all'università: 3 ricchi e 1 povero. Ciascun iscritto all'università riceve quindi, sotto forma di istruzione universitaria, un quarto del gettito fiscale, pari a 33,5 (ovvero 134/4).

In questo caso il reddito procapite dei 3 cittadini ricchi, dopo l'intervento statale, è pari a 100 - 40 +33,5 = 93,5. Invece il reddito del cittadino povero che va all'università è pari a 10 - 2 +33,5 = 41,5. Infine il reddito procapite dei 6 cittadini poveri che non vanno all'università è pari 10 - 2 = 8. Ne consegue che il reddito medio procapite dei 7 poveri è 41,5*1/7 + 8*(6/7) = 12,8.

Quindi in questo secondo anno, mentre prima dell'intervento statale il povero medio guadagna il 10% del ricco medio, dopo l'intervento statale il povero medio guadagna il 13,7% del ricco medio. Alla fine del primo anno, dopo l'intervento statale, il reddito procapite di un povero medio era pari al 29% del reddito procapite di un ricco

Ossia nonostante la volontà popolare abbia chiesto al governo di realizzare un sistema progressivo di tassazione, il fatto che l'università sia usata dai ricchi più che dai poveri finisce per ridurre notevolmente la progressività della fiscalità generale contrariamente a quanto desiderato dalla collettività. È importante notare che nel primo anno, in cui il bene pubblico (istruzione elementare) era da tutti usato in modo uguale, la progressività del sistema tributario voluta dalla collettività non veniva ridotta.

Il libro di Baldini e Toso, Disuguaglianze, povertà e politiche pubbliche, Il Mulino 2009, utilizza i migliori dati a disposizione per fare questi conti nella giungla del sistema tributario italiano. Alla fine di questi conti, come dicevo all'inizio, non è nemmeno chiaro quanto progressivo sia il prelievo fiscale in Italia. Ad esempio, secondo Baldini e Toso, i contributi e le imposte dirette riducono l'Indice di Gini (un indice della disuguaglianza dei redditi individuali) da 0,394 a 0,325 ma le imposte indirette fanno risalire l'indice a 0,362. Tenendo conto degli effetti del sistema di finanziamento dell'università l'Indice di Gini salirebbe ancora. E non appena possibile, a questo punto, farò il calcolo preciso.

2) L'università italiana non è gratuita

Niente da eccepire su questo, soprattutto tenendo conto anche dei costi di spostamento degli studenti, qualora iniziassero a spostarsi di più per scegliere gli atenei migliori. Ma non vedo che rilevanza abbia questo punto ai fini della mia proposta. Anche perché, così come vengo accusato dai critici di voler bovinamente copiare i numerosi paesi stranieri che hanno introdotto sistemi analoghi a quello da me proposto, mi verrebbe da chiedere a Francesco perché dovremmo copiare gli altri paesi nel fare una cosa iniqua e inefficiente come non fare pagare le tasse universitarie ai ricchi!

Ma lasciando perdere i paragoni internazionali, nessuno sembra volersi accorgere del fatto che la mia proposta consiste nel far pagare l'università di più ai ricchi (quelli di oggi subito e quelli di domani in modo differito) e di farla pagare di meno ai poveri. Ovvero anche se volessimo lasciare invariato il costo attuale medio dell'accesso all'università, per i motivi di equità di cui al punto (1) la mia proposta prevede di differenziare le tasse universitarie rispetto al reddito familiare e di farle pagare comunque solo in modo differito, solo subordinatamente al raggiungimento di un reddito sufficiente e solo in proporzione a detto reddito. Questa offerta vale per chi non possa pagare subito le tasse universitarie e per chi preferisca pagarle in modo differito.

Questo, lo ripeto ancora una volta, vuol dire che i poveri di oggi e di domani ossia quelli che nonostante l'accesso all'università non riescono ad aumentare i loro redditi, non pagano nulla. Non si vede quindi in base a quale argomento Francesco verso la fine del suo articolo scriva: "E’ chiaro che con il sistema di alte tasse e prestiti chi ha una famiglia abbiente non si deve indebitare. Invece, per chi non ha disponibilità, studiare diventa una scommessa, ovvero un’ipoteca sul proprio futuro. Questa situazione non può che disincentivare i meno abbienti allo studio allargando la forbice sociale". Ritengo proprio che con il mio sistema accadrebbe il contrario, soprattutto se favorisse la nascita di corsi di laurea di eccellenza.

