Come la conoscenza può salvare lo sviluppo: un convegno

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Il Convegno del 12 febbraio al Piccolo Eliseo segna un passaggio importante per tutto il settore della ricerca e dell’innovazione tecnologica nel nostro Paese.

La prima questione da rilevare è la concordanza, certamente più ampia rispetto al recente passato, sugli intrecci tra conoscenza ed economia, in particolare, facendo riferimento alle conoscenze scientifiche e tecnologiche, tra queste e le questioni della qualità dello sviluppo economico culturale e sociale.
Non si tratta di una posizione anomala nel panorama internazionale, dove i riscontri fattuali sono da tempo ben visibili, come varie relazioni presentate anche al Convegno dimostrano, ma del segnale importante del superamento di un ritardo che ha penalizzato fortemente lo sviluppo del nostro paese in questi ultimi decenni.

Questo ritardo, se si prendono in considerazione anche le ultime decisioni politiche, purtroppo dura tutt’ora. Battute come quella seconda la quale “con la cultura non si mangia”, al di là dello squallore, evidenziano questo ritardo. Nel mondo della ricerca, come si è visto, le cose stanno cambiando nel senso che è ormai diffusa la convinzione che quelle relazioni tra conoscenza e sviluppo riguardano tutti e non solo gli specialisti di specifiche conoscenze ma anche quelli che rivendicano – giustamente - uno spazio per la ricerca libera e per la ricerca fondamentale.
Su queste relazioni sarà opportuno – se non necessario – tornare in quanto si aprono questioni collocabili sotto la voce della qualità dello sviluppo che non possono certo essere affrontate ma solo ricordate, in questa occasione.

Lo scenario delle posizioni politiche con il quale si confronta questa nuova posizione degli addetti ai lavori, è uno dei problemi – anzi, il problema – più urgente da affrontare.
Più urgente per motivi contingenti connessi a scadenze elettorali che impongono l’assunzione di posizioni politiche da parte dei partiti che, pur con le dovute tare da concedere alla propaganda, tuttavia qualcosa possono dire. Ma urgente anche per lo stato di concomitante degrado del sistema della ricerca pubblica e insieme del sistema economico. Un degrado che va oltre gli effetti della crisi economica internazionale. Parliamo di crisi del sistema della ricerca pubblica e non della ricerca privata per il semplice motivo che quest’ultima è l’espressione dei limiti del nostro sistema produttivo e come tale non in grado, anche se incentivato, di correggere se stesso.

Poiché questa maturazione del sistema della ricerca italiano avviene in una fase di grave crisi economica internazionale e poiché questa crisi accentua i suoi effetti su un sistema produttivo arretrato – come anche, ma non solo, il nostro – il tutto accresce la questione dell’importanza del lavoro non più solo come questione di principio e di dignità soggettiva ma come drammatico problema collettivo che chiama in causa il governo dell’economia e, quindi, della capacità della politica di prendere i necessari provvedimenti.

Come coniugare quella capacità della conoscenza di creare sviluppo in questa grave urgenza sociale e nello specifico del nostro sistema economico, è un’altra delle questioni, pur troppo, ancora molto arretrata. Ma, tornando al panorama delle posizioni dei vari partiti, questa questione consente, intanto un primo spartiacque nel senso che un approccio liberista cercherebbe la soluzione n egli incentivi finanziari alle imprese, con esiti tutti da dimostrare, un approccio meno ideologico cercherebbe di mettere in campo nuovi attori, nuove capacità, nuove progettazioni e nuove responsabilità politiche.

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