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Home » Scienza e società » Politica della ricerca

Proposta equa per migliorare l'università

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Università

Gli atenei italiani sono strangolati dai tagli ai finanziamenti abbinati all'impossibilità di ridurre posti di lavoro intoccabili indipendentemente dalla performance dei singoli. Le retribuzioni sono uguali per tutti, a parità di anzianità, e i migliori se ne vanno, se già non sono all'estero, lasciando qui chi si accontenta spesso per mancanza di alternative. Si potrebbero liberare risorse rilevanti tagliando chirurgicamente i molti sprechi e le rendite parassitarie che pullulano nelle nostre università ma questo richiede tempo. E oggi l’Erario non può destinare somme maggiori agli atenei, neanche se tagliasse, come sarebbe auspicabile, altre sprechi nella spesa pubblica o recuperasse evasione fiscale.

C'è però una strada alternativa percorribile, promossa dall'Osservatorio sull'Università del Gruppo 2003 che ha dato origine a un'interrogazione parlamentare presentata al Senato il 18 maggio (vedi su Scienza in rete Tasse più alte, studi migliori). Una strada che il Manifesto del 25 maggio ha descritto in modo fuorviante, fomentando una obiezione ideologica che non avrebbe ragione d'essere per chi leggesse con attenzione i dettagli della proposta.

Sono molti gli studenti che sicuramente potrebbero pagare di più per i loro studi universitari: sono i figli delle famiglie abbienti che attualmente pagano meno di quanto costi il loro addestramento. Questo consente loro di incrementare il capitale umano e i redditi futuri a spese della fiscalità generale, e in particolare dei poveri che pagano le tasse ma mandano con minor frequenza i figli all'università. Non riesco a trovare un solo argomento contro la proposta di alzare le tasse universitarie pagate dagli studenti più abbienti. È comunque uno scandalo che essi non paghino per un investimento di cui loro per primi godranno. Sorprende che la sinistra ancora non se ne sia accorta.

Ma che fare per gli studenti meno abbienti? Purtroppo, non bastano le tasse universitarie pagate dai super ricchi per finanziare un'istruzione terziaria di alta qualità per tutti gli altri che meritano di accedervi. E d'altro canto, dare ai poveri un'università gratis ma di pessima qualità è una truffa. Sono loro gli studenti maggiormente interessati ad atenei ben finanziati, che funzionino meglio e possano offrire quell'ascensore sociale che manca nel nostro Paese. Nonostante istruirsi costi poco in Italia, la mobilità intergenerazionale è tra le più basse nei paesi avanzati.

Esiste poi una classe media che potrebbe pagare gli studi universitari dei suoi figli, se di questi costi fosse avvertita per tempo. In USA molte famiglie iniziano quando i figli nascono a mettere da parte per il loro "college". Ma in Italia queste stesse famiglie rifiuterebbero oggi, a buon diritto, un improvviso aumento delle tasse universitarie, anche se a regime fosse equo e consentisse di migliorare la qualità degli atenei.

Una soluzione c'è, però, anche per questi casi. Le università potrebbero essere lasciate libere, se vogliono, di aumentare le tasse universitarie (differenziate per reddito familiare) e lo Stato potrebbe anticipare l'eventuale spesa aggiuntiva degli studenti meno abbienti a una condizione: che siano essi stessi (e non le loro famiglie) a dover ripagare il debito, ma solo se e quando, e qui sta il punto cruciale, arriveranno a guadagnare un reddito sufficiente per farlo. Solo da quel momento, e comunque gradualmente, dovranno saldare il loro debito attraverso una voce specifica del prelievo fiscale a cui saranno assoggettati.

Dal punto di vista dello Stato questo anticipo si configura come un investimento in capitale umano, finanziato con un'emissione di debito il cui rendimento atteso è funzione dei maggiori redditi che gli studenti conseguiranno proprio grazie a studi universitari di migliore qualità. È possibile che i mercati finanziari non credano alla bontà di questo investimento. Ma supponiamo che questa fonte di finanziamento sia associata a una liberalizzazione delle università che consenta loro di dotarsi delle strutture più avanzate e di competere per gli studenti più meritevoli e per i docenti più capaci. Ossia che i timidi passi in avanti della riforma Gelmini si concretizzino in un vero miglioramento di qualità e non nel "cambiare affinché nulla cambi". Allora i mercati avrebbero buone ragioni per fidarsi dell'operazione, perché percepirebbero che il debito finanzierebbe un investimento redditizio.

