Proposta equa per migliorare l'università

Read time: 4 mins

Gli atenei italiani sono strangolati dai tagli ai finanziamenti abbinati all'impossibilità di ridurre posti di lavoro intoccabili indipendentemente dalla performance dei singoli. Le retribuzioni sono uguali per tutti, a parità di anzianità, e i migliori se ne vanno, se già non sono all'estero, lasciando qui chi si accontenta spesso per mancanza di alternative. Si potrebbero liberare risorse rilevanti tagliando chirurgicamente i molti sprechi e le rendite parassitarie che pullulano nelle nostre università ma questo richiede tempo. E oggi l’Erario non può destinare somme maggiori agli atenei, neanche se tagliasse, come sarebbe auspicabile, altre sprechi nella spesa pubblica o recuperasse evasione fiscale.

C'è però una strada alternativa percorribile, promossa dall'Osservatorio sull'Università del Gruppo 2003 che ha dato origine a un'interrogazione parlamentare presentata al Senato il 18 maggio (vedi su Scienza in rete Tasse più alte, studi migliori). Una strada che il Manifesto del 25 maggio ha descritto in modo fuorviante, fomentando una obiezione ideologica che non avrebbe ragione d'essere per chi leggesse con attenzione i dettagli della proposta.

Sono molti gli studenti che sicuramente potrebbero pagare di più per i loro studi universitari: sono i figli delle famiglie abbienti che attualmente pagano meno di quanto costi il loro addestramento. Questo consente loro di incrementare il capitale umano e i redditi futuri a spese della fiscalità generale, e in particolare dei poveri che pagano le tasse ma mandano con minor frequenza i figli all'università. Non riesco a trovare un solo argomento contro la proposta di alzare le tasse universitarie pagate dagli studenti più abbienti. È comunque uno scandalo che essi non paghino per un investimento di cui loro per primi godranno. Sorprende che la sinistra ancora non se ne sia accorta.

Ma che fare per gli studenti meno abbienti? Purtroppo, non bastano le tasse universitarie pagate dai super ricchi per finanziare un'istruzione terziaria di alta qualità per tutti gli altri che meritano di accedervi. E d'altro canto, dare ai poveri un'università gratis ma di pessima qualità è una truffa. Sono loro gli studenti maggiormente interessati ad atenei ben finanziati, che funzionino meglio e possano offrire quell'ascensore sociale che manca nel nostro Paese. Nonostante istruirsi costi poco in Italia, la mobilità intergenerazionale è tra le più basse nei paesi avanzati.

Esiste poi una classe media che potrebbe pagare gli studi universitari dei suoi figli, se di questi costi fosse avvertita per tempo. In USA molte famiglie iniziano quando i figli nascono a mettere da parte per il loro "college". Ma in Italia queste stesse famiglie rifiuterebbero oggi, a buon diritto, un improvviso aumento delle tasse universitarie, anche se a regime fosse equo e consentisse di migliorare la qualità degli atenei.

Una soluzione c'è, però, anche per questi casi. Le università potrebbero essere lasciate libere, se vogliono, di aumentare le tasse universitarie (differenziate per reddito familiare) e lo Stato potrebbe anticipare l'eventuale spesa aggiuntiva degli studenti meno abbienti a una condizione: che siano essi stessi (e non le loro famiglie) a dover ripagare il debito, ma solo se e quando, e qui sta il punto cruciale, arriveranno a guadagnare un reddito sufficiente per farlo. Solo da quel momento, e comunque gradualmente, dovranno saldare il loro debito attraverso una voce specifica del prelievo fiscale a cui saranno assoggettati.

Dal punto di vista dello Stato questo anticipo si configura come un investimento in capitale umano, finanziato con un'emissione di debito il cui rendimento atteso è funzione dei maggiori redditi che gli studenti conseguiranno proprio grazie a studi universitari di migliore qualità. È possibile che i mercati finanziari non credano alla bontà di questo investimento. Ma supponiamo che questa fonte di finanziamento sia associata a una liberalizzazione delle università che consenta loro di dotarsi delle strutture più avanzate e di competere per gli studenti più meritevoli e per i docenti più capaci. Ossia che i timidi passi in avanti della riforma Gelmini si concretizzino in un vero miglioramento di qualità e non nel "cambiare affinché nulla cambi". Allora i mercati avrebbero buone ragioni per fidarsi dell'operazione, perché percepirebbero che il debito finanzierebbe un investimento redditizio.

