Ebola visto da vicino |Il centro di Emergency

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Dopo averci raccontato il primo impatto con la Sierra Leone, nella seconda parte di Ebola, visto da vicino, Roberto Satolli ci parla del centro di Emergency per l’assistenza alle persone colpite dall’epidemia che sta affliggendo l’Africa Occidentale.

Dodici letti per i pazienti trattati e sei per quelli in via di guarigione. È piccolo il centro di Emergency che accoglie i malati di Ebola a Lakka, ma nonostante le dimensioni ha già ricevuto circa 140 persone da quando ha aperto, il 18 settembre. “È un campo di tende con qualche elemento in muratura, tipo la farmacia, ed è diviso in tre zone separate,” mi racconta Roberto. “Bianca, verde e rossa. Le prime due sono Ebola-free, mentre la terza è quella dove si trovano i pazienti. La zona bianca è un ingresso filtrato, dal quale passano le persone che vengono per lavorare, i farmaci e gli strumenti che poi, attraverso una serie di procedure, vengono spostati in quella verde. Chi entra deve farsi misurare la temperatura e lavarsi le mani da una bacinella con la candeggina. Poi c’è lo spogliatoio, con tutto il necessario per entrare: casacca, pantaloni da lavoro, sovrascarpe e stivaloni tipo calosce, una volta messi i quali ti fanno entrare in un’altra bacinella piena di disinfettante, per essere sicuri che nessuno porti in giro dei virus tramite le scarpe. La zona verde è il luogo dove stanno gli operatori che lavorano alla preparazione dei farmaci e gestiscono le cartelle, ma è anche il punto di transito da e per la zona rossa.”

Qui ha luogo un secondo round di vestizione, più delicato. Soprattutto al ritorno.
“All’andata gli indumenti che ti metti sono puliti, al ritorno no. Un errore all’andata può esporre una persona all’infezione. Un errore al ritorno può esporne tante,” sottolinea Roberto. “La vestizione è una procedura più semplice della svestizione, ma è comunque fondamentale essere rigorosi anche nelle cose semplici. In entrambi i casi bisogna essere in due, in modo che ciascuno possa controllare ed essere controllato a sua volta. L’ingresso nella zona rossa avviene a gruppi e in fasce orarie prestabilite, in genere ogni sei ore, salvo le urgenze.”
Due medici, due infermieri e gli addetti alle pulizie, sia degli ambienti sia dei malati. Un aspetto fondamentale, dal momento che il contagio di Ebola avviene tramite i fluidi corporei di persone infette. Fluidi che, durante la malattia, sono abbondanti.
“Molti pensano ancora che Ebola sia una malattia che fa sanguinare parecchio ma, in realtà, in questa epidemia le emorragie sono poco frequenti, mentre i liquidi più cospicuii sono soprattutto vomito e diarrea,” mi spiega Roberto. “La diarrea, in particolare, sembra quella tipica del colera, molto acquosa e dal colore giallastro. Questi pazienti devono quindi essere cambiati spesso e la grande quantità di emissioni, contando anche il sudore, rende la zona rossa altamente contaminata.”

Una volta entrati, i membri del personale sanitario si dedicano a visitare i malati, e a verificare i monitor e gli altri apparecchi cui essi sono collegati: verificano i loro parametri vitali, aggiustano le terapie somministrate per via venosa e controllano, grazie a cateteri vescicali, quanto urinano i pazienti, in modo da calibrare la loro reidratazione (che in alcuni casi può essere molto intensa). “Qui a Lakka i pazienti sono seguiti per una media di quasi tre ore al giorno, diversamente da quanto viene fatto in altri centri, dove a ciascuno viene dedicata una manciata di minuti al giorno e non di più. Con tempi di assistenza così brevi, è difficile capire quale sia la differenza rispetto a centri di puro e semplice isolamento,” mi dice Roberto. Difficile non cogliere una nota polemica nella sua voce.