Per chi presta, esiste sempre un rischio di default del debitore. E ci sarebbe ovviamente anche in questo caso. Ma potrebbe essere contenuto se lo stato stabilisse che la percentuale di default debba essere coperta dalle università stesse con un sistema bonus-malus. Esse risulterebbero così responsabilizzate e avrebbero forti incentivi a migliorare la qualità degli studenti ammessi e degli insegnamenti impartiti anche mediante finanziamenti alla ricerca.

Fantascienza? No. La recente riforma inglese suggerita dal Rapporto Browne è simile a quanto qui proposto. L'interrogazione promossa dal Gruppo 2003 chiede al governo come mai, invece del Fondo per il Merito di cui poco si è capito, non sia stata data preferenza, anche solo in via sperimentale in qualche ateneo interessato, a questa soluzione che appare equa, efficiente e sostenibile.

Pubblicato su Il Sole 24 Ore il 26 maggio 2010

28 maggio, 2011 da Andrea Ichino


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#1 Non c'entrano le famiglie più o meno abbienti

ritratto di Renzino l'Europeo
28 maggio, 2011 - 00:43 da Renzino l'Europeo
Ancora una volta si cerca di far entrare il concetto di "solidarietà" attraverso una "redistribuzione" tra famiglie più e meno abbienti degli studenti universitari. Invece la redistribuzione va fatta fra tutte le famiglie perchè i benefici dell'istruzione sono benefici sociali ampiamente esperiti da famiglie di ogni censo. Peraltro noi siamo anche personalmente a favore di una modesta contribuzione personale che attribuisca il conto di alcuni vantaggi futuri di reddito (sempre meno, in Italia) anche al singolo studente. Ma si tratta di una minor pars.
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#2 Nell'articolo faccio

ritratto di Andrea Ichino
30 maggio, 2011 - 01:11 da Andrea Ichino

Nell'articolo faccio riferimento alle famiglie piu' abbienti a quelle meno abbiente e soprattutto a quelle della classe media, gruppo importante per capire l'importanza della proposta. Quindi faccio fatica a capire la risposta di Renzino l'Europeo quando fa riferimento a "redistribuzione tra tutte le famiglie".
Ma soprattutto faccio fatica a capire -- perche' debba essere modesta la contribuzione dei super ricchi;-- perche' l'elemento centrale della proposta, costituita da PRESTITI CHE IL DEBITORE DOVRA' RIPAGARE SOLO SE RAGGIUNGERA' UNA SUFFICIENTE SOGLIA DI REDDITO, passi in secondo piano rispetto all'aumento delle tasse universitarie.
Gli oppositori si rendono conto del fatto che questa e' una condizione ideale per il debitore, e che se mai è il quadro macroeconomico a rendere difficile l'attuazione di questa proposta?

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#3 In uno stato in cui

ritratto di Paola
30 maggio, 2011 - 09:11 da Paola (non verificato)
In uno stato in cui l'evasione fiscale (e quindi l'assoluta virtualità della dichiarazione dei redditi e di conseguenza chi figura come povero e come ricco) è lo sport nazionale, una proposta del genere è perlomeno ingenua. Ma il punto non è questo. Il punto è che con i redditi che si prospettano in futuro per gli studenti attuali la percentuale di chi non sarebbe in grado di restituire la somma sarebbe talmente alta che si finirebbe ben presto per dire "oh, scusate, dobbiamo rivedere la soglia minima entro la quale bisogna restituire", perché si sfonderebbe il budget messo a disposizione (che probabilmente sarebbe comunque insufficiente persino in partenza, visto la generosità degli staziamenti) rapidissimamente. Dato che "non ci sono soldi" (così si dice) - ossia fondi statali -, ci andrebbero di mezzo o gli studenti o gi atenei (che però, visto che sono baronalmente rappresentati in parlamento, vedrebbero bene di non andarci di mezzo, rivedendo appunto la soglia minima). E se ci assicuraste che non accadrebbe, onestamente... non vi si filerebbe nessuno, perché di rassicurazioni campate in aria ce ne siamo sorbite una valanga negi ultimi ventanni. D'altro canto gli studenti dopo poco si sarebbero indebitati per cifre talmente alte che solo i figli dei plutocrati italiani (quelli che non avrebbero bisogno del prestito, circa il 10%) potrebbero restituirli in tempi non biblici, Quindi figuriamoci. Il caso "Obama" è un esempio lampante del meccanismo.
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#4 Scordavo... il meccanismo è

