Se fossi una pecora verrei abbattuta?

Read time: 3 mins
Pagine: 
186
Prezzo: 
16,00
Titolo: 
Se fossi una pecora verrei abbattuta
2011
Autore: 
Liliana Cori
ScienzaExpress
Anteprima: 
«Se fossi una pecora, verrei abbattuta?», si chiede una signora in Campania dopo aver conosciuto i dati sulla contaminazione del sangue dei lanosi mammiferi che brucano nei dintorni di una fabbrica chimica dismessa.
Miniatura: 
Lingua: 
italiana

«Se fossi una pecora, verrei abbattuta?», si chiede una signora in Campania dopo aver conosciuto i dati sulla contaminazione del sangue dei lanosi mammiferi che brucano nei dintorni di una fabbrica chimica dismessa. Dando espressione a una preoccupazione diffusa, gli uomini come le pecore sono vittima dell’inquinamento diffuso. Ma su cosa e quanto è fondata questa preoccupazione? Cosa sappiamo e cosa abbiamo diritto di sapere sulla qualità dell’ambiente nel quale viviamo e sui pericoli per la nostra salute?

È a queste domande che risponde, con grande chiarezza e completezza, il libro che Liliana Cori, antropologa in forze all’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel libro – intitolato, per l’appunto, Se fossi una pecora verrei abbattuta? – da poco pubblicato con l’editore ScienzaExpress.

Un libro prezioso per svariati motivi. In primo luogo perché è un agile, ma completo manuale sulla valutazione del rischio sanitario connesso all’inquinamento ambientale. Liliana Cori passa in rassegna le principali fonti di rischio e il modo, scientificamente corretto, di monitorarlo. Fornendo una mappa, preziosa appunto, per navigare nel mare tempestoso di numeri e di dati forniti da enti i più diversi che inondano i media, passando indenni tra la Scilla del catastrofismo e la Cariddi del minimalismo.

In secondo luogo Liliana Cori ci offre una prima mappa delle fonti di inquinamento ambientale. Ricordandoci che viviamo in un paese, l’Italia, che conta 1.350 comuni che ospitano 12.600 siti inquinanti accertati di vario tipo, che coprono una superficie pari al 3% di quella complessiva del paese. Una superficie superiore, per intenderci, a quella dell’intera Umbria.

Sono numeri da scandalo. Ma Liliana Cori non si ferma alla contemplazione dello scandalo. Propone di fare di necessità virtù. Di partire da questa autentica emergenza per provare a fare dell’Italia un «laboratorio di bonifica». Che mobilita il meglio delle sue competenze scientifiche per mettere a punto tecnologie le più avanzate per bonificare in sicurezza i propri siti inquinati. Queste tecnologie potrebbero essere esportate e costituire la base di una nuova economia, sostenibile, della conoscenza.

Ancora, nel suo libro Liliana Cori affronta il tema, non meno decisivo in quella che Ulrich Beck ha chiamato «la società del rischio»: la percezione del rischio. Che, come dimostra una serie ormai vasta di studi, è legata a fattori oggettivi – la presenza di fattori di rischio, la loro natura – ma anche di fattori soggettivi. Anche se gli elementi soggettivi sono razionalmente fondati – dipendono dalla natura degli elementi di rischio, dalla loro distribuzione, dalla possibilità di evitarli, dalla irreversibilità dei danni, dalla confusione delle fonti di informazione – spesso divergono dalla valutazione tecnica del rischio. Liliana Cori dimostra che questa divergenza è massima quando chi percepisce il rischio ha una scarsa fiducia nelle istituzioni che dovrebbero tutelarlo. È il caso di molti cittadini italiani che abitano in alcune regioni – la Campania e la Sicilia, per esempio – in cui questa sfiducia è strutturale. Ed è alimentata da una scarsa cultura alla trasparenza da parte delle autorità: ambientali, sanitari e e politiche.

È questo, infine, l’altra dimensione approfondita da Liliana Cori. La comunicazione del rischio, premessa fondamentale di una matura cittadinanza scientifica. Nella società del rischio, è ormai riconosciuto a livello di leggi e regolamenti internazionali, quello di «sapere tutto su tutto» è un diritto emergente e inalienabile. Eppure questa cultura della trasparenza che trasforma noi tutti da sudditi in cittadini della società della conoscenza, manca ancora, in maniera clamorosa, in molte, in troppe strutture pubbliche: a livello nazionale, regionale e locale. Domina ancora la cultura paternalistica dell’ermetismo: i cittadini non sono culturalmente attrezzati per sapere tutto. Meglio che non disturbino il manovratore.

Dopo aver letto il libro di Liliana Cori ci accorgiamo che è questa cultura che non solo contribuisce a fare dell’Italia un’area ad alta intensità di fonti inquinanti, rubando una bella fetta del nostro presente di reale benessere. Ma, soprattutto, impedisce che l’Italia si trasformi in un «laboratorio di bonifica», rubando una bella fetta del nostro futuro di benessere: ambientale, sanitario e persino economico. 

Aggiungi un commento

Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

Read time: 3 mins

Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.