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Home » Campi del sapere » Scienze della Terra

Nucleare: tra l’imprevisto e l’imprevedibile

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Giappone

I due colpi, il sisma e le onde di tsunami, che in rapida successione si sono abbattuti venerdì scorso sul Giappone sono stati senza dubbio alcuno fuori dall’ordinario. Il terremoto di magnitudo 9,0 è il più forte mai registrato nell’arcipelago nipponico e il quinto per potenza mai registrato al mondo. Lo tsunami, con onde alte fino a 10 metri, è avvenuto sottocosta e in pochi attimi ha raggiunto e devastato un territorio pianeggiante.

Le perdite umane sono state alte: si parla di migliaia di morti. Ma gli esperti non hanno dubbi: in qualsiasi altra parte del mondo, con analoga intensità abitativa, sarebbero stati ben maggiori. Basta ricordare che proprio lo scorso anno ad Haiti un terremoto di magnitudo 7,0 – di due ordini di grandezza meno potente – e senza tsunami ha causato quasi 300.000 morti. Pur nella tragedia, il Giappone ha dimostrato che per capacità tecnologica e cultura della prevenzione non ha pari al mondo.

Tuttavia oggi il mondo è col fiato sospeso a causa di un effetto secondario del terremoto e dello tsunami: la crisi del sistema nucleare. Non il collasso, si badi bene. Perché nessun dei 55 reattori che costituiscono il sistema nucleare giapponese è collassato e tutti quelli a rischio sono stati spenti automaticamente non appena è stata registrata la scossa sismica. Ma una crisi del sistema, quella sì c’è stata. Il sistema ausiliario di refrigerazione non ha funzionato bene, soprattutto (ma non solo) in alcuni reattori della centrale di Fukushima. Provocando una crisi seria: perché già oggi, mentre la situazione è ancora in evoluzione e minaccia di peggiorare, quello ai reattori giapponesi è considerato il più grave incidente della storia del nucleare civile dopo Chernobil. L’ISPRA, l’Ente pubblico di ricerca italiano che si occupa di ambiente e anche di sicurezza nucleare, classifica l’incidente di Fukushima al livello 5 della scala INES (International Nuclear Event Scale), che va da 1 a 7. Le autorità nucleari francesi lo classificano, addirittura, al livello 6.

Le notizie sono ancora frammentarie. Non sappiamo se c’è stata, in qualcuno dei reattori, fusione del nocciolo. Non sappiamo se i giapponesi riusciranno a refrigerare i reattori surriscaldati. Sappiamo però che ci sono state diverse esplosioni, di natura chimica, che hanno provocato emissioni, più o meno controllate, di nubi definite nocive dal governo giapponese.

Non conosciamo né la quantità né la natura della radiazione liberata nell’ambiente. Sappiamo però che il governo di Tokio ha deciso di evacuare l’area intorno alla centrale per un raggio prima di 10, poi di 20, poi di 30 chilometri.

Non conosciamo ancora le cause precise della crisi del sistema ausiliario di refrigerazioni in così tanti reattori. E solo una conoscenza dettagliata potrà trasformarsi in una spiegazione significativa. Tuttavia una cosa è certa: il sistema nucleare giapponese – o, almeno, una parte di esso – non è stato progettato e realizzato per sopportare i due terribili colpi: il terremoto di altissima intensità e l’arrivo in tempi rapidissimi delle terribili onde di tsunami.

Bisogna capire se l’imprevisto è risultato tale perché imprevedibile. Oppure per carenze di progettazione. Il nodo non è da poco. Perché, in ogni caso, propone domande cui non è semplice rispondere.

Poniamo che il doppio colpo imprevisto in Giappone fosse imprevedibile. Questo non ci deve portare a rivedere profondamente i fondamenti teorici su cui costruiamo i nostri sistemi di prevenzione del rischio? Se, al contrario, il grave incidente è stato tale per colpa oggettiva dei progettisti (era prevedibile e non è stato previsto) nel paese a elevatissimo sviluppo tecnologico e a elevatissima cultura della prevenzione, non è il caso di rivedere in profondità il modo in cui mettiamo in pratica i fondamenti teorici della prevenzione del rischio?

Rispondere a queste domande viene prima della domanda che oggi campeggia sulla prima pagine e persino sulle agende delle cancellerie di tutto il mondo: nucleare sì o nucleare no?

15 marzo, 2011 da Pietro Greco


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#1 Prevenzione del rischio

ritratto di Marco Crespi
16 marzo, 2011 - 12:01 da Marco Crespi (non verificato)
Caro Pietro, condivido la tu analisi finale e le due domande che pone sulla necessità di rivedere i fondamenti teorici dei sistemi di prevenzione o (nel caso di prevedibilità del rischio) della loro applicazione siano importantissimi. Ritengo però, nell'ambito del dibattito italiano, che vadono contestualizzate. Rispetto ai liveli giapponesi l'Italia a che punto è? La fretta del governo e di chi sostiene la necessità del nucleare permette una riflessione seria? A questo si aggiungono i dati dei vari rapporti sulle ecomafie che riguardano sia la gestione dei rifiuti, sia, e più importante in ambito di costruzione e progettazione, la gestione del ciclo del cemento. Siamo sicuri di come verranno gestite le costruzioni di nuove centrali nucleari? Quindi è verò che "nucleare si - nucleare no" possa essere una domanda successiva, Ritengo però che non ci sia una possibilità di riflessione, condivisa dalla cittadinanza, su tutti i fattori che vanno a influire sulle possibilità di prevenzione del rischio. Per questo il dire no al nucleare è una necessità politica. Nel mio caso non è un no a priori ma è un "procediamo con calma e cerchiamo di risolvere, se possibile, gli altri problemi". Per trasparenza, ammetto di avere una posizione molto scettica nei confronti delle capacità italiane di gestire in modo trasparente e sicuro la costruzione di centrali nucleari e la gestione dei rifiuti conseguenti al funzionamento delle stesse. La situazione dei rifiuti normali in Italia (come dimostrano le varie indagine delle forze dell'ordine) non lascia ben sperare.
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#2 Il rischio zero non esiste

ritratto di visitatore umano
18 marzo, 2011 - 11:27 da visitatore umano (non verificato)
Sono oggi in funzione centinaia di centrali nucleari. Prima o poi esse dovranno essere smantellate e sostituite. Sembra tuttavia che una volta smantellate (con costi esorbitanti di cui si cerca di non tener conto) non esista un modo sicuro di "cancellare" i loro residui e il rischio loro connesso. Altro esempio? Elementi come quelli in uso in Giappone (il plutonio presente in un carburante francese) sembra non possano essere bonificati dal terreno e impieghino 25.000 anni a decadere. Dunque? Mentre ragioniamo spinti dal desiderio di produrre energia "facile" stiamo maneggiando uno strumento che non possiamo completamente controllare e che in caso di eventi "imprevedibili" (cari signori, il rischio zero non esiste) puo' cancellare per sempre la possibilita' di vivere in parte del nostro pianeta o in tutto. A parte il costo in vite e orribili malattie. Se i nostri nipoti sopravviveranno, ci considereranno come gli assassini della vita sulla terra. Bestie o uomini? Uomini o lemmings?
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