ritratto di Paola
30 maggio, 2011 - 09:21 da Paola (non verificato)
Scordavo... il meccanismo è tra l'altro del tutto inefficiente: Gli atenei non hanno soldi quindi li fanno pagare attraverso un innalzamento delle tasse a piacere agli studenti; gli studenti non possino pagare quindi gli atenei dovrebbero riassorbire la perdita... qual è il vantaggio se non per il governo che così non si vedrebbe rinfacciare di non aver investito scaricando la responsabiità del finanziamento sugli atenei? (e distinguo stato da governo, perché il governo non rappresenta più, ormai, lo stato, questo ormai è evidente)
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#5 Istruzione come Bene (parzialmente) Pubblico

ritratto di Renzino l'Europeo
30 maggio, 2011 - 12:07 da Renzino l'Europeo
Faccio riferimento ad una "redistribuzione fra tutte le famiglie" perchè ritengo sia sempre corretta la valutazione di chi sostiene che l'Istruzione (di tutti i livelli) sia un Bene Pubblico, anche se in misura non totale, come altri. Per questo ho anche ribadirto che rimango favorevole ad una modesta contribuzione personale del singolo studente. Ma evitare di far pagare tutte le famiglie per l'Istruzione equivarrebbe ad un esonero socialmente ingiustificato, perchè dalla maggiore istruzione ne beneficiano tutti - come tutti beneficiano dell'aria salubre.
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#6 ma in che mondo viviamo?

ritratto di Andrea
30 maggio, 2011 - 09:40 da Andrea (non verificato)
In Italia c'e un'evasione fiscale assurda, per cui capire chi è abbiente o meno ha un altissimo grado di arbitrarietà. Inoltre la crisi economica che stiamo vivendo, oltre ad essere una crisi di origine finanziaria, è soprattutto una crisi da indebitamento generalizzato. Il livello dei salari medi e del loro potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti, soprattutto nelle grandi città italiane, mostra uno scarto trail 20 e il 50% con gli altri paesi avanzati. Tutti i servizi principali (scuola, sanità, assitenza) hanno visto un peggioramento del livello e al contempo un aumento delle spese (forse i signori del gruppo 2003, non sanno delle liste d'attesa nella sanità, dell'abolizione de sostegno scolastico, del raddoppio delle mense e del fatto che i genitori che hanno i figli alla scuola pubblica versano i cosiddetti "contributi volontari" ogni due per tre per mandare avanti una didattica decente). E a questo gruppo di luminari che cosa viene di proporre a chi oggi si vede in questa condizione? Semplice! Di ipotecarsi ulteriormente la vita futura. Ma io mi domando, ma lo sapete in che mondo vivete? Vi sieta mai fatti invitare a prendere una caffè a casa di una famiglia cosiddetta a reddito medio? Continuate a vivere sulla luna e porterete questo paese all'autodistruzione e al qualunquismo più totale. Sono queste le proposte che fanno pensare alle persone comuni; ma allora sono tutti uguali!
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#7 Negli States vanno in direzione opposta

ritratto di Andrea
30 maggio, 2011 - 12:48 da Andrea (non verificato)

Tanto per confermare come questo gruppo di illuminati politici non solo sbagli analisi e ricetta, ma stia proprio in ritardo con la storia basta leggersi cosa scriveva il New York Times gli stessi giorni della proposta del Prof. Ichino: http://www.nytimes.com/2011/05/29/opinion/29bach.html