In secondo luogo, la mia prima risposta (punto 1 sopra) riguardo alla regressività del finanziamento universitario, suggerisce che probabilmente è possibile (e auspicabile) aumentare il livello medio delle tasse universitarie, ma caricando i più abbienti in proporzione maggiore di quanto vengano ridotte le tasse universitarie per i meno abbienti. Ossia è auspicabile e possibile rendere progressivo anche il finanziamento dell'università considerato da solo in isolamento dal resto mediante tasse universitarie fortemente differenziate sulla base del reddito familiare. Il che non sarebbe altro che una applicazione diretta dell'art. 53 della Costituzione.

Infine, se l'inedito spiraglio istituzionale a cui sopra accennavo si conferma, nella nuova versione della mia proposta l'aumento delle tasse universitarie combinato con prestiti pubblici sostanziosamente agevolati per i meno abbienti, costituirà di fatto uno strumento per convogliare maggiori risorse pubbliche, fornite dai prestiti, agli atenei che creino davvero didattica e ricerca di eccellenza, portate dalle gambe degli studenti che vorranno scegliere solo gli atenei migliori.

3) L'università italiana non è di pessima qualità

Anche ammesso che Francesco abbia ragione su questo punto, se la mia proposta consentisse di migliorare questa già altissima qualità, perché non farlo? Ma in realtà, al di là degli indicatori bibliometrici sempre difficili da interpretare in modo conclusivo essendo cruciale stabilire che cosa deve essere usato al loro denominatore, c'è un indicatore molto chiaro ed evidente della qualità della ricerca in Italia che ho analizzato dati alla mano nel mio articolo (con Roberto Perotti e Stefano Gagliarducci) su "Lo splendido isolamento dell'università italiana", pubblicato nel libro di Boeri et al (ed.) Oltre il Declino (Mondadori 2005, scaricabile anche da http://www2.dse.unibo.it/ichino/gipp_declino_18.pdf).

L'assenza di ricercatori stranieri nelle nostre università è l'indicatore più esplicito dell'esistenza di qualcosa di grave che non va nel modo in cui la ricerca scientifica si svolge in Italia. La cosiddetta "fuga dei cervelli italiani" non sarebbe un problema se fosse contraccambiata da un arrivo di cervelli stranieri, come fisiologicamente avviene all'estero. Anche Francesco richiama questo fatto citando Marino Regini. Ma stranamente non lo considera come il segnale più evidente del fatto che la ricerca in Italia, tranne che in alcuni importanti punti di eccellenza, non raggiunge la qualità sufficiente per attirare ricercatori dall'estero. E se Francesco mi rispondesse che il motivo sono i bassi salari e il sottofinanziamento, torniamo ai punti precedenti: bisogna trovare modi per aumentare il finanziamento all'università. Uno di questi modi, ispirato alla nostra Costituzione è farla pagare soprattutto ai ricchi, possibilmente più che in misura proporzionale al loro utilizzo, proprio per ottenere l'effetto progressivo voluto dai nostri Padri Costituenti.

Infine, la Bocconi non compare nelle statistiche internazionali degli atenei generalisti perché è un ateneo in cui si insegna praticamente solo economia. Se Francesco volesse usare le statistiche appropriate troverebbe che in Economics la Bocconi è davanti a tutte le altre università italiane (purtroppo anche davanti alla mia, che recentemente ha perso due dei suoi migliori professori migrati alla Bocconi e a UPF, Barcellona, proprio perché non c'era modo di offrire loro stipendi e condizioni di ricerca comparabili con quelli di queste due università). Uno di questi ranking specifici per economics è, ad esempio, quello bibliometrico (solo per la ricerca e basato sulle pubblicazioni nelle migliori riviste di economia) fatto dal Economics Department di Tilburg (https://econtop.uvt.nl/rankinglist.php). Dal punto di vista della didattica e dei servizi agli studenti credo nessuno dubiti che la Bocconi stia davanti tutti (almeno in economics) e lo può proprio fare grazie a maggiori risorse. Sui ranking in economics vedi anche il mio già citato articolo sullo "Splendido isolamento dell'università italiana". Non è la mia materia, ma spero che medici e biotecnologi di questo sito possano dirci qualcosa riguardo all'Istituto San Raffaele.

Mi fermo per non abusare ulteriormente della pazienza dei lettori, sperando di aver risposto convincentemente e precisamente alla maggior parte dei punti sollevati da Francesco.

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