La rinascita della ricerca passa da una nuova agenzia?

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Una nuova agenzia per promuovere la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione in Spagna. Il suo obiettivo sarà quello di assicurare una maggiore efficacia e flessibilità dei finanziamenti alla ricerca, e al tempo stesso di garantire un sistema di controllo della sua qualità. Soraya Sáenz de Santamaría, vice-presidente del governo spagnolo uscente, ha definito questa iniziativa “una delle più significative riforme della legislatura in questo campo”.

Ma la notizia, come riporta Science, ha ricevuto un’accoglienza tiepida, nonostante da tempo la comunità scientifica spagnola chiedesse un cambiamento nella politica della ricerca. Se alcuni scienziati hanno infatti applaudito l’annuncio, considerandolo un passo nella giusta direzione, altri hanno manifestato un certo pessimismo circa le reali possibilità che una simile riforma possa rilanciare un sistema della ricerca sempre più in difficoltà – nonostante esempi di eccellenza come il network ICREA che, nonostante le difficoltà economiche, ha consentito il reclutamento di 300 ricercatori (40 dei quali vincitori di ERC) con stipendi di livello europeo. La cronica mancanza di fondi, l’assenza di profonde riforme strutturali e i dubbi sull’effettiva indipendenza di questa nuova agenzia sono preoccupazioni condivise tanto dai critici quanto dagli ottimisti.

A complicare la situazione c’è il forte clima di incertezza politica generato dal risultato delle elezioni politiche del 20 dicembre 2015, dalle quali la Spagna è uscita più frammentata che mai, con tre partiti sopra il 20 percento e l’apparente impossibilità di formare una coalizione di governo, con il rischio di nuove elezioni nel 2016. La creazione dell’Agencia Estatal de Investigación è stata approvata a fine novembre, quindi prima delle elezioni, e dovrebbe iniziare a dispensare finanziamenti nel 2017, ma i socialisti hanno già detto di non approvare la struttura dell’agenzia decisa dal precedente governo e che cercheranno di paralizzarne lo sviluppo, in cerca di un’alternativa.

Ma come dovrebbe funzionare questa nuova agenzia?

Stando alle dichiarazioni del governo, dovrà valutare le proposte di progetti ricevuti da ricercatori e istituti, e assegnare i fondi a disposizione, pari a circa il 75 percento del budget nazionale destinato a ricerca e sviluppo. Non si occuperà dei fondi destinati al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CSIC) e dovrà anche valutare, in seguito, l’impatto delle ricerche finanziate. Pare che il modello cui si ispira sia quello dell’European Research Council (ERC).

“Quello dei Research Council è un elemento caratteristico del sistema della ricerca europeo, molto radicato soprattutto nel Regno Unito e nei paesi del nord” spiega Aldo Geuna, professore ordinario di Politica Economica all’Università di Torino. “Si tratta di agenzie che distribuiscono fondi per progetti di ricerca su base competitiva, in seguito a una valutazione tramite peer-review esterna, delle richieste ricevute. Questi finanziamenti di tipo contrattuale si affiancano alle borse istituzionali”.

In Italia, queste ultime ricadono nel Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), gran parte del quale viene assegnato su base storica alle università, mentre una porzione minore è attribuita in base alla valutazione della qualità della ricerca (VQR) e delle politiche di reclutamento effettuata dall'Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca (ANVUR). I finanziamenti contrattuali sono invece quelli forniti dal bando PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) e dal Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base (FIRB). Purtroppo però queste fonti non bastano a sostenere le necessità della ricerca italiana. “Per dare un’idea delle differenze, l’Agenzia Nazionale della Ricerca francese (ANR), nonostante un recente calo di budget, ha avuto a disposizione, negli ultimi anni, circa 500 milioni per finanziare progetti competitivi. Ogni anno. In Italia, l’ultimo PRIN ammontava a 92 milioni di euro dopo due anni durante i quali non c’era stato il bando” spiega Geuna.

Ma non è solo una questione di mancanza di soldi.