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#8 Perchè non proponete di far

ritratto di M. Chiara Carrozza
30 maggio, 2011 - 12:08 da M. Chiara Carrozza (non verificato)
Perchè non proponete di far pagare le tasse a tutti e così avere più soldi per le nostre università e per l'investimento in ricerca? Chi è ricco deve pagare non solo per il proprio figlio ma, attraverso le tasse, per molti altri figli, mentre il proprio figlio deve andare all'università senza chiedere soldi a suo padre, per essere libero e indipendente. L'idea di mettere sulla testa degli studenti un altro debito ulteriore oltre a quello del nostro paese è folle. Avete pensato che la media del 23 di uno studente povero vale di più della media del 28 di uno studente ricco, e che magari chi è povero e non ha i ilbri in casa e non sa cosa vuol dire studiare forse mette più tempo a finire? Ma pensate che tutti partano alla stessa linea dei blocchi di partenza ?
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#9 investimento?

ritratto di Guido
30 maggio, 2011 - 12:23 da Guido (non verificato)
Caro Ichino, Quale sarebbe la logica in base alla quale fare prestiti agli studenti meno abbienti è un investimento? Lo Stato non è una banca che fa prestiti e rivuole i soldi con gli interessi, e gli studenti non possono essere inquadrati come debitori ma come coloro che costituiranno lo Stato di domani. Un vero investimento da parte dello Stato è dare borse di studio vere agli studenti meritevoli sapendo che quei soldi torneranno indietro tutti e con gli interessi grazie al lavoro più qualificato di chi avrà usufruito delle borse per prepararsi al mondo del lavoro. Dare prestiti agli studenti meritevoli vuole solo dire fare in modo che i meno favoriti lo siano ancora di meno grazie ad un prestito che si dovranno caricare sulle spalle, cosa che chi ha soldi non dovrà invece fare. L'affermazione poi che "oggi l’Erario non può destinare somme maggiori agli atenei," è completamente gratuita e ingiustificata. Se così fosse, il governo non butterebbe, per fare esempio fra i tanti, soldi dalla finestra parcellizzando le consultazioni elettorali/referendarie. Il problema è stabilire priorità di investimento e ridistribuzione intelligente delle risorse. Caricare di debiti coloro che sono già in difficoltà è una scelta che va in direzione diametralmente opposta, una scelta che sembra avere come solo scopo scaricare dal bilancio dello Stato l'onere costituzionale del diritto allo Studio. Stesso discorso vale, ovviamente, per le tasse universitarie: alzare quelle tasse vuol dire solo caricare su un numero limitato di famiglie (e comunque in modo non soddisfacente) il finanziamento delle Università, sfuggendo così ancora una volta ad un obbligo costituzionale. Il gruppo2003 sembra poi dimenticare che questa logica dei prestiti, che fa tanto americano, sta portando gli studenti universitari americani e di altri paesi, nonché le loro famiglie, a un livello di indebitamento tale da far prevedere situazioni drammatiche a breve-medio termine (brevi ricerche possono confermare questi dati). Da qualunque punto di vista la si guardi, questa proposta non sta in piedi.
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#10 Avrei molte cose da dire

ritratto di roberta calvano
30 maggio, 2011 - 13:29 da roberta calvano (non verificato)
Avrei molte cose da dire sull'articolo, ma mi limito ad una: la proposta in esso difesa parte da alcuni dati che si danno per presupposti del ragionamento, ma che sono del tutto indimostrati. 1) Il primo: "oggi l’Erario non può destinare somme maggiori agli atenei, neanche se tagliasse, come sarebbe auspicabile, altre sprechi nella spesa pubblica o recuperasse evasione fiscale". Quel "non può" implica che si considerano intoccabili le scelte sin qui operate dal Governo, una posizione più netta di quella di Tremonti e politicamente orientata direi. Un dato insomma più che discutibile e che inficia alla radice il ragionamento che si vorrebbe far passare per scientifico. 2)"dare ai poveri un'università gratis ma di pessima qualità è una truffa"...si implica che l'attuale sistema universitario italiano sia di pessima qualità, altro dato ormai ampiamente smentito in più di una sede e classifica internazionale, nonostante la campagna di stampa denigratoria che da tempo illustri editorialisti portano avanti. Tutti abbiamo diritto alle nostre idee politiche, e il sacrosanto diritto di manifestarle, ma farle passare per fondate su dati scientificamente verificabili (senza riuscirci) forse non è un'operazione magnifica. Roberta Calvano ricercatrice in diritto costituzionale - Sapienza - Roma Cda Sapienza Roma
  • rispondi

