In Italia ammalarsi non è uguale per tutti

Read time: 4 mins

A dicembre è stato pubblicato un report della Commissione europea sulle diseguaglianze di salute nell’Unione europea. Attraverso un’attenta analisi, viene evidenziato il persistere di sostanziali differenze tra i paesi dell’Unione in molteplici indicatori di salute, come all’interno dei paesi stessi.
Non è questa certamente una novità, visto che la letteratura scientifica e diversi rapporti ufficiali da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità avevano da tempo evidenziato il problema. La parte forse di maggiore interesse del rapporto della commissione guidata da uno dei maggiori esperti mondiali dell’argomento, Michael Marmot, è forse quella relativa a che cosa hanno fatto in questi ultimi anni i diversi paesi per ridurre queste diseguaglianze.
Il panorama che ne emerge è abbastanza sconcertante: fatta eccezione per qualche nazione del Nord Europa ben poco si è realizzato. Non c’è dunque da meravigliarsi se le differenze di salute tra i diversi strati della popolazione si siano spesso accentuati invece di ridursi. E la crisi economica non ha certo aiutato. Nelle analisi compiute a livello di singoli paesi, l’Italia su questo fronte non ne viene fuori molto bene: le politiche tese alle riduzioni delle diseguaglianze sono state poche e limitate.

E il problema da noi certamente non è minore rispetto ad altri Stati. Se i dati medi mostrano un Paese (nel confronto) abbastanza sano, con una prospettiva di vita in buona salute tra le maggiori in Europa, le differenze all’interno ci sono, e molte. Da diversi anni studi sulla mortalità (si vedano ad esempio i lavori di Giuseppe Costa e colleghi) hanno mostrato come questa si differenzi molto tra classi sociali e come, ad esempio, un titolo di studio basso la possa aumentare anche dell’80%.
Ma in Europa siamo tra i pochi ad avere un sistema di monitoraggio sui comportamenti salutari attraverso il sistema “PASSI” (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia, al quale partecipano più dell’85% delle ASL italiane, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e sostenuto dal Ministero della Salute) che fornisce dati quasi in tempo reale.
E su questo fronte i dati più recenti non sono certo positivi: qualsiasi indicatore si prenda le differenze tra gruppi di popolazione sono eclatanti.
Il fumo? Se è a livello del 20% tra i più economicamente e culturalmente fortunati, arriva a quasi al 40% nelle classi “più basse”.
La percezione di buona salute scende dall’80% al 40%, mentre l’eccesso ponderale (la somma tra quanti sono obesi e quanti in sovrappeso) passa dal 30% tra i laureati al 65% tra chi ha titoli più bassi. Per non parlare poi della depressione, al 4% tra i relativamente più “ricchi”, che sale al 16% (4 volte tanto!) tra i più economicamente svantaggiati. E i dati dimostrano che la crisi economica certamente non aiuta a ripianare queste differenze, anzi.

Da qui la necessità, ma vorrei dire, l’urgenza di adottare politiche a tutti i livelli (nazionale, regionale e locale) che sappiano contrastare questa tendenza e portare più salute a tutti gli Italiani. Come? Prima di tutto iniziando a pensare ad azioni che promuovano la salute negli strati più deboli della popolazione. Poi pianificando e realizzando azioni di contrasto a quelle povertà (non solo materiali, spesso quelle culturali sono molto più importanti su questi fronti) che, alla fine, portano a comportamenti meno salutari, tengono distanti da servizi preventivi (e anche di cura!) e alla fine producono una salute peggiore.
E’ primariamente una questione di giustizia (“di tutte le forme di disuguaglianza, quelle di salute sono le più scioccanti e disumane”, diceva Martin Luther King), ma che ha anche riflessi economici e di sostenibilità non indifferenti e abbastanza ovvi: un paese più sano costa meno e produce di più, ma se si guarda al futuro, visto che ci saranno certamente molti più anziani, investire oggi perché gli anziani del domani (e soprattutto quelli più deboli e quindi a rischio) siano “in salute” (autosufficienti) significa poter ancora sostenere un’assistenza per tutti quanti ne avranno bisogno, cosa altrimenti (date le proiezioni numeriche) assolutamente impensabile.

Il Ministero della Salute sta per adottare e lanciare il nuovo Piano di Prevenzione (che poi le Regioni tradurranno nei loro piani regionali) per il prossimo quinquennio, il nuovo Governo (e auspicabilmente il Parlamento) si stanno impegnando in una serie di politiche per il “rilancio” dell’Italia.
Ignorare in queste azioni politiche il problema delle diseguaglianze di salute sarebbe miope, rischioso e… ingiusto. Anche su questo fronte si può giocare la nostra capacità e leadership a livello europeo.

Articoli correlati

Aggiungi un commento

Grazie, Obama!

Read time: 3 mins

E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.