I dati raccolti vengono poi trasmessi agli operatori rimasti nella zona verde, usando un metodo molto semplice. “Urlando. Finora non si è trovato un modo migliore,” sorride Roberto. Le due zone sono infatti separate da due reti, distanti poco meno di un metro fra di loro e dotate, in un paio di punti, di finestrelle usate per far passare oggetti da una zona all’altra. “In particolare, la fase delicata è il passaggio dei campioni di sangue dei malati da far analizzare. Questi campioni finiscono in provette, le quali vengono poi chiuse, sterilizzate con soluzione clorata, messe in un primo sacchetto di plastica che a sua volta viene chiuso, sterilizzato e lasciato cadere in un secondo sacchetto di plastica che viene sporto dalla zona verde. Chi riceve questo secondo sacchetto, con le mani guantate, dovrà di nuovo chiuderlo e sterilizzarlo, per poi metterlo in un terzo sacchetto e sigillarlo. A questo punto, il campione è pronto per viaggiare verso il laboratorio di analisi esterno.”
Le analisi molecolari – grazie alle quali è possibile identificare la presenza del virus – vengono condotte in laboratori esterni, ma il centro ne ha anche uno interno dove vengono effettuate le analisi biochimiche, che si trova pure in zona rossa, perché per questi esami si lavora su sangue infetto che non può essere inattivato con detergenti (come si fa invece nel laboratori di biologia molecolare). La zona rossa è anche il luogo dove vengono accolti e accettati all’arrivo i pazienti sospetti di avere contratto Ebola. “Chiaramente si trovano in una tenda diversa da quella dei malati accertati”, precisa Roberto.

Quello di Lakka non è l’unico centro per i malati di Ebola. Ce ne sono diversi, sparsi fra Sierra Leone, Guinea e Liberia, e molti altri sono in fase di costruzione. “C’è un sistema nazionale di smistamento dei malati fra i vari centri del paese. L’obiettivo è di riuscire a contenere la malattia e impedire che si diffonda in altri paesi, se no si ricomincia da capo.” Evitare, insomma, quello che è accaduto nel Mali, che aveva appena superato un primo outbreak di Ebola e si è ritrovato a doverne fronteggiare un altro. Il paziente zero di questo secondo episodio epidemico potrebbe essere stato un imam che si è ammalato in Guinea ed è andato in Mali in cerca di trattamenti migliori. Ciò non è servito a salvarlo e dopo la sua morte è stato celebrato un funerale adatto al suo status, il che ha verosimilmente dato origine alla nuova ondata di contagi.
Fra i nuovi centri in costruzione ce n’è uno che coinvolge proprio Emergency. “Sono stato stamattina (giovedì 13 novembre) a visitare il cantiere,” mi dice Roberto. “I lavori sono gestiti dai militari inglesi e impegnano molte maestranze locali. Stanno lavorando sodo e penso che rispetteranno i piani. L’apertura è prevista per il 14 dicembre.” Cento posti letto, diverse parti in muratura – la farmacia, la lavanderia, i servizi igienici per lo staff, la cucina – e un’area di degenza separata, dedicata alla terapia intensiva. “La novità di quest’area è che sarà equipaggiata in modo tale da consentire l’intervento anche sulle principali insufficienze d’organo, che dopo la prima settimana minacciano la vita come conseguenza dell’infezione: si tratta soprattutto di insufficienze respiratorie e renali.”

C’è chi dice che un’assistenza intensiva andrebbe riservata solo a pochi pazienti selezionati, ma Roberto non è d’accordo. “Secondo me è vero il contrario: sono pochi i casi di malati che non hanno bisogno almeno di infusioni venose o di trasfusioni. Se fossero in un ospedale di Milano o di Francoforte, verrebbero tutti sottoposti a terapia intensiva.” A questo proposito, mi fa notare il dato sui casi trattati in Occidente. “Sono 19, di cui solo quattro sono morti, 13 sono sopravvissuti e in due l’infezione è ancora in corso. È interessante perché si parla di una letalità inferiore al 25%, quindi molto più bassa di quella che si registra in Africa occidentale, che supera il 60-70%. Il che significa che i trattamenti fatti in centri ben equipaggiati funzionano di più.”
Prima di salutarlo, gli chiedo quanta gente lavora nel centro in cui si trova adesso. “Centoventi persone complessivamente. Una ventina di persone dall’Italia, tra medici, infermieri e responsabili della logistica, e un centinaio del posto,” mi risponde. “Tutti abbastanza giovani, direi fra i 25 e i 45 anni.” E il clima che si respira? “C’è entusiasmo morale e molta stanchezza fisica, talvolta un po’ di scoramento di fronte alla gravità della situazione. Si avverte anche una persistente tensione di fondo, che si cerca di vincere in modi diversi. Qualche sera fa, dopo essere stati tutti insieme fuori a cena, noi vecchi,” dice con un sorriso, “siamo rientrati, mentre i giovani sono rimasti sulla spiaggia con la chitarra, dopo il passaggio di uno spettacolare temporale tropicale sull’oceano.”

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