“Bisogna anche considerare la discontinuità” continua Geuna. “In molti altri paesi ci sono agenzie che gestiscono i finanziamenti contrattuali competitivi con budget pluriannuali. Non capita mai di avere un anno in cui non ci sono fondi per la ricerca. L’Italia quindi ha un problema sia nell’ammontare dei finanziamenti sia nella loro gestione. Da noi manca un’istituzione indipendente dal ministero come l’ANR, come l’ERC o come i due pilastri della ricerca americana, il National Institute of Health (NIH) e la National Science Foundation (NSF)”.

Già, gli Stati Uniti, spesso citati come un eccellente modello di finanziamento della ricerca. Cosa succede dall’altra parte dell’oceano? “Quello americano è un approccio molto diverso dal nostro, molto più competitivo, a volte quasi brutale” dice Geuna. “Negli USA non esiste un’agenzia di valutazione della ricerca perché non esiste un equivalente del nostro FFO. La ricerca è finanziata quasi completamente attraverso progetti. Un ricercatore che venga assunto in una tenure track position ottiene un budget per finanziare il laboratorio per tre o quattro anni, dopodiché deve essere in grado di trovare fondi per pagare dottorandi, post-doc, materiali e attrezzature o il laboratorio chiude”.

Ma la caratteristica principale del sistema americano è un’altra. “Hanno una miriade di fonti di finanziamento”, prosegue Geuna. “Se un ricercatore non ottiene fondi dall’NSF può rivolgersi a uno dei ministeri, oppure a una delle tante fondazioni o agenzie. Un ruolo particolarmente importante è inoltre svolto dal finanziamento proprio delle università sulla base delle sovvenzioni create con le donazioni ricevute dai privati. C’è una varietà di fonti a cui attingere molto più elevata che da noi. Per questo non dobbiamo prendere come modello di riferimento quello americano, che è troppo diverso dal nostro, ma piuttosto ispirarci a quello anglosassone. Tenendo conto che non esiste il modello perfetto. Una ricerca finanziata soprattutto su base competitiva, come quella supportata dai Research Council o dall’NSF, porta infatti a una forte concentrazione delle risorse – pochi istituti e gruppi di ricerca che ricevono molti fondi – con un meccanismo che tende ad autoalimentarsi: chi pubblica di più e meglio riceverà più fondi, grazie ai quali potrà continuare a fare ricerca (e quindi pubblicazioni) di alto livello, che consentiranno di accedere a ulteriori fondi, e così via”.

Il rischio è quindi quello di continuare a finanziare una élite, diminuendo la probabilità di ingresso di nuovi attori. “È un bene o un male?” si chiede Geuna. “Nel breve periodo può essere utile, ma non è detto che quel tipo di produttività, misurata con determinati indicatori – e qui si apre tutto un altro discorso, altrettanto ampio – sia davvero quello che ci interessa nel medio-lungo termine. Sono pertanto necessarie azioni di politica scientifica per controbilanciare l’eventuale eccessiva concentrazione, come per esempio il supporto ai giovani ricercatori e alle nuove istituzioni”.

Sviluppare un sistema efficiente di governance della ricerca è quindi un’impresa complessa, che dipende anche dalla concentrazione relativa delle risorse. Mentre in paesi come l’Italia ci sono livelli più bassi di concentrazione, in altri (il Regno Unito, per esempio) un numero ridotto di istituzioni attrae la maggior parte del finanziamento per la ricerca. Paesi diversi necessitano quindi di approcci diversi, che tengano conto di molti elementi legati alle istituzioni e infrastrutture economiche e politiche esistenti. Difficile dire se la via intrapresa dal governo uscente di Rajoy, soprattutto alla luce dell’attuale instabilità politica, sarà quella giusta per risollevare le sorti della ricerca spagnola.

“Di certo l’idea di una nuova agenzia, indipendente dai ministeri e in grado di gestire un flusso di finanziamenti competitivi basati su progetti, mi sembra molto interessante. Specie se questo flusso di fondi deriva da una nuova serie di investimenti nella ricerca che in Italia, rispetto ad altri paesi europei, è strutturalmente sotto finanziata da ormai molti, troppi, anni” conclude Geuna.

Un augurio anche per il nostro paese? Una proposta in questo senso è già stata avanzata da parte del Gruppo 2003 e sarà uno dei temi al centro del convegno Il futuro della ricerca in Italia, che si terrà a R0ma il 10 febbraio.

