Sport, Disabilità e Nuove Tecnologie

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Dal 29 agosto al 9 settembre 2012 a Londra avranno luogo i Giochi Paralimpici. I più grandi atleti con disabilità fisiche di tutto il mondo si raduneranno per contendersi le medaglie d'oro. Ad aprire i giochi sarà la giovanissima schermitrice italiana Beatrice “Bebe” Vio, che avrà l'onore di portare la fiaccola olimpica nel percorso da Stoke Mandeville (da considerarsi l’Atene paralimpica, il luogo dove nacque lo sport per atleti con disabilità nel 1948) allo Stadio Olimpico. Un'opportunità meravigliosa per Beatrice che, nonostante tre anni fa abbia subito l'amputazione degli arti inferiori e superiori a causa delle complicazioni di una meningite, è riuscita in breve tempo a diventare protagonista della scherma paralimpica. Quest'anno tedofora, fra quattro anni invece la quindicenne veneta punterà a partecipare alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, non solo nella scherma ma anche nella corsa, sull'esempio del suo amico e modello Oscar Pistorious.  Oltre alla sua tenacia, Bebe è fortemente aiutata dallo sviluppo di nuove tecnologie applicate alla sua disabilità, come a esempio le protesi sportive e la carrozzina.

Oggi, gli atleti con disabilità fisiche, grazie all'innovazione tecnologica, hanno la possibilità di cimentarsi con successo in quasi tutte le gare sportive, con prestazioni sempre più vicine a quelle dei normodotati. L'introduzione di materiali provenienti dall'industria aerospaziale, come fibre di carbonio, kevlar, leghe di titanio, leghe di alluminio ad alta resistenza, combinata alla ricerca nel settore della biomeccanica, hanno  permesso di affrontare le complesse problematiche legate alla disabilità rivoluzionando il mondo dello sport paralimpico.

Esistono carrozzine e protesi specifiche per ogni sport. In atletica leggera, a esempio, vengono utilizzate soprattutto carrozzine a tre ruote, due più grandi posteriori e una anteriore più piccola. Il telaio è allungato ed è costruito impiegando materiali che consentono di contenerne il peso complessivo, pur non compromettendone la robustezza. La posizione di spinta è raccolta, con ginocchia vicine al tronco e gambe flesse sotto il sedile. Inoltre sono fornite di un piccolo manubrio per regolare l’angolo di sterzata. Questo tipo di carrozzina e prevalentemente utilizzata per le gare su pista. Per le gare di resistenza su strada, come la maratona, si utilizza l'handbike, che si differenzia per essere dotata di “pedali a mano” collegati con un sistema a catena alla ruota anteriore. Un grande interprete italiano che si sta preparando alle paralimpiadi di Londra è Alex Zanardi, già vincitore della medaglia d'argento nella cronometro dei mondiali di Roskilde in Danimarca, nel 2011.

Per quanto riguarda le protesi, poiché  in atletica sono preferibili piedi dinamici, in grado di accumulare e restituire energia, queste sono  in fibra di carbonio e con uno speciale design che consente loro di restituire fra il 90-95% di energia prodotta. Il piede di un normodotato ne restituisce soltanto il 60%. Inoltre, le protesi non hanno tallone e la parte superiore è costituita da una guaina morbida in cui si alloggia l'arto monco. Si attaccano al quadricipite con delle legature a strappo, e all'estremità inferiore sono rivestite da chiodini, che garantiscono aderenza in pista. Il più grande atleta contemporaneo che utilizza protesi è  Oscar Pistorious che avrà la possibilità dii confrontarsi alle Olimpiadi di Londra con i più grandi atleti normodotati. In altri tipi di sport, quali l’arrampicata, lo snowboard e lo scialpino, le normali protesi non sono in grado di fornire un adeguato supporto all’atleta. Sono quindi normalmente utilizzate protesi che presentano elementi dissipativi o elastici, così da avere un accumulo di energia nella flessione, che viene restituita nella fase di estensione, in modo da facilitare l’escursione verticale del baricentro.

I progressi della scienza fanno intravedere un futuro in cui si potrà disporre di protesi che imitano qualsiasi parte del corpo umano, portando ad aumentare sempre più il numero delle competizioni integrate tra atleti sani e quelli affetti da un handicap e trasformando lo sport in un occasione di incontro tra il disabile e il normodotato. Fare sport non è più prerogativa dei fisicamente integri com’era nei canoni olimpionici del XIX secolo di De Coubertin. Nel XX secolo la mentalità sportiva ha progressivamente preso le distanze da questo stereotipo iniziale, grazie non solo alle nuove tecnologie, ma anche e soprattutto all'abbandono di certi radicati e insensati pregiudizi, che hanno lasciato il posto allo spirito dell'uguaglianza.

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.