#11 Prestito d'onore: la strada del futuro

ritratto di Guido Giuliani
30 maggio, 2011 - 13:51 da Guido Giuliani (non verificato)
Sono d'accordo con la proposta di istituire il "prestito d'onore" in Italia. Questo sistema funziona in UK, e nei paesi scandinavi, dove - grazie a questo sistema - vengono anche erogate borse di studio (che in quanto tali non prevedono il rimborso degli importi elargiti) per i meno abbienti. Come dice Paola, il problema per implementare questo sistema in Italia è l'enorme evasione fiscale. Tra l'altro, l'evasione fiscale è messa in pratica dei ceti più abbienti (avvocati, professionisti, imprenditori), cioè coloro che sarebbero perfettamente in grado di restituire il prestito.
  • rispondi

#12 è proprio il modo per cambiare tutto senza cambiare nulla!

ritratto di Michele Ciavarella
30 maggio, 2011 - 16:44 da Michele Ciavarella
Caro Ichino (Andrea) capisco il fascino della proposta. Vedo che, conoscendo bene l'Università italiana, sai che la Riforma Gelmini è molto timida, e in più si sta facendo di tutto per aggirarla. L'unico elemento che non si riesce ad aggirare è quello dei tagli (specie per le Università "lontane" dal Ministro). La meritocrazia sai bene come viene fatta, ogni anno diversa, e con parametri che escono ormai contestualmente alla classifica. In un sistema come il nostro se facciamo solo questa modifica aggiuntiva, in cui le entrate vengono aumentate, non sarà persino più facile evitare di cambiare anche quel poco che tocca cambiare con i tagli? Insomma non è affatto detto che la proposta di aumentare le tasse vada nella direzione voluta. Quali meccanismi virtuosi davvero innescherebbe? TUTTE le università le aumenterebbero, e NON solo quelle virtuose. Ci sarebbero più soldi nel sistema, ma non più concorrenza. Oggi alle università più care corrispondono le lauree più facili... Ad Harvard c'è un certo controllo perchè questo non avvenga, che in Italia non esiste. Grazie in anticipo dei chiarimenti michele
  • rispondi

#13 Al prof. Ichino consiglierei,

ritratto di Flavio Gregori
5 giugno, 2011 - 18:30 da Flavio Gregori (non verificato)
Al prof. Ichino consiglierei, tra molte altre cose, la lettura di questo articolo di Howard Hotson, pubblicato sulla 'London Review of Books' (33-10, 19 May 2011), in cui gli assunti del rapporto Browne vengono confutati sul loro stesso terreno: il principio dell'intervento massiccio del mercato privato nell'istruzione superiore britannica, previsto dal rapporto Browne (e più che implicito nella nozione 'assicurativa' di bonus-malus contenuta nella Sua proposta), invece di diminuire i costi e migliorare la qualità dell'offerta, drena le risorse facendo crollare gli standard di qualità finora offerti dalle università britanniche. E produce una corsa incontrollata di *tutti* gli atenei ad aumentare le tasse (proprio come prefigura il commento di Michele Civarella). Qui sotto l'inizio dell'articolo, il resto si trova online: http://www.lrb.co.uk/v33/n10/howard-hotson/dont-look-to-the-ivy-league Don’t Look to the Ivy League, by Howard Hotson (fellow of St Anne’s College, Oxford) At the heart of the Browne Report and the government’s higher education policy is a simple notion allegedly grounded in economics: that the introduction of market forces into the higher education sector will simultaneously drive up standards and drive down prices. The confidence displayed by ministers in predicting these effects would be more reassuring if it were not at odds with the evidence that precisely the opposite is happening. The list of universities committed to charging something near the £9000 upper limit of fees is steadily lengthening, contrary to what Vince Cable has repeatedly told them is in their rational economic interest. And with regard to standards, the American company that owns BPP University College – which David Willetts granted university status only last year – recently lost its appeal in the US Supreme Court after being found guilty of defrauding its shareholders and is under investigation by the US Higher Learning Commission for deceiving students about the career value of its degrees. Since one of the justifications for funding university teaching primarily through tuition fees was to open up the English university sector to the beneficial influence of private providers, this news throws further doubt on the wisdom of government policy. ...
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Andrea Ichino
ritratto di Andrea Ichino
Economia/Affari
Dipartimento di economia, Università di Bologna

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