 

Esempi di modelli europei di governance della ricerca

Regno Unito
Il sistema della ricerca inglese è fortemente centralizzato. Il Department for Business, Innovation and Skills (BIS) gioca un ruolo chiave in questo ambito e include il Government Office for Science (GO-Science), diretto dal Chief Scientific Adviser (CSA), che risponde direttamente al Primo Ministro. Il BIS è la principale fonte di fondi per il settore pubblico nonché il responsabile delle politiche strategiche di ricerca, sviluppo e innovazione del Regno Unito.
I fondi istituzionali vengono distribuiti alle università dall’Higher Education Funding Council for England (HEFCE) tramite un processo di peer-review a cadenza quadriennale, il Research Excellence Framework.
I finanziamenti orientati ai progetti di ricerca vengono invece distribuiti dai sette Research Council, in base alle aree tematiche di cui si occupano. Questi fondi vengono concessi in seguito a richieste da parte dei singoli ricercatori, valutate tramite peer-review di esperti indipendenti.

Francia
La responsabilità della ricerca e dell’innovazione francese è condivisa principalmente da due ministeri, quello dell’istruzione e ricerca (MENESR) e quello dell’economia. I fondi provenienti da questi (insieme ad altri) ministeri confluiscono nel canale principale di finanziamento della ricerca, la Missione Interministeriale sulla Ricerca e l’Educazione Superiore (MIRES). Il MENESR ha un ruolo preponderante nella gestione del MIRES e propone le priorità per i vari programmi di ricerca definendo annualmente gli obiettivi da raggiungere e i mezzi necessari per farlo.
La valutazione delle organizzazioni e attività di ricerca, e dei programmi di istruzione superiore, era svolta da un’agenzia governativa, l’AERES, che nel 2013 è stata sostituita dal HCERES. Nel 2005 è stata creata l’Agenzia Nazione della Ricerca (ANR), che distribuisce fondi per la ricerca e l’istruzione su base competitiva, tramite processi di peer-review svolti da esperti internazionali.

Germania
A livello nazionale, il Ministero dell’Istruzione e Ricerca è il principale responsabile delle politiche di ricerca. I singoli stati federali (Laender) finanziano le università del loro territorio e contribuiscono a cofinanziare le quattro grandi organizzazioni di ricerca, che rappresentano una caratteristica unica del sistema della ricerca tedesco: la Max Planck Society (MPG), la Fraunhofer Society (FhG), la Helmholtz Association (HGF) e la Leibniz Association (WGL). Il governo federale e quelli dei Laender si coordinano per sviluppare programmi e politiche di ricerca, innovazione e istruzione nazionali.
La German Research Foundation (DFG) è la più grande agenzia di finanziamento della ricerca d’Europa ed riceve fondi dai Laender e dal governo federale. Si occupa di finanziare progetti di singoli ricercatori su base competitiva, di promuovere i migliori studiosi, di incentivare la collaborazione fra ricercatori e di fornire consigli in merito a temi scientifici a governi e istituzioni pubbliche. La valutazione della ricerca e dell’innovazione è condotta principalmente dalla Commissione di Esperti sulla Ricerca e l’Innovazione (EFI).

Finlandia
Nonostante l’impatto della crisi economica e del crollo della Nokia, la Finlandia continua a essere uno dei migliori paesi al mondo in termini di ricerca e sviluppo. Il sistema della ricerca finlandese è strutturato su quattro livelli. Il primo è rappresentato dal Concilio per le Politiche di Ricerca e Innovazione (RIC), diretto dal Primo Ministro. Al secondo livello ci sono i ministeri, soprattutto quello dell’educazione e la ricerca, e quello dell’economia. Al terzo livello ci sono una serie di agenzie di finanziamento su base competitiva. L’Academy of Finland finanzia la ricerca scientifica tramite peer-review spesso affidate a esperti internazionali, e raggruppa quattro Research Council, ciascuno attinente a un’area tematica – bioscienze e ambiente, salute, cultura e società, scienze naturali e ingegneria. La Tekes finanzia la ricerca applicata e si occupa di coordinare diverse iniziative internazionali come l’ESA e Horizon 2020. Il quarto livello del sistema finlandese è infine costituito da università, organizzazioni pubbliche di ricerca e politecnici.

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.