Per chi presta, esiste sempre un rischio di default del debitore. E ci sarebbe ovviamente anche in questo caso. Ma potrebbe essere contenuto se lo stato stabilisse che la percentuale di default debba essere coperta dalle università stesse con un sistema bonus-malus. Esse risulterebbero così responsabilizzate e avrebbero forti incentivi a migliorare la qualità degli studenti ammessi e degli insegnamenti impartiti anche mediante finanziamenti alla ricerca.

Fantascienza? No. La recente riforma inglese suggerita dal Rapporto Browne è simile a quanto qui proposto. L'interrogazione promossa dal Gruppo 2003 chiede al governo come mai, invece del Fondo per il Merito di cui poco si è capito, non sia stata data preferenza, anche solo in via sperimentale in qualche ateneo interessato, a questa soluzione che appare equa, efficiente e sostenibile.

Pubblicato su Il Sole 24 Ore il 26 maggio 2010

Articoli correlati

Commenti

ritratto di Renzino l'Europeo

Ancora una volta si cerca di far entrare il concetto di "solidarietà" attraverso una "redistribuzione" tra famiglie più e meno abbienti degli studenti universitari. Invece la redistribuzione va fatta fra tutte le famiglie perchè i benefici dell'istruzione sono benefici sociali ampiamente esperiti da famiglie di ogni censo. Peraltro noi siamo anche personalmente a favore di una modesta contribuzione personale che attribuisca il conto di alcuni vantaggi futuri di reddito (sempre meno, in Italia) anche al singolo studente. Ma si tratta di una minor pars.
ritratto di Andrea Ichino

Nell'articolo faccio riferimento alle famiglie piu' abbienti a quelle meno abbiente e soprattutto a quelle della classe media, gruppo importante per capire l'importanza della proposta. Quindi faccio fatica a capire la risposta di Renzino l'Europeo quando fa riferimento a "redistribuzione tra tutte le famiglie".
Ma soprattutto faccio fatica a capire -- perche' debba essere modesta la contribuzione dei super ricchi;-- perche' l'elemento centrale della proposta, costituita da PRESTITI CHE IL DEBITORE DOVRA' RIPAGARE SOLO SE RAGGIUNGERA' UNA SUFFICIENTE SOGLIA DI REDDITO, passi in secondo piano rispetto all'aumento delle tasse universitarie.
Gli oppositori si rendono conto del fatto che questa e' una condizione ideale per il debitore, e che se mai è il quadro macroeconomico a rendere difficile l'attuazione di questa proposta?

ritratto di Renzino l'Europeo

Faccio riferimento ad una "redistribuzione fra tutte le famiglie" perchè ritengo sia sempre corretta la valutazione di chi sostiene che l'Istruzione (di tutti i livelli) sia un Bene Pubblico, anche se in misura non totale, come altri. Per questo ho anche ribadirto che rimango favorevole ad una modesta contribuzione personale del singolo studente. Ma evitare di far pagare tutte le famiglie per l'Istruzione equivarrebbe ad un esonero socialmente ingiustificato, perchè dalla maggiore istruzione ne beneficiano tutti - come tutti beneficiano dell'aria salubre.
ritratto di Michele Ciavarella

Caro Ichino (Andrea) capisco il fascino della proposta. Vedo che, conoscendo bene l'Università italiana, sai che la Riforma Gelmini è molto timida, e in più si sta facendo di tutto per aggirarla. L'unico elemento che non si riesce ad aggirare è quello dei tagli (specie per le Università "lontane" dal Ministro). La meritocrazia sai bene come viene fatta, ogni anno diversa, e con parametri che escono ormai contestualmente alla classifica. In un sistema come il nostro se facciamo solo questa modifica aggiuntiva, in cui le entrate vengono aumentate, non sarà persino più facile evitare di cambiare anche quel poco che tocca cambiare con i tagli? Insomma non è affatto detto che la proposta di aumentare le tasse vada nella direzione voluta. Quali meccanismi virtuosi davvero innescherebbe? TUTTE le università le aumenterebbero, e NON solo quelle virtuose. Ci sarebbero più soldi nel sistema, ma non più concorrenza. Oggi alle università più care corrispondono le lauree più facili... Ad Harvard c'è un certo controllo perchè questo non avvenga, che in Italia non esiste. Grazie in anticipo dei chiarimenti michele

Aggiungi un commento

Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

Read time: 9 mins
Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.